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Incomincia quasi l’estate

Sul canale inquinato
galleggiano le mie gambe, le mie braccia;
dentro la sabbia ho scavato a morsi
un tunnel di pensieri
e la solitudine si è trovata stretta
in una morsa di voci,
di racconti, di spalle nude
appoggiate ai muri di legno.

Incomincia quasi l’estate
e somiglia a un glicine acerbo,
agli stucchevoli ricordi
di dolcezze spietate,
a una vecchia signora distinta
davanti al panorama di Roma.

Incomincia quasi l’estate
con il fumo e il sapore di paglia
di una sigaretta:
tra le labbra asciutte
rinascono l’euforia
di una rovinosa trasgressione
e l’entusiasmo pigro
di una passeggiata frustata dal sole.

Incomincia un nuovo ritmo del corpo
una nuova abitudine al caldo, al freddo,
ai nomi di strade nuove
ma un tarlo di dubbi
addenta lo smalto
dei sorrisi dell’amore.

In un pomeriggio di nuvole nere
svaniscono
le mie energie di ex atleta
mentre i nostri corpi,
gonfi di angoscia, si addormentano
in un grande letto informe.

Incomincia un’altra estate
al di qua della vita
che ci porterà nuovi imbarazzi
nuovi tentennamenti e labirinti
di siepi infuocate.

Incomincia un nuovo giro
non un nuovo corso:
siamo più vecchi
ma ci facciamo dentiere nuove;
la vita ci ha cambiati
ma ci mettiamo le protesi
per nuove verginità;
mai abbiamo combattuto
in campo aperto, ma ci inventiamo
una gamba zoppa
un occhio di vetro
un sedere di gomma.

Incomincia quasi l’estate
e traverseremo il suo brulicante deserto
per sederci sul parapetto di pietra
dove imiteremo la carnagione degli altri
e l’onda dei loro sorrisi.

Incomincia un nuovo rompicapo
per procrastinare la vita
seduti contro il vento del mare.


Incomincia l’altalena di stoffa
tra la schiuma della notte
e le voci di un nuovo giardino
dove disperata e violenta
un’altra estate incomincia.

Giovanni Merloni

Incomincia quasi l’estate (versione precedente)

Incomincia quasi l’estate. Sul canale inquinato galleggiano le mie braccia, la mia testa di capelli; dentro la sabbia ho scavato a morsi un tunnel di pensieri e la solitudine si è trovata stretta in una morsa calda, ossessiva di corpi femminili, di strilli, di racconti assurdi, di spalle appoggiate a muri di legno.
Ho seguito il fumo di una sigaretta: il sapore di paglia, la bocca seccata restituiscono l’euforia di un dolore affascinante dello squallore pigro di una stagione beatamente frustata dal sole.

Incomincia quasi, l’estate, con te dentro, inghiottita senza respirare, senza peristalsi nel fondo gelato dello stomaco morto. Ora mi incammino nella vita minimale, ma anche qui gli scrosci delle risa, i gesti improvvisi, i capelli biondi, la violenza di voci nuove mi restituiscono lo strano benessere della pazienza. Certo ho sofferto altre volte così ho sempre sofferto e amato e urlato di gioia così.

Incomincia un nuovo rompicapo: tu dentro, io fuori, seduto contro il vento del mare a programmare la vita nell’alternanza ossessiva della voglia di incontrarti della paura di incontrarti.
Incomincia l’altalena di stoffa tra la schiuma della notte e le voci di amici conosciuti in una inattesa vacanza, in un complotto improvviso inventato insieme.

Incomincia un nuovo ritmo del corpo, dei gesti, del caldo, del freddo: ancora una volta il rammarico, la sterile coscienza di avere sfidato, l’ambiguità e il tempo; le mie energie di ex atleta, come tendini stracciati on un pomeriggio tardi di nuvole nere. Ancora una volta mi aggrappo al quotidiano, respingendo il passato, respingendo il futuro: è stato troppo eccessivo il distacco, troppo sanguinosa la passione, troppo letterale l’interpretazione dei tuoi gesti.
Incomincia quasi, l’estate, e tu fai fagotto. Buon viaggio: questa storia si è conclusa, polverizzata, mi hai conosciuto, consumato, perso; ognuno di noi ritorna alla sua velocità. È stato assai saggio dire che non si cambia tutti e due nello stesso modo.

Incomincia quasi l’estate, scrutiamo incerti, desolati l’anno millenovecentosettantasei: un tarlo di dubbi addenta lo smalto dei sorrisi dell’amore, rovescia i nostri occhi, i nostri corpi gonfi di angoscia sul complice letto di un mondo fino a ieri evitato, rifiutato.
Non abbiamo avuto il coraggio di sbagliare, di correre incontro al vento, di sentirci stanchi, esauriti, lividi, puzzolenti, nevrotici. La nostra vicenda resta sospesa come un glicine acerbo: non sarà mai una storia, non ci saranno litigi, gesti fastidiosi, rincorse, non ci sarà la memoria mia e tua; resta solo un racconto bello a tutti i costi come un gelato, una vecchia signora distinta davanti a un panorama di Roma.
Resterò con un pugno di mosche e un’eco di parole rimbombanti, pesanti nelle tempie, e solo stucchevoli ricordi di dolcezze spietate verso noi stessi.

Incomincia quasi l’estate, un’altra estate al di qua della vita, dentro un nuovo imbarazzo, una nuova angoscia, un nuovo labirinto ossessivo tra siepi infuocate; incomincia un nuovo giro; non un nuovo corso, a raccogliere con stupida cura quello che l’euforia eroica aveva gettato: siamo più vecchi, ma ci facciamo dentiere nuove, siamo più sterili, aridi, ma ci facciamo protesi per nuove verginità; non abbiamo mai combattuto in campo aperto, ma ci inventiamo una gamba zoppa, un occhio di vetro, un sedere di gomma.

Incomincia quasi l’estate e riusciremo a traversare il suo infuocato deserto, e riusciremo ad arrivare su quel parapetto di pietra, a sederci tra gli altri, a imitarne la carnagione, l’onda dei capelli.
Incomincia quasi, l’estate, con te dentro, inghiottita senza respirare, senza peristalsi, nel fondo gelato dello stomaco morto. 
Addio.

Giovanni Merloni

TESTO IN FRANCESE 

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