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Archives de Tag: Stella

Una poesia per te, 1973 (Stella n. 3)

29 mardi Jan 2013

Posted by giovannimerloni in poesie

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Stella

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Una poesia per te

Una poesia per te
è un programma sublime
ma clandestino
disturbato da radio nemiche,
è una cartina muta
dove indovini le città
e le strade,
è un cuore immenso
che vorrebbe scaldarti
e invece si congela
in una trappola per topi,
è una lettera
dalla prigionia
che si gonfia
come un lenzuolo
e si fa treccia
solida e lucente
nella notte di luna
di una fuga partigiana.

Giovanni Merloni

TEXTE EN FRANÇAIS

Questa poesia è protetta da ©Copyright

Va il treno, 1973 (Stella n. 2)

22 mardi Jan 2013

Posted by giovannimerloni in poesie

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Stella

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Va il treno

Va il treno
e tutto resta indietro
e tutto viene avanti
e io non esisto
e solo io esisto.

Va il treno
viene la terra
va il treno
viene il mare la laguna
le case le torri
le ansie le cose gli uomini.

Va il treno e vieni tu.
Va il treno e tu non ci sei
mentre io sono proteso
verso questo ritmo
che assecondo
che non mi fa pensare
che non mi fa ricordare
Questo rullio
non mi stanca
non mi riposa.

Va il treno
e tu cammini
ma ti muovi lenta
chissà dove
come un’idea fissa.

Va il treno
dove ci sono io
un treno vuoto,
pieno di cose che non mi fermo
a guardare
di pene che ignoro
di mondi, di memorie, di amori.

Va il treno
sopra le città
i letti i baci gli abbracci
sopra quelle luci dolorose
di finestre socchiuse.
Va il treno verso
tante donne tanti uomini
tanti che aspettano
tanti che si nascondono

Ferma il treno
diventa un tram
un serpente pesante e ingombrante.
Ferma il treno, e ti vedo
attesa sperata sognata desiderata.
Ferma il treno, e invade
la tua ansia e la mia,
estranee come i nostri due sguardi sbarrati.

Riparte il treno
e ci lascia sulle mattonelle.
E, lugubre come in una festa,
gioioso come in un funerale,
si porta via
un mondo di persone da treno
mentre la città ci apre
in silenzio
le porte della notte.

Vanno allora, sotto i portici
i nostri passi disarmati,
vanno i nostri pensieri
a intrecciarsi
come sciarpe,
vanno le nostre mani
a lambire i fili del cielo.

Giovanni Merloni

TEXTE EN FRANÇAIS 

Questa poesia è protetta da ©Copyright

Africa, 1973 (Stella n. 1)

20 dimanche Jan 2013

Posted by giovannimerloni in poesie

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Stella

01_avalanches002 n&r

Africa

Al di là di molta schiuma
la prua di ferro
annegata tra gli squali e i gabbiani
risucchiati dal vortice della fretta dei nodi
al di là di molti fondi marini
fluttuanti di genti sconosciute
di bagnanti agili e leggere
sorge bianco, salgariano trionfo
un sottile molo di cemento
un via vai di gente lungo la passerella
una montagna di valige
e il motore acceso
tra i negozi di frutta.

02_africollage x avalanches_part_giallo

Scivolerai attenta
a ogni uomo, a ogni vestito
appuntando nella memoria
la sorpresa davanti
all’improvvisa realtà delle cose
scrivendo di corsa
lo stupore di un andare-e-venire
del tutto abituale
tra la gente d’Africa
tra i colori e i rumori
tra i fumi di droga
e i soffi di polvere e vento.
Chiuderai gli occhi
per fotografare
quello che non riesci a vedere;
riaprirai gli occhi
per dichiararti felice;
oppure inciamperai, cadendo a capofitto
nel mare gonfio del porto
(ti salverai? morirai? ti porteranno via
bianca sopra le teste?);
mai lo saprò – perché non ci sarò.

03_africollage x avalanches_part_celeste

Dentro un polverone
di sabbia e carta
sta partendo un gigantesco circo su due ruote.
È un cavallo nero e rosso
scalcinato e solitario
che corre, impaurito
tra gli alberi piegati dal vento.
Semiaddormentata ti posi
sulla spalla nera di cuoio
e inghiotti acqua sole vento
insieme alla strana voce
che ronza senza farsi capire:
«Non partire… aspettami!
Vedi? mi butto giù per le scale
per venire a prenderti…»
Ti distendi rassegnata
sulla sella araba
al ritmo pigro del deserto;
il tuo sguardo socchiuso accarezza
le facce nere di sole
che camminano ai lati
della pista africana. D’un tratto
riconosci i miei capelli
il mio naso, la curva pensosa e claudicante
del mio solitario destino.

04_africollage x avalanches_part_viola

Sei ancora in Italia
sulla strada che va a sud
in mezzo alla pianura senza colori
unica ombra il bolide
piegato sull’asfalto
sola varietà i due caschi
che sembrano parlare
delicatamente animatamente
o – tragicamente – tacere.
Quanto deve durare
il mio smarrimento?
in quale momento reale
scenderai da cavallo?
a che ora, accaldata
uscirai dalla tuta
come Venere dalla conchiglia?
Quando, moglie di un altro
figlia di un altro
madre di un altro
ti presenterai (nuda e spiritosa)
davanti al mio schermo?
A che ora vogliamo fissare
il nostro rendevù mentale?

05_africollage x avalanches_part

All’ora ics partirai davvero
spezzando le linee del cielo
a distanza sentirò uno strappo:
il fantasma ingombrante
cadrà dalla moto
ma subito si rialzerà
spolverandosi le vesti:
solo qualche ammaccatura
per i nostri sogni
(ma tre volte ti saluterò
tre volte ti ridarò
l’abbraccio rubato
tre volte, delizia del passato
emigrerà dal mio corpo sfiatato
un sospiro disperato).

06_avalanches001 n&b

Mi lascerai solo
ma anche tu sarai sola
rivolgerai gli occhi a terra
pensando di trovare
tra le ombre svolazzanti
il mio nome: un biglietto
sgualcito, uno sbaffo di colore
un piccolo gesto.
Come saranno vuote le parole
rimbombanti nelle gallerie
dilatate nel fuoco fatuo dei miraggi
polverizzate dalle ali grigie
dell’aereo africano.
Mi lascerai una voluminosa speranza
da consumare lentamente
ma sarà insistente, sgarbato
il tarlo che fa disperare:
partirai con l’uomo di legno
ma io costruirò
con palline di zucchero e vetro
un monte e un castello
dove terrò nascosto
il mio pensiero dominante.
Curato e spento, ma cordiale
uscirò vestito di bianco
e camminerò a lungo
su e giù per il marciapiede
di una stazione di noia.
In quel tempo sprecato
con l’avidità di un malato di fame
strapperò uno a uno i giorni
che tu mangerai lentamente
su un alto sgabello davanti
a un lungo bancone africano.

07_africollage x avalanches

Sei arrivata in Africa
e già ti rinchiudi
in un angolo di buio
cercando di afferrare
tra i bagliori e i fumi
i tamburi lontani.
Ma Bologna non ha
voce, riesce soltanto
tra sforzi generosi
a lanciare striminziti
cenni delle mani.
Anche io non son buono
a parlare. Con la testa
tra le dita, gemendo
rincorro la tua ombra
che appare e scompare, trovando
sotto i portici l’Africa
oltre gli argini l’Africa
tra le bocce perse
e i militi ignoti l’Africa.

Ieri sei già tornata
colpita (gravemente, duramente)
dal mal d’Africa, incerta
(visibilmente, crudelmente)
sul da farsi.
Non mi hai raccontato niente
anche se, distratta e petulante
hai srotolato un ispido tappeto
arcaico, colorato
fumante di misteri
e di ansia presente.

L’Africa ti ha riportato qui
in carne e ossa, a passeggio
tra parapetti di pietra
e vecchi portoni
libera di guardare, invidiosa,
le persiane accostate,
le tendine bianche
padrona di ostentare
finto fastidio e modesta sorpresa
di fronte all’agile chiave
che apre e richiude la porta.
Una nuova voglia di vivere
malata d’Africa
(imbarazzata felice e dolorosa)
ci fa rotolare
in un’indifferente striscia
di sabbia d’oro.
Chissà se l’Africa che io ti racconto
è davvero più vera
della Bologna rossa dei tetti
e dei quieti rumori che forse
avevi dimenticato.

Giovanni Merloni

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