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« La distribuzione della luce » di Stéphanie Hochet

«La distribuzione della luce», questo potrebbe essere il titolo italiano de «La distribution des lumières» di Stéphanie Hochet (Flammarion, 2010), un bellissimo e importante romanzo polifonico, che ruota intorno alle chimere, alle ossessioni, o, se vogliamo, alle fissazioni di quattro personaggi, tre dei quali hanno la parola e si esprimono in prima persona – Pasquale, «l’italiano deluso» ; Auréle, «la ragazzina di periferia» (una periferia che a Lione si chiama «banlieue»); Jerôme, «il fratellastro idiota» — e il quarto — Anna Lussing, «la bella musicista» e perno di questa terribile storia — non si esprime in prima persona ed è solo «illuminata», di volta in volta, dagli altri tre.
In un singolare crescendo – che non lascia al lettore il tempo di respirare – la giustapposizione, apparentemente tranquilla, del diario «contraddittorio» di Pasquale, di quello «razionale e diabolico» di Aurèle e di quello «visionario» di Jerôme, si trasforma presto in dramma, in tragedia senza via d’uscita.
Con questo ultimo libro Stéphanie Hochet sembra voler aprire una nuova pista nella sua maniera di scrivere e di rappresentare la realtà. La scrittrice ripropone lo stesso spirito di verità e di chiarezza dei suoi libri precedenti, come ad esempio «Combat de l’amour et de la faim» («Lotta dell’amore e della fame»). Ma si spinge più avanti, a cominciare da questa «distribuzione della luce», fonte di una costante incertezza riguardo alla distribuzione delle parti tra i personaggi : ognuno lotta per il ruolo di protagonista, perché ognuno di loro – più o meno coscientemente – ha bisogno di comunicare la sua storia (e il suo problema), vorrebbe che qualcuno se ne facesse carico, aiutandolo a salvarsi.
A questo scopo Stéphanie Hochet dà al romanzo una struttura complessa, basata su parole e frasi «strategiche», una struttura che le serve a contrastare, a bilanciare e talvolta a sconvolgere ogni ordine logico a cui il lettore potrebbe affezionarsi. Si tratta di una struttura verticale, molto rassomigliante alla torre Eiffel (d’altronde citata a pag.183). In tale concezione, la prima parte del libro è dedicata alla salita, alla presa di coscienza di sé (della scrittrice stessa e del libro attraverso i suoi personaggi). In questa fase i personaggi restano abbastanza lontani l’uno dall’altro, tanto che il lettore non è in grado di immaginare quali saranno i rapporti tra di loro. Ma, prima di arrivare alla cima della torre, avviene un incidente, apparentemente esterno ai quattro personaggi, qualcosa che non ha niente a che vedere con loro. Questa intrusione provoca un certo fastidio. Ma poi si comincia a capire. Arrivati in cima, alla terrazza panoramica, si sanno ormai molte cose, e si vorrebbe già assaporare, di lì a poco tempo, un possibile epilogo della vicenda, basato sulla «luce», cioè sulla preferenza che sembra essere stata assegnata all’italiano trasferito a Lione, al suo amore per l’affascinante e un po’ misteriosa musicista. Ci si concentra sulla necessità di rimuovere gli ostacoli — primo fra tutto il citato incidente — che si frappongono alla sua felicità. Ma le cose non stanno così. Si deve ancora scendere. E la discesa sarà «vertiginosa», inaspettata e fatale (concetto del resto anticipato a pagina 11 e ripetuto alle pagine 142-143).
A questo punto ci troviamo, ormai, al di là di una semplice conoscenza dei personaggi e della loro presa di coscienza. Ci confrontiamo con testimonianze, sospetti e con tutti gli elementi necessari per dare alla fatalità e alla tragedia lo spazio e l’occasione di realizzarsi senza briglie e controlli.
Ci accorgiamo, sia pure in modo contraddittorio, che la luce si è ora spostata sui due personaggi più giovani, perché il malessere, che deriva soprattutto dall’abbandono operato dalla generazione dei padri e delle madri, si è più stabilmente e dolorosamente installato negli adolescenti. Così il fascio del riflettore teatrale si sposta continuamente da Aurèle a Jerôme, da lui a lei. Apparentemente è lei, Aurèle, la responsabile principale del dramma a cui si sta assistendo. Ma Jerôme non è esattamente il ragazzo ritardato e incosciente delle prime battute e pagine del libro.
E attenzione: questo spostamento della luce sui personaggi non è la sola novità di questo libro né la sola sua forza. Il lettore deve aspettarsi continui colpi di scena ed abituarsi alla particolare struttura del romanzo: una struttura trasgressiva, basata su frasi e parole che hanno la funzione di vere e proprie bombe a orologeria; una struttura che ha senza dubbio il potere di giustificare come del tutto reale una vicenda implicitamente ideologica e a tratti paradossale.
Non approfondirò qui la tematica dell’impatto della banlieue di Lione su Pasquale, l’italiano che ha forse scavalcato le Alpi per respirare un’aria migliore e che, per le vicende del tutto particolari che gli occorrono, potrebbe alla fine essere tentato, come la Dorothy del «Mago di Oz», a riconsiderare la propria scelta, si tratti di una fuga provvisoria o di un autoesilio definitivo.
Cercherò invece di dare una possibile interpretazione dell’epilogo paradossale. Tutti i personaggi – l’italiano scontento, la ragazzina nevrotica, il fratellastro disturbato, ed anche la musicista piena di buona volontà – non hanno una famiglia.
Per i due giovani, come si è detto, questa assenza di famiglia è la conseguenza di un abbandono che si ripete ogni giorno.
Per Pasquale è un rifiuto che egli non spiega e forse non spiega nemmeno a se stesso, un malessere che l’opprime assai.
Per Anna la famiglia d’origine, la sola che  abbia avuta, consisteva in una serie di doveri e obblighi che l’hanno spezzata in due. Anna vorrebbe una famiglia sua, per aprire finalmente la gabbia dove la sua vitalità è rimasta imprigionata.
Tutti e quattro sono dunque dei « senza famiglia ».

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Partendo da questa evidenza, Stéphanie Hochet lavora sui suoi personaggi come in un laboratorio. L’italiano deluso e incerto è sempre più coinvolto, con Anna, in un secondo rapporto coniugale. Aurèle, d’altra parte, cerca in Anna qualcuno che le apra la strada della vita, magari una seconda madre. Ma Pasquale riversa su Anna le sue contraddizioni esistenziali e amorose, mentre Aurèle vorrebbe far pagare alla nuova madre tutto il male che i suoi genitori effettivi le hanno provocato. In mezzo a questi due personaggi che chiamerei principali, un ruolo strategico è assegnato dalla Hochet a Jerôme, il deviato, il disadattato, l’idiota. Jerôme non è affatto idiota, anzi, vede chiaramente il confine tra ciò che è bene e ciò che è male (pagina 108). E’ dunque all’equilibrio emotivo di Jerôme che tutto è affidato. Lo si sente e lo si vede. Se la distribuzione della luce — e, in definitiva, delle attenzioni da parte di persone responsabili —, fosse stata più equilibrata, dando a Jerôme quanto gli era dovuto, forse gli avvenimenti avrebbero avuto un diverso corso.
Stéphanie Hochet ha bisogno di questi «figli diabolici» e del mondo cieco e sordo della periferia-banlieue per realizzare una vera e propria «tragedia greca», realizzata peraltro nello stile letterario di André Gide e con la classe indiscussa di un Hitckock o di uno Spielberg. La tragedia di Elettra (che guarda caso è chiamata in causa in una «lotta per la luce») si gioca in famiglia. Alla fine ogni personaggio del libro converge verso una stessa famiglia. Una tale spiegazione può allora giustificare il comportamento di Pasquale, il suo sacrificio o, perlomeno — dal momento che non si può sapere quello che il processo deciderà —, il suo slancio verso questi minori già condannati dalla loro stessa vita. Il comportamento di un padre.

Giovanni Merloni

TEXTE ORIGINAL EN FRANÇAIS

écrit ou proposé par : Giovanni Merloni. Dernière modification 30 avril 2015

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