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Jan Doets sostiene che la nostra memoria  risiede nella totalità del corpo umano, che il cervello non ha che una sola funzione, in definitiva. Non è che un un rubinetto. Lo scrittore olandese fa molto efficacemente l’esempio della suonata  « Dopo una letture de Dante » di Franz Liszt, interpretata in modo prodigioso dal pianista russo Arcadie Volodos. Egli ha pienamente ragione.

Io avevo scritto, nel 1997, un romanzo su Cesena e la Romagna (« Il quarto lato »). Un libro che non ha avuto quasi diffusione in Italia e non è stato amato da tutti con lo stesso entusiasmo o benevolenza.  Dopo una lunga riflessione, ho compreso in seguito che avevo deluso soprattutto quelli che si erano formati una certa idea di me, avendomi conosciuto « al tempo della regione Emila-Romagna », cioè in quel periodo del tutto straordinario, all’inizio degli anni Settanta, dove tutto nasceva (molti di noi erano giovani), in quei « sette anni d’oro » che si sono consumati, senza rimpianti né rimorsi, tra i ventisette e i trentaquattro anni.

A quei tempi, mi spostavo spesso da Bologna a Forlì o Cesena per i piani regolatori dei comuni grandi e piccoli, isolati in cima a una montagna, sparpagliati sul versante di una collina o concentrati nei crocevia di questa pianura dove si può ancora riconoscere la traccia dell’antica  centurazione romana. Allora, eravamo spinti a trovare sempre una soluzione positiva, anche se si aveva spesso a che fare con dei veri rompicapo giuridici e umani.  Io amavo molto scrivere e parlare alla gente. Ereditavo infatti da mia madre una orgogliosa inclinazione per la letteratura e da mio padre una certa disinvoltura avvocatesca, se non addirittura un gusto perverso per la ricerca a tutti i costi di un accordo tra interessi anche opposti.

Presto, il mio amore senza riserve fu condiviso. Fui accolto con un calore incredifile. Bologna e la Romagna – che mio padre mi aveva fatto conoscere dopo la mia infanzia – erano ormai la mia patria d’elezione, confermando in me il titolo segreto di luogo sacro dove erano nati mio nonno Zvanìn e i miei bisnonni, Cleta e Raffaele. Il linguaggio che affiorava ai miei occhi e alla mia bocca, prima di discendere nelle mie mani –  incaricate in seguito di gesticolare o di scrivere sull’Olivetti che appoggiavo disinvoltamente sulle  ginocchia -, era allora molto semplice e convincente e si adattava senza scosse quando dal parere urbanistico doveva passare al documento politico e sindacale.

Mettevo sempre molta passione nelle mie relazioni tecniche  e ancor più in quelle destiante a qualche più raro intervento pubblico. In realtà, non si trattava soltanto di passione professionale o ideale che aggiungevo alla mia tenacia naturale. Io facevo scivolare in questi scritti le mie frustrazioni letterarie. Risultato : ciò che scrivevo otteneva, qualche volta, un successo insperato durante le mie letture ad alta voce nel corso delle riunioni di lavoro.

Quando ho lasciato Bologna per rientrare a Roma, decidendomi incautamente, dopo qualche anno a passare, come Cesare, il Rubicone – fiume che d’altra parte scorre proprio in fondo alla collina di Sogliano, là dove noi abbiamo momentaneamente abbandonato i  nostri commensali, forse intenti in una accesa discussione -, e quando mi sono consacrato alla scrittura senz’altro scopo che la scrittura di per sé, ho dovuto sostenere una lotta accanita per affrancarmi da un certo ritmo « barocco », da un uso eccessivo di aggettivi e di avverbi ereditati dal mio lavoro di urbanista e da quella oziosa ricerca di frasi tecniche « dal volto umano. »

Inoltre, io non mi trovavo più là, a pochi minuti o ore dalla piazza del Popolo di Cesena. Non potevo arrivarci a piedi, senza  fastidio, direttamente dalla stazione, ripercorrendo quella gradevole passeggiata sull’antico acciottolato, lungo corso Strozzi, la Barriera, la Biblioteca Malatestiana e i portici della strada Zeffirino Re. Ciononostante, grazie a questa scrittura sfasata e fuori-tempo, ho potuto curare, se non del tutto cicatrizzare, gli strappi e le lacerazioni provocate dall’abbandono di una patria che stavo cominciando a ritrovare e assaporare. E quella piccola folla di personaggi del « quarto lato » aveva talmente popolato il luogo centrale del romanzo – la Piazza del Popolo -, che un giorno, tornando là qualche mese prima della conclusione  del libro, fui colto da una sensazione indimenticabile.

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Foto : Collezione Fratelli Merloni. Riproduzione vietata

Feci qualche passo in quel luogo, non saprei dire ora se mi semrava più grande o più piccolo, più largo o più stretto. Venivo dal mercato, che è situato al piano terra del palazzo comunale. Sotto le arcate, una stele è dedicata a mio nonno Zvànin, uno dei più gloriosi rappresentanti del socialismo riformista e dell’antifascismo italiano prima della seconda guerra mondiale. (Morì relativamente giovane, a sessantatre anni : confinato politico, per decreto di Mussolini, in un paesello sperduto del litorale jonico della Calabria.) Certo, la visione della lapide, con il ritratto in bronzo del nonno, mi aveva già colpito. Ma, al di là di lui e di tutti gli altri personaggi del romanzo, il fatto di entrare in quella piazza… Mi sentivo « nudo ». Ovvero, per essere più precisi, « sentivo » quel luogo come una persona. Una persona dolorosamente amata che mi veniva incontro, mi toccava,  attraversava i miei vestiti per aderire alla mia pelle… Caddi a terra e restai seduto lì qualche secondo. Provavo cio`che si potrebbe provare, credo, se si facesse l’amore con una donna che ci si è sforzati per tanto tempo di dimenticare e che invece, a sorpresa, si incontra di nuovo, parecchi anni dopo l’ultima telefonata.

Si può amare una città?

Ecco ciò che la citazione di Jan Doets mi ha fatto ricordare. Il mio corpo, talmente intriso dai pellegrinaggi dell’anima in questi luoghi amati e, forse, fin troppo sacralizzati, aveva assunto le informazioni prese in prestito alla città reale e le aveva fuse con le suggestioni della fantasia fino a piombare in uno stato di vero spleen stendhaliano. Con un aspetto di malinconia  erotica che solamente un corpo sano può ospitare.

Ma cosa avrebbero voluto trovare, in questo primo romanzo, i miei amici delusi? L’attualità o la verità delle nostre esperienze comuni ? Spero sempre che, rileggendolo, qualcuno di loro un giorno saprà riconoscere questa esigenza tormentosa di collocarmi in un tempo sospeso tra le generazioni. D’altronde non è un caso che là dentro, a fianco del personaggio evocato – Battista Alessandri, alias Zvànin, – e di Pio Foschi, il « capitale morale » della storia, il vero protagonista sia Libero, un equilibrista il cui temperamento, così gentile e generoso, assomiglia enormemente a quello di mio padre.

Giovanni Merloni

écrit ou proposé par : Giovanni Merloni. Première et Dernière modification 20 mai 2013

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