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Password : Prato

La notte scorsa, in mezzo a un sogno di ascensori che diventavano funicolari e di piastre urbane che si trasformavano in sotterranei a perdita d’occhio, mi sono detto, « PRATO », una parola capace di sprigionare, per me, la forza prodigiosa di dissolvere ogni bruttura ricacciandola sotto il cuscino.
Nel mio immaginario « PRATO » non è esattamente il « PRATONE » di cui parla Claudia Patuzzi nel suo ultimo romanzo inedito, « Non disturbare il mare ». Quando sogno un PRATO, infatti, io non muoio dalla voglia di assaggiarne tutte le erbacce né di graffiarmi le mani e i piedi al brusco contatto con le ortiche e le piante selvagge.
Il mio PRATO è un morbido tappeto ondulato, accogliente e ordinato come se ne incontrano per esempio sulle Dolomiti, all’altitudine di circa 1200 metri, lì dove comincia il bosco. Oppure una radura dove la luce ondeggia sospinta da una brezza leggera.
« Rotolarsi nei prati », ecco un piacere assoluto per me, lo stesso che « tuffarsi nella paglia o in uno specchio di mare blu ». Come « stendersi a terra » nella piazza del Campo di Siena o sui gradini del sagrato di San Petronio nel bel mezzo di piazza Maggiore a Bologna.
Che importa se nei prati dei miei ricordi innocenti ci si può imbattere nelle pozzanghere di escrementi e d’erba lasciate dalle vacche pascolanti ! Ci sarà sempre qualcuno che dirà « ecco l’oro dei campi »…
Dunque, se parlo di un Prato, è per fare allusione a un Prato verde. Una specie di antidoto poetico alle brutture del mondo : fino a quando l’uomo si manterrà capace di salvare e conservare « almeno i prati indispensabili », l’umanità resterà fuori da un vero pericolo…

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Ecco perché, nel 1994, quando creai la mia prima mail d’ufficio, io scelsi « prato » per la mia password.
Mi ero appena trasferito dall’assessorato ai Lavori pubblici a quello dell’Urbanistica. Mi avevano affidato la direzione dell’ufficio regionale che si occupava delle questioni urbanistiche del comune di Roma… Dalla vetrata del mio ufficio godevo della splendida veduta di un bellissimo Prato ondulato, in salita, costellato di pini e cipressi, curato alla perfezione, senza l’ombra di esseri umani e invece denso di animali visibili e invisibili. Questo prato faceva parte di un’area verde più vasta, che si ricollegava, più in là, all’immenso parco della via Appia Antica, principale « polmone verde » nel territorio a sud della capitale.
Mi recavo in questo ufficio attraversando Roma da nord-ovest a sud-est, quasi da un estremo all’altro : dalla Balduina a Tormarancia. Nel mio perenne stato di esaltazione e di stanchezza, questa traversata diventava ogni giorno di più un’avventura. La scoperta di ogni piccolo nuovo particolare — una scritta, un muro, un portone, un semaforo, un albero o un cespuglio aggredito dal gas delle macchine — mi obbligava a riflettere o, più spesso, a cercare una via di fuga.

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A nord ovest del parco di Tormarancia, i due edifici bianchi ospitavano nel 1994 gli uffici dell’Urbanistica della Regione Lazio
a Roma  

Non posso spiegare qui, oggi, la bellezza contraddittoria del quartiere di Tormarancia dove arrivavo, trafelato o indaffarato, al mio lavoro quotidiano. E non posso neppure fare un bilancio qualsiasi di quello che significavano per me, nell’insieme degli impegni da fronteggiare, le trasformazioni reali o invisibili che avvenivano sotto i miei occhi in questa particolarissima zona di Roma.
Non posso farlo, perché — su una mappa di Roma appropriata, aiutandomi con foto e un minimo di documentazione — dovrei spiegare fino in fondo le mie affermazioni e i miei sentimenti. Avrei dovuto raccogliere tutto ciò è conservarlo all’epoca del mio impegno di allora, per ricavarne ora una sintesi che non fosse noiosa e per di più incompleta.
Non l’ho fatto. Nel 1994 mi sono calato nella realtà politica e amministrativa di Roma senza spogliarmi del tutto della mentalità e dell’esperienza che avevo acquisito durante gli anni di Bologna. Pur facendo dei notevoli sforzi, non ne ho forse fatti abbastanza. D’altronde, era molto difficile agire in un contesto che non condivideva le mie stesse idee e convinzioni.
Durante i miei cinque anni di permanenza all’urbanistica sono stato sempre trattato con fiducia e rispetto. Ho potuto così avere la soddisfazione di qualche piccolo risultato, senza dover rinunciare ai miei principi e alla mia visione delle cose. Ma, indubbiamente, non ho mai avuto la possibilità di esprimere il mio punto di vista se non sotto forma di proposte corrette e di calorosi suggerimenti, condivisi peraltro da una minoranza molto esigua di persone sensibili.
Non si trattava di incapacità di questo o di quello. Avevo soprattutto a che fare con l’impotenza o la mancanza di volontà di andare fino in fondo e, soprattutto, di stabilire nuove regole più coerenti e vantaggiose per la collettività.
Non era dunque questione di persone. Di gente onesta e bene intenzionata ce n’era, questo è sicuro. A cominciare dal mio ultimo assessore all’urbanistica, l’unica persona al mondo che poteva assumersi la decisione di affidarmi la direzione, per due anni, dell’intero settore della pianificazione dei comuni del Lazio.
Roma avrebbe potuto e dovuto, più di tutte le altre città d’Europa, trarre vantaggio da una più rigorosa e lungimirante amministrazione delle sue immense risorse naturali e culturali. Ma non ha voluto e ha invece impedito, con ogni mezzo, che si facesse seriamente alcunché, che ci si mettesse al lavoro con la necessaria continuità…

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Quando mi sono svegliato dalle peripezie verbali del mio « incubo urbanistico », la parola PRATO si era volatilizzata. Con questa parola era anche sparita la gigantesca facciata degli uffici di via del Giorgione, lo stesso palazzo dove Elio Pétri aveva girato «Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto» con il grande Gian Maria Volontè.
Aprendo Twitter, mi sono subito collegato con una persona che stimo: Laurence. Oltre a rilanciare ogni giorno espressioni e riflessioni piene di attualità di poeti e filosofi straordinari, Laurence « appende » al suo muro alcune frasi particolarmente efficaci e profonde. Stamattina, vi ho letto :

« … a volte, all’improvviso, resto stupefatto e ho l’impressione di essere solo ad accorgermi della stranezza di tutto ciò che ci circonda. »

Questa frase di Lambert Schlechter, uno scrittore lussemburghese molto acuto, esprime perfettamente lo stato d’animo che avevo al mio risveglio. Quante volte avevo colto questa « stranezza », provando a sensibilizzare il maggior numero di persone possibile, con la dovuta energia e insistenza! Nessuno ascolta nessuno, forse…
Oggi, leggendomi, voi avete sicuramente notato quale imbarazzo si produce in me quando inizio un sondaggio qualsiasi su questo momento cruciale della mia vita. Il fatto è che è difficile spiegare (anche a me stesso) per quale ragione avevo allora bisogno di sognare un Prato verde ! E come rimasi sorpreso, perfino interdetto, trovandolo là, a disposizione dei miei occhi per tutto il tempo che potessi desiderare, proprio là, nel luogo dove le contraddizioni dei nostri destini urbani e umani raggiungevano la punta massima della loro attualità e frequenza!
Questo spettacolo era riservato alle finestre orientate a sud-est, mentre tutte le altre dovevano scontrarsi ogni giorno con la banalità di una strada priva di fascino e gli scherzi di un traffico anonimo.
Ora capisco che questo prato verde, beatamente steso sotto i miei occhi in tutta la sua meravigliosa realtà, io non lo guardavo mai, non lo vedevo nemmeno. Né vedevo le piccole sfumature prodotte dalle innumerevole trasformazioni del cielo. Se mi affacciavo alla vetrata, non vedevo che questa Roma inafferrabile e indomabile, con i suoi Alti e Bassi, con i suoi abitanti per lo più rassegnati e contenti, soddisfatti del loro provvisorio benessere e perfino convinti di avere afferrato l’intimo sapore dell’esistenza. Assicurarsi questo benessere, questa vita « a parte e da parte ». Forse tutte queste persone che passeggiavano, indaffarate, sul marciapiedi alle mie spalle, avevano anche loro un Prato privato nelle loro teste. O invece nei loro computers. Un Prato passe-partout, per aprirsi al mondo oppure per chiudere a doppia mandata il mondo fuori da casa loro.

Giovanni Merloni

TESTO IN FRANCESE