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Vanno a riprendersi i vestiti smessi

Vanno a riprendersi i vestiti smessi
le fotografie polverose
dove persero un giorno il piacere
di ricercare l’antico segreto.
Vanno come allucinati fantasmi
tra cose morte, di plastica,
tenendosi legati con mani
solo di ossa.
Col gelo nelle narici
seguono la strada malferma
tra le nuvole di fumo
dei vulcani
e la solitudine delle aquile
incatenate alle montagne.
Vanno, i nostri morti
a confondersi col pietrisco
col lento sgorgare
di una sorgente sui sassi,
unendosi
alle vecchie case abbandonate
tra i sentieri d’ortica.

Una musica fuori luogo
li accompagna, mentre
una vita fuori tempo continua
indicibilmente complicata
per noi, sopravvissuti immobili
sostituti ignari
talvolta
disturbati dall’eredità
di abiti fuori misura
e di comportamenti fuori senso
sempre
delusi dalle vane interrogazioni
di foto mute e distratte.

Sono là, i nostri morti
affacciati alla ringhiera
del più alto campanile :
scrutano l’infinito
indovinando, nel buio
le nostre lontane, inafferrabili
meravigliose vite future.

Giovanni Merloni

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