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Dovremmo avviarci, prima che faccia di nuovo buio!

Caramella,
per prima cosa, mi piacerebbe fare una passeggiata con te sul lungomare di Ostia. Questo confine tra l’asfalto e le bizze del mare selvaggio che nel ricordo mi sembra unico e pieno di bellezza. Una bellezza forse invisibile, o perduta nei meandri di qualche film fatto in casa. Un quartiere di Roma sbattuto fino al pelo dell’acqua. Stranamente, nel ricordo, la pineta che aleggia alle spalle con la sua macchia irsuta e i suoi ombrelli verdi e grigi, mi fa paura. Preferisco quella pacifica desolazione traversata da aeroplanini di carta e strani profumi femminili. Il fatto è che per passeggiare ci vuole un muretto, un mondo circostante di gente che va e viene, di automobili e motociclette che sfrecciano indifferenti e, dall’altra parte, un quadro vivente ma immobile, cangiante ma denso di una precisa personalità: il panorama. O soltanto il colpo d’occhio su quel l’orizzonte bianco e grigio. Camminare con te, respirando il vento con i suoi odori, assaporare un senso di provvisorietà e di smarrimento, vinto a tratti da una specie di eroismo… A Ostia c’è tutto questo e forse c’è anche di più!
Dovrei scapicollarmi, montare su un elicottero e piombare sulla rotonda bianca di mussoliniana memoria, alla fine della Cristoforo Colombo, gridando il tuo nome mentre tu sventoli un fazzoletto bianco.
Ma il mio carattere riflessivo, senza spegnerli, cerca sempre di incanalare i miei impulsi in una corrente di pensieri più realistici. Seduto nella poltrona Frau foderata di giallo acceso e ricoperta di un vecchio plaid che fu dei miei genitori, come la poltrona del resto, sbircio le doghe del parquet a spina di pesce di questo salone parigino… e, attraverso le mie cinque finestre, passo in rassegna la quinta della case grigio-avana del viale, così ben visibili dietro i platani nudi di gennaio. Un costante fruscio mi assicura che l’anno nuovo è cominciato, La gente, giù in strada, cerca di fare qualcosa. Certo è sabato, domani sarà di nuovo domenica, portatrice di nuove immobilità e di giri viziosi… Come faccio a partire? Non potresti venire tu?
Verrei a prenderti alla Gare de Lyon, ti aiuterei a sbrogliartela con la valigia e le borse e ti trascinerei subito nel metrò. Poi, ti accompagnerei in albergo. Avrei scelto per te l’hôtel Chopin. Si trova nel bel mezzo del Passage Jouffroy, una splendida galleria di negozi dove il suono dei tacchi e il rumore del carrello della valigia non passerebbero inosservati. Nonostante l’inquietante vicinanza del museo delle cere. Del resto, Parigi non ama gli spettri. Tutto è vivo, qui. E i «grandi defunti» rivivono gioiosamente insieme ai «piccoli vivi» come noi, in un continuo scambio di suggestioni e pulsioni di amore reciproco.
Purtroppo, il mio realismo odierno non riesce ad immaginare altro che una passeggiata ritardataria come la nostra… Una lenta, magica e forse lunghissima passeggiata. Perché siamo sempre stati costretti, tutti e due, a frenare i nostri impulsi più pericolosi, confinandoli in una specie di timidezza o di goffaggine rinunciataria…
Oppure, chissà… Se le terribili vicissitudini delle nostre vite nomadi ci hanno scaraventato su queste due rive lontane… che oggi sembrano di punto in bianco vicine, vicinissime, al punto quasi di toccarsi…
Dovremmo avviarci, prima che faccia di nuovo buio.

Giovanni Merloni

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