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Signora Rubens

Signora Rubens
la terra è battuta dalla polvere rossa
il tuo corpo bianco
cade senza fretta, sfuggendo
con graziosi gesti di stizza
alle cure vischiose
di un’ostinata guardia carceraria.
Volando tendi le braccia
verso una nuvola di nebbia viola
discesa tra gli alberi.

Signora Chagall
ci teniamo per mano. In cordata ci caliamo
nella lugubre allegria di un vulcano.
Un invisibile alleato
con parole di fumo e di fuoco
ci interroga. Ci vuole trasformare,
e farci, da quaggiù, decifrare il sole.

Signora Renoir
sotto l’ombrello grigio e celeste
la tua camicetta si allaga di sudore.
Il vento vaga sulle tue ginocchia.
Le mimose seppelliscono le tue mani.
Le carezze della primavera
spiegazzano la grande gonna:
“Un lestofante che sa parlare
sa anche tacere. Un goffo artista che sa rubare
sa anche regalare”.

Signora Klimt
il tuo charme è perfettamente intonato
ai ricci scapigliati, alla tua imprevedibile calma,
ai tuoi prevedibili capricci.
Senza preavviso l’amore avvolge le cose
e imprigiona la felicità nel bavaglio
del lento, sicuro andirivieni del nostro abbraccio.

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Signora Larionov
ho prenotato due lune di plastica
e ho preparato un bagaglio di vimini
con dentro magiche conchiglie per i tuoi veli leggeri.
Mi sono nascosto dietro un obiettivo di cartone
e ti ho vista saltare, sorridente
in un caleidoscopio di colori
sparsi tra i vetri rotti del davanzale.

Signora Modigliani
ti ho portata con me, in città disegnate dal sole
ingombre di cappelli e gelati.
Le nostre ombre in fuga,
ritagliate sui muri di calce
guizzavano ubriache.
Che atroce verità
la vile e sordida tenerezza
delle nostre gambe intrecciate.

Signora Rembrandt
nel silenzio della ronda di giorno
affonda il rumore selvaggio dei nostri passi.
Nella nostra affumicata prigione
osservo spaesato
l’ineffabile bellezza del tuo collo
inghiottito dalla luce improvvisa.
E’ perfido il destino che induce
a disfare, come un maglione stretto
la matassa dei corpi aggrovigliati:
“Non lo sapevi che pensare è disgregare
che parlare è complicare?”

Signora Goya
una mantilla nera ti nasconde
svelando le spalle
il tuo profilo incurvato.
Già sei nel salotto della casa in disordine,
vestita e svestita
davanti al tutore comprensivo e infuriato.
A precipizio innalzi
un muro rosso e viola,
una saracinesca di vetri appuntiti
per le mie disastrose cornate.

Giovanni Merloni

De « Il treno della mente » (« Le train de l’esprit »), Edizioni dell’Oleandro, Rome 2000 — ISBN 88-86600-77-1

TESTO IN FRANCESE 

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