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001_tete-bien-coiffee-180Giovanni Merloni, novembre 2016

Un Napoletano a Parigi/1

Mi farebbe davvero piacere vederti arrivare, anche all’improvviso. Incontrarti a una qualsiasi stazione del métro. Sedermi con te a un bar all’angolo e fare colazione insieme. Dedicarti un po’ del mio tempo. Abbiamo molte cose da raccontarci, ma mi piacerebbe, per una volta, soprassedere, aspettare, osservarti in silenzio mentre ritrovi beatamente i rumori, gli odori e i sapori dimenticati di Parigi, questa città di cui fosti tu la prima a parlarmi, facendomela amare ancor prima di conoscerla !
Ora si sono invertite le parti perché tante cose sono successe e tu, ne sono certo, mi parleresti di Napoli, delle persone ancora vive che cercano di fare del loro meglio, di quelle che non fanno altro che danni, di quelle che non possono più fare niente perché sono sparite, puf ! da un giorno all’altro… Ma questi discorsi, io lo so già dove andrebbero a finire : « Ma perché te ne sei andato ? Ti trovi davvero bene a Parigi ? Dimmi la verità !… » Mentre io, guarda un po’ ! vorrei proprio evitare di parlare di quello che « ho lasciato » e di quello che « mi sono perso ». Non ne posso più della « strada vecchia » che sarebbe più sicura e fedele di quella nuova…
Ma non voglio mettere il carro davanti ai buoi, si vedrà, anzi vedremo ! Cercherò di liberarmi dai miei impegni e, se proprio sarò costretto ad andare da qualche parte, ti porterò in giro con me, senza però asfissiarti con l’obbligo della mia presenza : se vorrai girare da sola per Parigi, sentiti libera. Ci daremo via via degli appuntamenti, a cui, certo, io correrò sempre con il fiato in gola.
Mi piacerebbe essere io a decidere che cosa fare, dove andare, almeno il primo giorno. Ma non voglio prevedere troppo, né anticiparti troppo quello che penso, quello che faccio, chi sono diventato. Soprattutto, non voglio sapere nei minimi dettagli le tue prodezze o i tuoi fallimenti. Me ne hai parlato nelle tue lettere, che non mi hanno lasciato indifferente. Anzi, ti ho sempre detto che sono solidale con te. Ma adesso, se vieni qui a Parigi, se vieni per vedere me, non ti portare dietro tutta la tua casa, il tuo ufficio e la città di Napoli. Del resto, lo sai come la penso : per me, quando le cose vanno male, trovo sempre il modo di rassegnarmi e di ricominciare… Quando ormai tutto è stato detto, fatto, bruciato, perduto… quando non c’è più niente da fare, prima di tutto mi dò una bella lavata di faccia, poi, di slancio, mi avventuro subito per una strada nuova, anche straniera, dove posso affidarmi al mistero di facce nuove, di nuovi malintesi forse, ma almeno intravvedo un appiglio, una speranza. Invece tu sei sempre sicura di avere ragione, e secondo te gli altri hanno sempre torto. Non sei veramente disposta a scavare a fondo, per vedere se per caso anche tu hai qualche responsabilità, magari involontaria, in quello che ti succede… Anche con me, ti inalberi subito… E va magari a finire che è colpa mia di tutto, anche se io proprio non c’entro. No, mia cara, parlare di certi argomenti non servirebbe a niente. Anzi, peggiorerebbe la situazione.
Dunque spero proprio che Parigi ci offra qualche distrazione, qualche cosa di bello da vedere o da fare. Finora non ci ha mai tradito.
Già, perché ho scritto « ci » ? Tu non sei mai tornata, per quel che so, da quando sono qui.

002_kees-van-dongen-1923Kees Van Dongen (1923), immagine presa da un tweet di Laurence (@f_lebel)

Ti ho sognato tante volte. Ti ficcavi nel letto e appoggiavi la tua testa castana alla mia spalla, facendomi male. Oppure cantavi, come Marylin :
I wanna be loved by you…
Ero affascinato e, allo stesso tempo, interdetto. Quando mi svegliavo cercavo di capire chi eri. Non potevi certo essere Marylin. Indossavi la sua morbida silhouette per uno scopo che non capivo. La cosa sicura è che eri tu. Dopo ogni risveglio una tremenda nostalgia si incastrava nelle mie lunghe giornate.
Ho scritto che mi farebbe piacere vederti arrivare, ma non sono stato sincero, non ti ho detto fino in fondo quello che penso. Tu mi porterai l’Italia, e questo è un lasciapassare formidabile. Chi va là ? Italiani. Entrate, presto, ma senza fare rumore. Riflettendo credo che chiunque arrivi dall’Italia sia benvenuto nel mio cuore, anche quando non ho tempo. E’ come se rivedessi i primi giorni passati qui, i primi mesi in cui tutto era nuovo e il francese, che credevo di conoscere un po’, si rivelava uno scoglio difficile, se non insormontabile.
Ma non è solo questo. Anzi, per essere sincero, non è affatto questo. Tu verrai dall’Italia, un giorno o l’altro, a portarmi tutto quello che ho lasciato per sempre laggiù con tanta leggerezza. Ma, lo sappiamo benissimo, io e te, la ragione del tuo viaggio sarà un’altra. Tu non sei mai stata il tipo della turista. Dunque dovrei avere i brividi all’idea di vederti comparire davanti a me.
Avrei potuto scriverti, più seccamente : non mi fa piacere vederti arrivare. Soprattutto se avrai l’aria minacciosa di un giudice all’inizio di un processo. Quante volte, la sera tardi, accingendomi a dormire, girandomi sul fianco, trascinando la coperta con la spalla verso il muro, mi viene da pensare : di là che c’è ? E di qua ? Speriamo che non sia lei, che non sia ancora arrivata !

003_arsenique-sansMiles Hyman Lettera d’amore e arsenico (Le Monde, 2010), immagine presa
da un tweet di Laurence (@f_lebel)

Vedi, ormai sono installato qui. Nella mia nuova lingua, pur così penalizzata dall’accento di uomo del sud, mi ci trovo bene. E le nuove letture mi aiutano molto a capire, a ricostruire la storia e la geografia di questo paese, a capire meglio l’Europa e anche la nostra povera Italia. Se i « Miserabili » e i « Fiori del male » mi hanno accompagnato in un corpo a corpo con questa città di tutti, la « Libertà che guida il popolo » e le « Grandi Bagnanti » mi hanno aiutato a sentirmi meno straniero e meno solo.
E poi, che vuol dire « essere stranieri » ? In fondo tutti sono stranieri quando hanno un progetto, un sogno, un talento da assecondare. Anche laggiù dove sei tu, quelli che si ritengono profeti in patria rinunciano ogni giorno a un pezzo importante di loro stessi, in cambio del successo, tanto più tracotante quanto più effimero. E gli altri ? Gli altri sublimano la loro rabbia in sogni di isole inesistenti, raggiungibili con ponti di barche che l’invidia dei potenti si incarica regolarmente di affondare. Evviva, affiora l’isola. Abbasso, crolla il ponte. Qui invece ci sono scrittori, poeti, pittori e musicisti di tutto il mondo a cui non si impedisce di lasciare la loro impronta, piccola o grande. Li sento respirare, di notte, nei vari villaggi di questa sterminata città.
Insomma, proprio ora dovevi venire ? Ora che, dopo dieci anni, cominciavo a farmi una ragione di questo cambiamento, di questa operazione di pulizia che ho finalmente potuto svolgere su me stesso, buttando via tanti oggetti, ricordi e pensieri angosciosi, per lasciare un po’ di posto all’essenziale ? D’altronde, te l’ho detto, credo, le case qui sono piccolissime !
Tu arrivi in un momento in cui mi sto proiettando nel presente, se non nel futuro… eliminando la zavorra e chiudendo le porte ai dubbi… Invece, lo so già, tu vorrai darmi e chiedermi delle spiegazioni, riportando qui il « nostro passato », come tu lo chiami. Credi di portare una valigetta mezza vuota, ma poi che farai, quando ti accorgerai di essere schiava di un baule pieno di sassi ? Io non posso impedirtelo, capisco le tue ragioni, ma lo sai che non amo rivangare i ricordi dolorosi. E lasciami dire sinceramente che non ho mai creduto nel giorno del giudizio.
A meno che tu non sia d’accordo con me nel dire che il giorno del giudizio è tutti i giorni.

004_menilmontantHenri Cartier-Bresson Ménilmontant, Parigi immagine presa
da un tweet di Anna Urli-Vernenghi (@urlivernenghi)

Sai, vivendo, mese dopo mese, anno dopo anno in una realtà estranea, si cessa d’un tratto di essere l’italiano buffo e gentile, il personaggio sorridente che non rinuncia a gesticolare con spreco di energie. Si comincia a possedere delle cose, a ricevere delle lettere, dei pacchi, insieme al giornale e alla pubblicità, come dappertutto. Le nostre case microscopiche si riempiono come uova e anche noi, come gli altri, finiamo per abbandonare per strada le nostre poltrone sfondate e i nostri forni a microonde arrugginiti. Qualcuno li porta via, e la vita va avanti, alleggerita dallo sgorgare periodico di guizzanti ruscelli d’acqua lungo i marciapiedi e, qualche rara volta, dal sole.
Parigi è una città piena di vita, malgrado la miseria e la morte sempre incombenti, come a Napoli. Anche qui si avverte la fragilità di infiniti fili che si possono spezzare da un momento all’altro. Senza processo. A meno che colui che è diventato clochard perché non può pagare l’affitto, non debba sentirsi in dovere di farsi il processo perché mangia e beve quello che trova o perché deve dormire tutte le notti al gelo.
Certo sono sconvolto da questa brutale verità da insignificanti formiche. Ma se le cose vanno tanto spesso male, possono anche andare bene ! Vedere la gente che lavora per fare girare il métro, per esempio. Questa sorta di moto perpetuo che rende viva la città e fa sì che i bar, i ristoranti, gli alberghi, i negozi e le botteghe artigiane sopravvivano guadagnando ogni giorno qualcosa, è il risultato dell’immenso lavoro di milioni di formiche. Certo, la vita di ognuna di queste insignificanti formiche è un mistero.
Ma il solo fatto di vivere in mezzo a loro, di potermi considerare anch’io una insignificante formica, mi allarga il cuore.

005_napoliNapoli panorama

Tu arriverai, un giorno, portandomi il panorama di Napoli con il pino, o la madonna vestita di Procida, o l’odore dei supplì. Ma forse non sarò affatto contento di ricevere tutte queste belle cose così presto, dopo averti tanto aspettato.
Del resto, te lo potevi immaginare : non abito da solo qui, adesso, e tu mi vieni a trovare come se niente fosse, magari vestita in modo anacronistico, sconvolgendo i miei programmi e le mie nuove abitudini.
Ma farò lo stesso gli onori di casa. Ti offrirò la colazione sotto i portici di place des Vosges. Ti porterò a passeggio per il Marais. Entrerò con te in un negozio che voglio farti conoscere, dove vendono cappelli di tutte le fogge e di tutte le epoche, e, in nome del piccolo principe di Saint-Exupéry, ti regalerò un casco da aviatore e una stella…
Poi, potremo girare per ore dentro il Louvre, dove sicuramente incontreremo qualche italiano, magari un napoletano, con cui potrai parlare.. Ma non sarò così maleducato da lasciarti sola con lui davanti alle toilettes dell’Orangerie o nella libreria della Gare d’Orsay. Berrò il tuo calice, come un buon amico, al café all’angolo tra rue du Bac e rue de Varennes, a due passi dal Centro Culturale Italiano. Oppure, se mi darai il tempo e non vorrai subito ripartire, ti inviterò a mangiare una pizza a Montparnasse. Lo so che la pizza che fanno qui non è quella di Napoli ! Ma se sarò con te, mi sembrerà di stare a Napoli. Quanto mi piacerebbe poterti parlare a lungo, facendo finta che ci porteranno anche i « supplì », la « pastiera » e la « granita di caffè con panna » !
Poi, finita la prima schermaglia, raggiungeremo, mi auguro, una specie di intesa. Tu mi dirai francamente quanto tempo pensi di restare. Solo tre giorni ? Un mese ? Sarai tu a dirlo. Ne sono certo, durante il nostro primo incontro tu parlerai pochissimo. Ti preoccuperai soltanto di concedermi un po’ di tempo per prendere una « decisione ». È il tuo tipico modo di fare, e lo rispetto. Ma che cosa dovrei decidere esattamente ? Ritornare a Napoli ?

Ma forse mi sbaglio. Tu mi dirai che non sono poi così importante, che sei venuta soprattutto per cambiare aria e desideri che ti accompagni a vedere qualche mostra o qualche negozio alla moda come facevano le nostre bisnonne viaggiatrici. Non mi resta che mettere in ordine e fare sì che la tua permanenza qui sia tranquilla e confortevole. Starai con me, nell’appartamento molto bohémien di rue de la Lune. Dormirai su un canapè nel saloncino. Anna, la mia giovane coinquilina bolognese, non dirà niente. Di giorno non potremo starci, perché lei lavora in casa. Ma non ti preoccupare, se sarai stanca, ti farò riposare sul mio letto e io andrò a farmi un giro.

Giovanni Merloni

(Continua)