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La mia vocazione alla vita

La mia vocazione alla vita

La mia vocazione alla vita
l’hanno decisa altri per me:
se sono buono o mediocre
non nasce proprio da me
neanche è mia colpa
se mi scuoto
se non mi scuoto
se percorro labirinti
che riportano sempre indietro.
Ma cosa vuoi, me ne dolgo
mi ci rigiro nel letto:
e ritorno alla colpa ancestrale,
alla tara, alle parole
dette o soffocate in un letto
la sera che io partivo verso la vita.

E mi sento ben colpevole
Sono malconcio, dentro
abile e goffo nel savoir faire
solenne nell’ignoranza
avvocato sublime,
artista di frammenti
uomo svilito
da un dovere incompiuto
dal peso
di una responsabilità
mai portata.

La mia vocazione alla morte
è ancora più scarsa
perché mi piace anche ripugnarmi
sentirmi poco attraente
addormentato nel raffreddore eterno
nella totale incapacità
di avere la battuta pronta.
La vita non è un detto-fatto, del resto
né un taglio netto
né un prima-e-un-poi.

La vita continua
sopporta le morti
i tradimenti le meschinità i furti
le miserie
perché continua inavvertitamente
e così uccide la Storia.
No, non sono portato
per questa vita che non ho scelto
non sono portato per nessuna morte
non sono portato per essere disperato
non sono portato per essere felice.

La mia vocazione alla vita
l’ho accettata come un distintivo
come un fiore appeso alla giacca
come un futuro appeso ai passi.

La vita che forse mi aspetta
è la vita vaga e sospesa
di un artista
di un saltimbanco
di un parlatore
che convince gli altri
per convincere solo se stesso
per poi continuare a ricordare
a rivisitare a ribadire le proprie idee confuse
a cercare
quello che in lui si è arrestato
in un preciso istante
quando, fuggendo dall’ovatta
è esplosa fuori la luce
nell’indistinto rumore
di voci di donne
che era la vita.

Giovanni Merloni

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