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Ieri mattina, domenica, mi sono svegliato con un’idea che in poco tempo si è trasformata in un tarlo. «Quanto siamo bravi, creativi, intelligenti, tutti noi che, come tanti apprendisti stregoni, cavalchiamo con ammirevole disinvoltura quello che la tecnologia ci offre! Non siamo più dei semplici consumatori, come erano un tempo i compratori di dischi o di sci o di occhiali da sole Ray-ban. Siamo diventati noi stessi creatori di qualcosa. Ci esprimiamo !» Ma poi, mi chiedo: «Non saremo troppo bravi? Non stiamo anche noi perpetrando una meritocrazia dell’apparenza? Non stiamo assecondando l’idea di un mondo che si riproduce sempre uguale a se stesso? Un mondo fondato sulle prerogative del l’avere che su quelle dell’essere? Quando saremo usciti, uno ad uno, da questa impietosa vetrina dove saremo stati sommariamente giudicati, inclusi o esclusi… cosa troveremo di fuori ?
Ho il sospetto che «fuori» e forse anche «dentro» di noi resterà la stessa, antica, inesorabile divisione schizofrenica del mondo tra chi vuole avere sempre di più e chi avrà sempre di meno…
Mentre il buon senso domenicale mi dice che non si può avere tutto.

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Se un giorno si potesse rinunciare…

Se un giorno si potesse
tutti quanti e ognuno
rinunciare a qualcosa!

Rinunciare, tutti insieme
alle bombe, ai veleni.

Rinunciare, uno ad uno
a tutto ciò che è di troppo
che non serve davvero.

Rinunciare a buttare
a sprecare, a considerare
il nostro privilegio
come un diritto.

Se si potesse rinunciare
subito
ad avere tutto
e tutti insieme lavorare
per ridare ad ognuno
il diritto di non rinunciare
alla sua vita.

Rinunciare a schiacciare gli altri
come mosche
rinunciare alla retorica
rinunciare all’ostentazione
della propria bravura
rinunciare a vantarsi
delle ricchezze accumulate
rinunciare alla barbarie che sgorga
a fiotti di sangue
dalla nostra eccellente
civiltà.

Rinunciare a una stanza
a un letto, a un pezzo
del nostro giardino
per abbellire il mondo
che era nostro
e regalarlo ad un’altra famiglia
ad un altro popolo.

Rinunciare a scandalizzarsi
rinunciare ad armarsi
rinunciare a cercare ovunque
lo sceriffo di Nottingham
rinunciare a sperare che, invece
arrivi in camicia e gilè
uno spilungone disinteressato
chiamato Gary
Cooper.

Rinunciare alla fascia di Gaza.
Rinunciare a mandare
i bambini a morire
rinunciare alla barbarie
che pretende di consolarci
con la promessa di isole vuote.

Rinunciare a imporre
le nostre collane, i nostri amuleti
i nostri tabù
rinunciare a mostrarci sconvolti
per le tragedie che noi stessi
inesorabilmente
automaticamente
quotidianamente
fabbrichiamo: l’intolleranza
non è il frutto
di vere differenze
ma soltanto
l’indole disturbata
di questa strana società
ammassata in una macchina
che avanza senza occhi
pilotata da un robot
che non si ferma più, ormai
perché sa bene
che non si deve mai
rinunciare a nulla.

E invece dovremmo
tutti quanti e ognuno

rinunciare
al delirio d’onnipotenza
di cui il denaro è semenza
per ottenere
in cambio, senza inchieste
tante piccole cose
necessarie e oneste

rinunciare alla velocità
eccessiva
contentandoci di spiarla
riscoprendo lo stupore e la magia
di parlarne in poesia
riscoprendo la lentezza
di una tranquilla saggezza
senza freni inibitori
né forni crematori

rinunciare a mangiare i veleni
di una smodata ricchezza
e di una rovinosa velocità
che intanto, dappertutto
uccidono
l’uomo.

Giovanni Merloni

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