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Il « personale » è davvero politico? Lettera a Giorgio Muratore (1)

01 jeudi Oct 2015

Posted by biscarrosse2012 in recensioni e dibattiti

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Bologna, Emilia-Romagna, Facoltà di Architettura, Giorgio Muratore, Roma

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ASCANI Maurizio, BARBERA Luigi Maria (Mario), FIORE (Francesco Paolo), GERBINO Renato, MARCHITELLI Antonio, MERLONI Giovanni, MURATORE Giorgio, NATOLI Marina, SARACENO Andrea, QUADERNO N. UNO

Il « personale » è davvero politico? Lettera a Giorgio Muratore

Caro Giorgio,
ognuno di noi, ognuno di quelli «che hanno cercato di fare qualcosa » dovrebbe spiegare le radici e le cause profonde della sua «indignazione».
Forse, nonostante le molteplici affinità elettive che ci rendono fratelli o cugini, non abbiamo esattamente le stesse idiosincrasie, le stesse rabbie per le stesse offese all’occhio e allo stomaco, all’estetica e alla morale, voglio dire.
Forse, nel tempo, le nostre rispettive battaglie sono diventate più specialistiche o si sono trovate per forza di cose imprigionate in contesti più circoscritti o comunque diversi e lontani uno dall’altro.
Certo, dopo un percorso comune, le nostre vite si sono separate. Non solo per il fatto che a due anni dalla laurea, inaugurando una nuova ondata di architetti romani emigranti a Bologna (di cui hanno fatto parte, tra gli altri, Giuseppe Manacorda, Pier Camillo Beccaria, Marco Peticca, Edoardo Pregher, Maurizio Ascani e Gian Piero Rossi) io avevo deciso di varcare gli Appennini per spezzare il cordone ombelicale con l’odiata-amata Roma, mentre tu hai fatto la scelta di restarvi, lottando, a Roma, dentro quella stessa facoltà di architettura, dando alle nuove generazioni un luminoso esempio di trasmissione democratica delle esperienze e del sapere.

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Ma io feci anche la scelta dell’urbanistica. Di quella «cosa» che da studenti avevamo guardato con sospetto, e criticato ferocemente come la principale responsabile della «non forma» delle nostre città.
Se apro, con circospezione — e paura di trovarvi chissà che — quel «libro», che volevamo intitolare «Diritto alla città», in cui riversammo le nostre speranze ma anche le nostre frustrazioni, mi rendo conto che forse, se dovessimo fare una sincera e utile autocritica, dovremmo partire proprio da lì.
Retrospettivamente, e in maniera sintetica, io vedo la nostra esperienza universitaria ipotecata da due fattori principali.
Il primo, certo il più importante nel cosiddetto «lungo periodo», è stato quello della grande svogliatezza della maggior parte dei nostri docenti e assistenti, a parte alcune luminose eccezioni, come giustamente fu l’esempio Maurizio Sacripanti, o la tenacia di Antonio Quistelli, o la serietà di Paolo Marconi e Vieri Quilici, per esempio. Alla base di tutto, con la dubbia giustificazione del numero (la nostra generazione, chiamata non a caso la generazione del baby boom, comportò, per la prima volta, l’iscrizione di 500 studenti al primo anno di Architettura) si è imposta, a danno dei futuri architettI dell’epoca, una irriducibile gelosia professionale, eccezion fatta per coloro che potevano rientrare, attraverso forme di cooptazione del tutto discrezionali, negli «atelier dei maestri».

Quindi, non si è «voluto» insegnare i segreti del mestiere di architetto alla stragrande maggioranza degli studenti e laureandi. Nel contempo, furono indicati loro degli obiettivi troppo vasti e difficili.

Non posso non ricordare Ludovico Quaroni con affetto e stima grandissima. Un uomo straordinario e carismatico che sapeva trasmettere grandi suggestioni. Sulla sua bocca e nei suoi gesti il «town design» prendeva corpo, sembrava una cosa abbordabile, a portata di mano. Ma come si fa a concepire il «town design», cioè il disegno preventivo e unitario di interi pezzi di città, ignorando o dimenticando l’urbanistica, ignorando o dimenticando che non possono essere le singole persone da sole a «risolvere tutto» con la loro bacchetta magica, se ce l’hanno?

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Il secondo fattore di disturbo, caduto circa a metà della nostra laboriosa e tormentata «auto-formazione» è stata l’esplosione, con il movimento del 1968, di una dimensione politica trascinante ma radicalizzante, che ci obbligò a riconsiderare, alla velocità del fulmine, tutte le nostre modeste certezze.
Il fenomeno dell’università «di massa», come si diceva allora, trovò nella cosiddetta «contestazione» una specie di falso alleato. Se l’università doveva far fronte a un cambiamento quantitativo nel rapporto professori/studenti e forse anche nei sistemi formativi, educativi e di avvio professionale, il movimento di allora predicava una rottura verticale e definitiva con il «sistema», andando molto al di là della giusta ipotesi dello svecchiamento e della lotta all’autoritarismo dietro cui si celava, senza dubbio, un’idea oscurantista, elitaria e antidemocratica della scuola e delle istituzioni culturali, come Pasolini stesso l’aveva sottolineato, all’indomani della « battaglia » di Valle Giulia nel suo poema « Il PCI ai giovani« . Invece di « uccidere il padre » per assumersi fino in fondo delle vere responsabilità, gli è stata tolta l’autorità formale, salvo approfittare delle risorse reali del padre stesso per sfruttare al massimo tutti i privilegi e vantaggi possibili e immaginabili.

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Insomma Giorgio, forse tu non ricordi che nel lontano 1968 presi una volta la parola, nell’aula magna gremita, per dire, sotto lo sguardo beffardo di Sergio Petruccioli, che avremmo potuto e dovuto approfittare di un’occasione. Ricordo che i nostri compagni di università mi ascoltavano molto attentamente, anche se io ero timidissimo e parlavo a scatti. Bisognava utilizzare quel provvisorio «potere», che il ’68 ci regalava, per dire la nostra, per «metterci intorno a un tavolo» con professori e assistenti e cercare di capire, insieme, cosa non andava nella nostra sgangherata facoltà, per cercare di impostare una didattica e una ricerca più coerenti con le nuove esigenze e soprattutto con l’esigenza di una vera democrazia. Non si usava, allora, la parola «trasparenza». Per quella abbiamo dovuto aspettare l’avvento del povero grand’uomo che è stato Michail Gorbaciov, ma, ne sono sicuro, nel mio timido intervento pensavo soprattutto alla trasparenza.
Se c’eri, forse ti ricorderai che questo mio invito alla concretezza e all’onestà fu interpretato come una «azione di disturbo». Petruccioli mi attaccò, dicendo in sostanza che non avevo diritto di parlare, perché non avendo partecipato attivamente a tutte le azioni e riunioni del movimento studentesco, non sapevo di cosa stessi parlando. In verità, il leader indiscusso del movimento nella nostra facoltà era molto preoccupato, perché subito dopo accese un registratore, a tutto volume, obbligando l’uditorio ad ascoltare la voce sofferente di Oreste Scalzone. Quest’ultimo aveva rischiato la morte durante una recentissima manifestazione davanti alla facoltà di legge, essendo stato colpito sulla schiena dal lancio di un banco di scuola, che uno studente di estrema destra aveva fatto cadere da una finestra. Un episodio dolorosissimo che mi riporta alla memoria il clima spettrale di quella giornata veramente tragica.

Resta il fatto che la mia buona volontà fu zittita e ridicolizzata. Continuai a seguire me stesso e mi accorsi tra l’altro di non essere il solo a pensarla così. Renato Nicolini, per esempio, non era certo un facinoroso e fu anzi sempre lucido su questo punto, realizzando poi in prima persona, dieci anni più tardi, il rovesciamento che molti si aspettavano. Pur nell’ipotesi «effimera» dell’Estate Romana, la sua idea di cultura popolare — ma elevata, intelligente, ambiziosa, inserita nel contesto europeo — era una delle strade giuste da seguire.

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Dunque, folgorati sulla via di Damasco da questo «bel momento» del ’68, abbiamo tutti concluso i nostri studi universitari nella condizione meno serena e tranquilla possibile. Avevamo infatti davanti a noi, in questa Roma incapace di diventare capitale d’Italia, un mondo esterno sempre più latitante, dove l’autoritarismo stupido era sostituito da una burocrazia dispettosa. Dentro di noi una vocina, una strana ostinazione e quasi una volontà ci obbligavano a resistere, a cercare a tutti i costi una strada, per noi, per gli altri e forse anche per il mondo.
Ma, ripensandoci alla luce di quello che viviamo oggi, già allora c’erano tutti i germi della degenerazione futura.

Giovanni Merloni

(Continua)

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La migliore scuola, 1975 (Ossidiana n. 62)

28 lundi Sep 2015

Posted by biscarrosse2012 in poesie

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Ossidiana

« Il personale è politico »

Sono il primo a restare sorpreso scoprendo, nelle pieghe delle mie lontane poesie d’amore, tracce chiare o contraddittorie di un discorso politico.
Sono anche stupito per un tale malessere, che mi portava a fare delle analisi lucide, nella realtà in cui vivevo, intorno ai segnali latenti di involuzione, di mancanza di coerenza e di tenacia anche in coloro che avevano così tanto voluto il cambiamento e la piena realizzazione della democrazia in Italia.
Com’era possibile un tale stato d’animo, nel 1975-1976, a Bologna? Proprio nel momento glorioso in cui il partito comunista italiano raggiungeva formidabili risultati alle elezioni regionali e politiche? Vedere il nero nel rosso di tante speranze che si ridestavano?
Era l’amore, coi suoi alti e bassi, che mi rendeva così pessimista? Di quali «strani maestri» parlavo?
Non certo di coloro che stimavo e frequentavo come padri e fratelli. Ma avvertivo, anche nella nostra isola felice, l’eco di un mondo che prendeva una brutta piega, di una democrazia imperfetta che era sempre più minacciata…
D’altronde, fu proprio nel 1975 che noi dovemmo subire la morte violenta di Pier Paolo Pasolini, un uomo che aveva avuto il coraggio di dire, in assoluta contro-tendenza, delle cose assai scomode, che nel tempo si sono rivelate terribilmente vere…
Avevo già, mi sembra, il presentimento di quello che stava lì lì per accadere. A cominciare dall’omicidio di Aldo Moro, la bomba alla stazione di Bologna, la grave corruzione che avrebbe segnato l’epilogo di una fase politica che aveva sempre ruotato intorno Democrazia cristiana o al partito socialista, fino all’arrivo di Silvio Berlusconi e dei suoi alleati della Lega Nord…
«Il personale è politico…» si diceva in quest’epoca ormai dimenticata. Per dire che la vita del singolo non può restare chiusa in una camera stagna e viceversa. Del resto, ognuno di noi avrà sempre a che fare con la vita degli altri, la collettività, la politica.
Forse ci avevano autorizzati ad amare più liberamente che nel passato, ma ci hanno poi levato, giorno dopo giorno, il diritto di parlare, di dialogare, di partecipare a una discussione costruttiva. Nel momento preciso in cui l’Italia era pronta a diventare un paese libero, ne è stata bruscamente distolta, in cambio di una falsa libertà, basata sul denaro e sull’egoismo istituzionalizzato. Un paese «disturbato», il mio.
G.M.

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Foto di Giorgio Muratore, da Archiwatch

La migliore scuola

I
Ci hanno fanno credere migliore
questa scuola senza inutili scorie
tra le liane e i serpenti
di una buia giungla carnivora.

Ci hanno insegnato
a impostare la voce
su pungenti note selvagge.
Ci hanno inculcato
una lingua senza aggettivi
un dialetto senza accenti,
perché non ci sentissimo esclusi
dalla lussureggiante kermesse
popolata da sorridenti fanciulle
inanellate.

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Foto di Giorgio Muratore, da Archiwatch

Ben presto
questi strani maestri
si sono appartati
ben bene bardati
di specchietti e collane
intorno a un fuoco
o un gorgo improvvisato.

Ben presto
hanno rispolverato
i loro strumenti di tortura
le loro informazioni di seconda mano.

Ora lo sanno come fare a disfarsi
di coloro che preferiscono
l’anti-retorica
guappa e spensierata
delle parole storpiate
delle storie inventate
delle voci incontrollate
dei silenzi eloquenti
dei gesti irriverenti.

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Foto di Giorgio Muratore, da Archiwatch

II
Dopo la battaglia
la collina scoscesa
fu invasa da boy scouts
da colonnelli in pensione
da una pioggia di biglietti
di illusorie cacce al tesoro.

Dopo la sconfitta
le donne che avevamo amato
finsero di essere alberi
incollati ai muri
di disadorni appartamenti di periferia.

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Foto di Giorgio Muratore, da Archiwatch

III
In questa società priva di senso
sarà futile qualsiasi speranza
di eventi propizi.
Il parcheggio della giovinezza
non si aprirà nuove strade
da assoggettare alle ruote dei passi.

Ma almeno, malgrado tutto
voglio avere vissuto, voglio avere lottato.

Ma almeno, nonostante
quest’anima derisa
e questo corpo ferito
voglio avere amato.

Giovanni Merloni

Questa poesia è protetta da ©Copyright

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La calma del calamo fa sparire i rumori del mondo

25 vendredi Sep 2015

Posted by biscarrosse2012 in recensioni e dibattiti, ritratti

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Ghani Alani, Parigi

001_alani 06 (1) 180La calma del calamo fa sparire i rumori del mondo

In occasione di una nuova visita a Ghani Alani, sono rimasto circa mezz’ora a osservarlo mentre lavorava. Come se assistessi, dall’alto di un promontorio, alla traversata di una barca che avanzasse lenta e calma nell’acqua ferma e tiepida del Mediterraneo al crepuscolo. Oppure ai gesti sicuri di Robin Hood (o di Guglielmo Tell) nell’atto di tirare la corda dell’arco contro il petto, prima di lasciar partire la freccia, dando già per scontato che questa colpirà proprio nel centro del bersaglio lontano, invisibile per le persone normali. Affascinato dall’alternanza del calamo e del pennello, io mi sono a lungo interrogato sul sesso dei nomi che diamo alle cose. Per esempio, calamo è maschile, mentre penna è femminile. Il calamo, che si fabbrica tagliando le canne, per assolvere alla sua missione ha bisogno della sua cavità naturale interna, creata dalla natura stessa per farvi colare l’inchiostro, anch’esso maschile. D’altra parte, avendo la punta tagliata sulla diagonale, il calamo somiglia a un flauto (mentre in francese il « roseau » (canna) è maschile e l' »encre » (inchiostro) è femminile…

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Mentre Ghani Alani lasciava scivolare l’inchiostro lungo i solchi invisibili che la sua anima creatrice aveva tracciato idealmente sotto la grande pagina, mi sono divertito a raggruppare da una parte i « maschi » e dall’altra le « femmine che entrano un gioco durante queste traversate minuziose o di punto in bianco brusche e vitali. Il calamo, il pennello, il flauto e l’inchiostro e il foglio di carta aerano uomini (o ragazzi) dell’atelier di calligrafia di Ghani Alani, mentre la pergamena e la pagina erano le « donne » (o le ragazze).
Mi sono allora ricordato du una vecchia disputa filosofica di circa quidici anni fa, a Roma, tra me il maestro Alvaro Vatri, all’epoca della preparazione di une mostra e du uno spettacolo per festeggiare i duemila e passa anni di ponte Milvio, un ponte romano vecchio quasi quanto la città di Roma, cosiddetta « eterna » : « Tra il ponte e il fiume, chi è l’uomo ? ci domandavamo. Chi è la donna ?
Qui, la pagina, cioè la pergamena potrebbe identificarsi col fiume, mentre il calamo-pennello, tutt’uno con la mano e il gesto creatore, sarebbe il ponte. L’inchiostro o il colore chi cola dal calamo alla pagina, senza mai sconfinare, potrebbe essere invece l’acqua del fiume che torna al fiume stesso, come se la ruota di un mulino le imponesse delle capriole continue…
D’altronde, è proprio Ghani Alani chi lo dice : “non ci sarebbe la notte se non ci fosse il giorno ; non ci sarebbe la vita se non ci fosse la morte e finalmente non ci sarebbe l’uomo se non ci fosse la donna”.
La calligrafia rappresenta, dunque, soprattutto un atto d’amore, un abbraccio più o meno prolungato, un incontro d’amore dove tutto si confonde in uno scambio carnale e sublime. La pagina diventa calamo, l’inchiostro diventa pennello. L’uomo diventa donna…

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Prima di salutarci, Ghani Alani mi ha dato da leggere una poesia, in francese, col permesso di pubblicarla qui sotto, dopo averla tradotta in italiano.

Giovanni Merloni

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La lettera scaturita dal mio calamo è un’innamorata

Il calamo con cui lei scrive è la sua stessa immagine
Dolce alla carezza, armoniosa allo sguardo
Il nero dei suoi occhi, piangendo, fa sorridere le pagine del destino.

Dalle sue labbra, cola la linfa o il veleno, lo spirito del suo innamorato.
Lei non ha altro maestro che quello che l’ha scolpita
Col suo soffio, lei a volte è il flauto e a volte la penna.
Conquistatrice dello spazio per volere dello scrittore,
Lei è nata sulla riva del fiume:
Così ha potuto afferrare la melodia dell’usignolo.
Stretta alla mano del suo signore
Di questo mondo può tutto possedere.

Lei ricama con la notte i vestiti del giorno.
Se comincia a parlare, lei non lascia alcuna chance a un parlatore;
Muta quando è in riposo, diventa l’eloquenza in persona quando entra in azione.
Lei non si prosterna mai, tranne che in fondo alla nicchia della pagina amorosa;
Lei non carezza che la pelle dolce della pergamena;
Lei può disperdere le armate, ma può anche riunire le truppe della pace;
Lei non si disseta che inebriandosi all’acquasantiera dell’inchiostro per calmare così la sete di intelligenza.
Il liquore della sua bocca è la rugiada delle praterie della pagina;
A volte, lei ne diventa il torrente furioso.
Io la sento canticchiare, descrivendo le sue gioie e le sue infelicità.

« Sono stata innaffiata e cantata
E oggi, io innaffio, io canto.
E scrivo anche in bella calligrafia;
Mi chiamano canna
Per alcuni io sono la felicità;
Ed è una mano che mi fa cantare. »

Le sue lacrime sconfinano riempiendo le pagine
I suoi occhi scoccano frecce che arrivano al cuore degli innamorati;
Sotto i suoi denti lo spirito degli uomini si curva.
Una volta, l’ho sentita paragonarsi alla spada e dire

« Mentre io uccido senza versare alcun sangue
Tu, invece, massacri seminando la desolazione. »

Ghani Alani
(traduzione in italiano : Giovanni Merloni)

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La lettre de mon calame est une amoureuse

Elle écrit avec un calame qui n’est autre que son image
Douce à la caresse, harmonieuse au regard
La noirceur de ses yeux, en pleurant, fait sourire les pages du destin.

De ses lèvres, coule la sève ou le poison, l’esprit de son amoureux.
Elle n’a d’autre maître que celui qui l’a sculptée
De son souffle, tantôt elle est le ney, tantôt elle est la plume.
Conquérante de l’espace par la pensée de l’écrivain,
Elle est née sur la rive du fleuve :
C’est ainsi qu’elle a capté la mélodie du rossignol.
Enlacée à la main de son seigneur
Elle peut tout posséder de ce monde.

Elle brode avec la nuit les habits du jour.
Qu’elle commence à parler, elle ne laisse aucune chance à un parleur ;
Muette quand elle est au repos, elle est l’éloquence même lorsqu’elle est en action.
Elle ne s’est jamais prosternée qu’au sein du mihrab de la page amoureuse ;
Elle ne caresse que la peau douce du parchemin ;
Elle peut disperser les armées, comme elle peut réunir les troupes de la paix ;
Elle ne se désaltère qu’en s’enivrant au bénitier de l’encre pour apaiser ainsi la soif d’entendement.
La liqueur de sa bouche est la rosée des prairies de la page ;
Parfois, elle en est le torrent furieux.
Je l’entends chantonner, décrivant ses joies et ses malheurs.

« J’ai été arrosée et chantée
Et aujourd’hui, j’arrose, je chante.
Et même je calligraphie ;
On m’appelle roseau
Je suis le bonheur pour certains ;
On me fait chanter de la main. »

Ses larmes débordent pour remplir les pages
Ses yeux décochent des flèches qui atteignent le cœur des amoureux ;
Elle courbe l’esprit des hommes sous ses dents.
Une fois, je l’ai entendue se comparer à l’épée en disant

« Moi, je tue sans verser le sang
Et toi, tu massacres en semant la désolation. »

Ghani Alani006_alani 09 (1) 180Questo blog è protetto dal ©Copyright

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Per tutta la vita, 1975 (Ossidiana n. 61)

22 mardi Sep 2015

Posted by biscarrosse2012 in poesie

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Ossidiana

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Bar estivo all’aria aperta nel recinto dei Recollets (Paris Xe)
sede dell’Ordine degli Architetti francesi

Per tutta la vita

I
Desidero un bagno
in una cascata
che scrosti le scorie
di questa guerra
il fango delle paludi
della confusione
degli escrementi
dei piccioni morti
delle tue parole
il vomito di sangue
della mia paura di soffrire.

Desidero riappropriarmi
del mio corpo
senza peso
della mia pelle senza colore
della mia testa
senza ossessioni.

Desidero il tuo abbraccio
tra foglie di leggenda
in uno statico quadro
di Leonardo.

Desidero quel clima di gioco
con cui è stato rischioso
scherzare.

Desidero il tuo sguardo
la solida roccia
del tuo sospiro
delle tue braccia.

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Bar estivo all’aria aperta nel recinto dei Recollets (Paris Xe)
sede dell’Ordine degli Architetti francesi

Desidero per tutta la vita
questo distacco
con cui sorrido
comprensivo e complice
agli imprevedibili eventi
di una vita diversa
inconsueta.

Desidero un ordine di cristallo
e una casa liquida
trafitta dal sole verde.

Desidero che tu mi accetti
che tu mi scelga
che tu mi riconosca
quello che tu hai tolto
quello che tu hai messo.

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Bar estivo all’aria aperta nel recinto dei Recollets (Paris Xe)
sede dell’Ordine degli Architetti francesi

II
Bisognerebbe stare alla larga
da coloro che teorizzano
il proprio contingente equilibrio
da coloro che rigettano l’angoscia
da coloro che amano la vita
da coloro che si difendono
con ogni arma
da coloro che
inevitabilmente
ci trascinano.

Bisognerebbe stare alla larga
da persone come me
e come te.

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Bar estivo all’aria aperta nel recinto dei Recollets (Paris Xe)
sede dell’Ordine degli Architetti francesi

Giovanni Merloni

Questa poesia è protetta da ©Copyright

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Ex abrupto, 1975 (Ossidiana n. 60)

16 mercredi Sep 2015

Posted by biscarrosse2012 in poesie

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Ossidiana

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Anch’io

Anch’io posso avere un senso
un rapido profilo
un capo e una coda.

Amarezza non è malinconia

Amarezza non è malinconia.

Amarezza è lo scherzo insensato
che ci piomba addosso
quando la passione, ottusa,
rotola a terra.

Amarezza è la forza
di guardarsi allo specchio
e restare ben saldi
scrutando
l’inutilità ritrovata,
e il vaso mai colmo
del nostro bisogno d’amore.

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Ogni giorno è il primo e l’ultimo

Cos’è la bellezza
cos’è il dolore
ogni giorno è il più bello
ma anche il più triste.

Cos’è la giovinezza
cos’è la vecchiaia
ogni giorno è il primo e l’ultimo.

Giovanni Merloni

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La nostra casa è un albergo, 1975 (Ossidiana n. 59)

13 dimanche Sep 2015

Posted by biscarrosse2012 in poesie

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Ossidiana

001_photo cèze più gérard 180La nostra casa è un albergo

La nostra casa è un albergo.

La nostra terrazza
è la terra levigata
di un deserto che scotta.

Il nostro giardino senza recinti
è l’erba calpestata
di un privato proprietario
che ci ospiterà
fino all’alba.

I nostri vestiti scuciti
scivolano sull’asfalto
mentre corriamo,
a braccetto,
come due strani clown,
sempre salutando
quello scombinato casolare.

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Forse un giorno

Forse un giorno
un cavaliere inesistente
del tutto indifferente
ti rapirà
con disinvolto galoppo
e fumi di polvere
intorno alle tue porte di pietra.
In mezzo alla cenere rossa
la sua piuma pervinca
trascinerà a terra la statua di calce
del nostro straziante monologo.

Aspettandolo,
il tuo corpo nudo,
spezzando il nodo che ci legava
sconvolgerà la duna
rivelando tra noi
uno strano deserto
di solitudine
dove si nasconde la forza
dimenticata
degli slanci d’amore.

Se ci penso, solo Ieri
le tue parole assediate
correvano intorno ai miei occhi
nella stanza assolata
di un ring sotto i riflettori.
In quel recinto inespugnato
nudi, ci carezzavamo,
senza mai pensare
senza mai montare sulla torre su in cima.

Nonostante
questa prova avvilente,
quel galante cavaliere inesistente,
con un gesto elegante,
mi ha ridato il suo vestito
il suo elmo insanguinato
i suoi guanti polverosi. Tra poco
lo spiraglio del tuo sguardo
traverserà il recinto d’ombra
del mio cuore guerriero
risuscitato
pronto a gridare.

Giovanni Merloni

Questa poesia è protetta dal ©Copyright.

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Il mio primo «libro» in francese

10 jeudi Sep 2015

Posted by biscarrosse2012 in recensioni e dibattiti

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Proprio ieri, 9 settembre, il giorno del compleanno di mia figlia, la posta mi ha consegnato un grazioso pacco contenente alcune copie del mio primo libro in lingua francese : « Poèmes d’avant l’amour », pubblicato dalle «Éditions des Poètes français». Sono perfettamente consapevole di quello che ciò significa. Ma sono tranquillo, fiducioso, contento di poter «trasmettere» qualche briciola di un discorso fin troppo lungo.

Giovanni Merloni

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Lo stesso entusiasmo distratto, 1975 (Ossidiana n. 58)

07 lundi Sep 2015

Posted by biscarrosse2012 in poesie

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Ossidiana

003_ossidiana doppia 180

Lo stesso entusiasmo distratto

Beninteso,
sono gli stessi luoghi
soggetti alla stessa ombra sorniona
con i loro vestiti da cerimonia,
con i loro sorrisi vuoti
indelebili sotto i lampi
di una stampa distratta
che sa già tutto, prima di arrivare.

Di certo,
altre fate
scherzose manipolatrici
bucheranno prima o poi
con le loro figurine carismatiche
quest’aria vecchiotta
quest’ombra cortigiana.

In questi luoghi
imbruttiti o abbelliti dal tempo
sarà sempre scolpita
la nostra voce zoppicante
ignara di vivere, pronta a morire
passando.

Ben volentieri
ci torno
anche se tu non lo farai.

Ben contenta,
tu acciufferai questo vento
anche se io non ci sarò.

Forse ogni pietra,
ogni cartello imbrattato
si ricorderà di me e di te
rivedendoci
intimamente avviluppati
nello stesso entusiasmo distratto.

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Hai un appuntamento “in centro”

Hai un appuntamento “in centro”
in una città con i negozi illuminati.
Ma c’è ancora il sole
e le mani calde
e il caldo nello stomaco
e i colori prima del tramonto
disegnano e invadono
come nebulose
le tue forme sonnolente
il tuo passo veloce
verso un punto lontano
verso di me.

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Fiorellino impigliato nella mia giacca

Fiorellino impigliato
nella mia giacca
conchiglia rosa
per i miei sassolini bianchi
ape regina
ape laboriosa
cicala vagabonda
mia carezza liberty
tra i sordi rumori
della vita violenta:
Ossidiana.

Giovanni Merloni

Questa poesia è protetta dal ©Copyright

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Ho deciso di scriverti, 1975 (Ossidiana n. 57)

01 mardi Sep 2015

Posted by biscarrosse2012 in poesie

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Ossidiana

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Ho deciso di scriverti

Ho deciso
che non farò niente
per ricordarti
(tanto è inevitabile)
niente per dimenticarti
(tanto è impossibile).

Ho deciso
che chiuderò con cura
la porta definitiva
del silenzio
lasciando fuori
gli inutili bilanci
le vane elucubrazioni
su ciò che è stato
oppure
su tutto ciò che poteva
succedere
se fossimo nati biondi
come tu dici,
e più intelligenti
dotati di uno spirito libero
più perspicace e civile.

Ho deciso
che sarò forte
che non mi farò schiacciare
né mortificare
e lotterò ancora
per essere me stesso.
Lo farò per te
lo farò contro di te.

Ho deciso
che non smetterò
di guardare nella tua stanza
in mezzo al corridoio.

Certo, il mio sguardo
sarà obliquo
e il mio cuore scoppierà
vedendoti, di profilo,
intensa, pronta a esplodere.
Ma ho deciso
che, un giorno
racimolerò, te lo prometto
la forza
di rivolgerti la parola
lasciando libere
le mie frasi sghembe
di mescolarsi
alle tue folgorazioni
cupe, ogni volta
che avremo voglia
di parlare di quello che ci resta
in comune
dello strano destino dell’amore
di quanto resta in vita
nei nostri corpi dimenticati.

Ho deciso
che ogni giorno innaffierò
il fiore impetuoso
della tua assenza.

Ho deciso di spedirti
un telegramma
dicendoti che resterò solo
che non avrò più fretta
né precipitazione
che non sarò
come dici tu
pesante e maldestro,
che non mi butterò via
che mai, mai
ti tratterò male.

Ho deciso
che non crederò
ai tuoi ritorni di fiamma
né alla tua nostalgia
ritardataria
ma sarà sempre ingiusto
troppo duro per me
decidere di cancellare
d’un sol tratto di penna
il tuo nome,
perfino nel giorno
favoloso e lontano
che ti avrò dimenticata.

Giovanni Merloni

Il disegno e la poesia qui pubblicati sono protetti dal ©Copyright.

TESTO IN FRANCESE

Password : Prato

29 samedi Août 2015

Posted by biscarrosse2012 in racconti

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Roma

001_alpe di siusi 2003 180

Password : Prato

La notte scorsa, in mezzo a un sogno di ascensori che diventavano funicolari e di piastre urbane che si trasformavano in sotterranei a perdita d’occhio, mi sono detto, « PRATO », una parola capace di sprigionare, per me, la forza prodigiosa di dissolvere ogni bruttura ricacciandola sotto il cuscino.
Nel mio immaginario « PRATO » non è esattamente il « PRATONE » di cui parla Claudia Patuzzi nel suo ultimo romanzo inedito, « Non disturbare il mare ». Quando sogno un PRATO, infatti, io non muoio dalla voglia di assaggiarne tutte le erbacce né di graffiarmi le mani e i piedi al brusco contatto con le ortiche e le piante selvagge.
Il mio PRATO è un morbido tappeto ondulato, accogliente e ordinato come se ne incontrano per esempio sulle Dolomiti, all’altitudine di circa 1200 metri, lì dove comincia il bosco. Oppure una radura dove la luce ondeggia sospinta da una brezza leggera.
« Rotolarsi nei prati », ecco un piacere assoluto per me, lo stesso che « tuffarsi nella paglia o in uno specchio di mare blu ». Come « stendersi a terra » nella piazza del Campo di Siena o sui gradini del sagrato di San Petronio nel bel mezzo di piazza Maggiore a Bologna.
Che importa se nei prati dei miei ricordi innocenti ci si può imbattere nelle pozzanghere di escrementi e d’erba lasciate dalle vacche pascolanti ! Ci sarà sempre qualcuno che dirà « ecco l’oro dei campi »…
Dunque, se parlo di un Prato, è per fare allusione a un Prato verde. Una specie di antidoto poetico alle brutture del mondo : fino a quando l’uomo si manterrà capace di salvare e conservare « almeno i prati indispensabili », l’umanità resterà fuori da un vero pericolo…

002_1994 180

Ecco perché, nel 1994, quando creai la mia prima mail d’ufficio, io scelsi « prato » per la mia password.
Mi ero appena trasferito dall’assessorato ai Lavori pubblici a quello dell’Urbanistica. Mi avevano affidato la direzione dell’ufficio regionale che si occupava delle questioni urbanistiche del comune di Roma… Dalla vetrata del mio ufficio godevo della splendida veduta di un bellissimo Prato ondulato, in salita, costellato di pini e cipressi, curato alla perfezione, senza l’ombra di esseri umani e invece denso di animali visibili e invisibili. Questo prato faceva parte di un’area verde più vasta, che si ricollegava, più in là, all’immenso parco della via Appia Antica, principale « polmone verde » nel territorio a sud della capitale.
Mi recavo in questo ufficio attraversando Roma da nord-ovest a sud-est, quasi da un estremo all’altro : dalla Balduina a Tormarancia. Nel mio perenne stato di esaltazione e di stanchezza, questa traversata diventava ogni giorno di più un’avventura. La scoperta di ogni piccolo nuovo particolare — una scritta, un muro, un portone, un semaforo, un albero o un cespuglio aggredito dal gas delle macchine — mi obbligava a riflettere o, più spesso, a cercare una via di fuga.

003_il mio prato JPG

A nord ovest del parco di Tormarancia, i due edifici bianchi ospitavano nel 1994 gli uffici dell’Urbanistica della Regione Lazio
a Roma  

Non posso spiegare qui, oggi, la bellezza contraddittoria del quartiere di Tormarancia dove arrivavo, trafelato o indaffarato, al mio lavoro quotidiano. E non posso neppure fare un bilancio qualsiasi di quello che significavano per me, nell’insieme degli impegni da fronteggiare, le trasformazioni reali o invisibili che avvenivano sotto i miei occhi in questa particolarissima zona di Roma.
Non posso farlo, perché — su una mappa di Roma appropriata, aiutandomi con foto e un minimo di documentazione — dovrei spiegare fino in fondo le mie affermazioni e i miei sentimenti. Avrei dovuto raccogliere tutto ciò è conservarlo all’epoca del mio impegno di allora, per ricavarne ora una sintesi che non fosse noiosa e per di più incompleta.
Non l’ho fatto. Nel 1994 mi sono calato nella realtà politica e amministrativa di Roma senza spogliarmi del tutto della mentalità e dell’esperienza che avevo acquisito durante gli anni di Bologna. Pur facendo dei notevoli sforzi, non ne ho forse fatti abbastanza. D’altronde, era molto difficile agire in un contesto che non condivideva le mie stesse idee e convinzioni.
Durante i miei cinque anni di permanenza all’urbanistica sono stato sempre trattato con fiducia e rispetto. Ho potuto così avere la soddisfazione di qualche piccolo risultato, senza dover rinunciare ai miei principi e alla mia visione delle cose. Ma, indubbiamente, non ho mai avuto la possibilità di esprimere il mio punto di vista se non sotto forma di proposte corrette e di calorosi suggerimenti, condivisi peraltro da una minoranza molto esigua di persone sensibili.
Non si trattava di incapacità di questo o di quello. Avevo soprattutto a che fare con l’impotenza o la mancanza di volontà di andare fino in fondo e, soprattutto, di stabilire nuove regole più coerenti e vantaggiose per la collettività.
Non era dunque questione di persone. Di gente onesta e bene intenzionata ce n’era, questo è sicuro. A cominciare dal mio ultimo assessore all’urbanistica, l’unica persona al mondo che poteva assumersi la decisione di affidarmi la direzione, per due anni, dell’intero settore della pianificazione dei comuni del Lazio.
Roma avrebbe potuto e dovuto, più di tutte le altre città d’Europa, trarre vantaggio da una più rigorosa e lungimirante amministrazione delle sue immense risorse naturali e culturali. Ma non ha voluto e ha invece impedito, con ogni mezzo, che si facesse seriamente alcunché, che ci si mettesse al lavoro con la necessaria continuità…

004_mot de passe prato 180

Quando mi sono svegliato dalle peripezie verbali del mio « incubo urbanistico », la parola PRATO si era volatilizzata. Con questa parola era anche sparita la gigantesca facciata degli uffici di via del Giorgione, lo stesso palazzo dove Elio Pétri aveva girato «Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto» con il grande Gian Maria Volontè.
Aprendo Twitter, mi sono subito collegato con una persona che stimo: Laurence. Oltre a rilanciare ogni giorno espressioni e riflessioni piene di attualità di poeti e filosofi straordinari, Laurence « appende » al suo muro alcune frasi particolarmente efficaci e profonde. Stamattina, vi ho letto :

« … a volte, all’improvviso, resto stupefatto e ho l’impressione di essere solo ad accorgermi della stranezza di tutto ciò che ci circonda. »

Questa frase di Lambert Schlechter, uno scrittore lussemburghese molto acuto, esprime perfettamente lo stato d’animo che avevo al mio risveglio. Quante volte avevo colto questa « stranezza », provando a sensibilizzare il maggior numero di persone possibile, con la dovuta energia e insistenza! Nessuno ascolta nessuno, forse…
Oggi, leggendomi, voi avete sicuramente notato quale imbarazzo si produce in me quando inizio un sondaggio qualsiasi su questo momento cruciale della mia vita. Il fatto è che è difficile spiegare (anche a me stesso) per quale ragione avevo allora bisogno di sognare un Prato verde ! E come rimasi sorpreso, perfino interdetto, trovandolo là, a disposizione dei miei occhi per tutto il tempo che potessi desiderare, proprio là, nel luogo dove le contraddizioni dei nostri destini urbani e umani raggiungevano la punta massima della loro attualità e frequenza!
Questo spettacolo era riservato alle finestre orientate a sud-est, mentre tutte le altre dovevano scontrarsi ogni giorno con la banalità di una strada priva di fascino e gli scherzi di un traffico anonimo.
Ora capisco che questo prato verde, beatamente steso sotto i miei occhi in tutta la sua meravigliosa realtà, io non lo guardavo mai, non lo vedevo nemmeno. Né vedevo le piccole sfumature prodotte dalle innumerevole trasformazioni del cielo. Se mi affacciavo alla vetrata, non vedevo che questa Roma inafferrabile e indomabile, con i suoi Alti e Bassi, con i suoi abitanti per lo più rassegnati e contenti, soddisfatti del loro provvisorio benessere e perfino convinti di avere afferrato l’intimo sapore dell’esistenza. Assicurarsi questo benessere, questa vita « a parte e da parte ». Forse tutte queste persone che passeggiavano, indaffarate, sul marciapiedi alle mie spalle, avevano anche loro un Prato privato nelle loro teste. O invece nei loro computers. Un Prato passe-partout, per aprirsi al mondo oppure per chiudere a doppia mandata il mondo fuori da casa loro.

Giovanni Merloni

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