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Tira a campare 

Per mettere un punto, certo provvisorio, alle suggestioni che produce il me, in questi giorni, il ricordo della città di Napoli e della sua stretta parentela con Parigi, conservo nel mio diario :
— l’immagine poetica di questa città che mi ha mandato un caro amico napoletano. Guido Calenda, professore di Ingegneria Idraulica alla Terza Università di Roma, anche se ha lasciato Napoli giovanissimo, ne conserva un ricordo affascinante e molto efficace ;
— un estratto del « Ventre di Napoli » di Matilde Serao (1856-1927), in cui la scrittrice fa appello agli « uomini di buona volontà », quelli che fanno sempre la storia dalla parte del popolo e di tutti i « deboli » che hanno sempre riscosso la mia ammirazione più incondizionata ;
— il testo di una famosa canzone di Edoardo Bennato : « Tira a campare ».
Giovanni Merloni

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« Mi ha colpito la tua richiesta di parlarti di Napoli. La mia Napoli è una Napoli dell’infanzia ed è quindi ancora piena di mistero, di tetti che si scaglionano in ogni direzione e che sembravano costituire un modo a parte, di vicoli che finivano nell’ignoto, una villa (1) dove ancora si vedevano degli omini raccattare i mozziconi di sigarette usando un bastone con in cima uno spillo, estrarre il tabacco e venderlo, preparando mucchietti differenti per i vari tipi di tabacco, italiano, americano, il virginia inglese… di scugnizzi che viaggiavano attaccati al retro dei tram con grande invidia mia, cui ovviamente non era consentito. E poi l’economia stratificata, con gli appartamenti borgesi in alto e i bassi sotto, in cui si vedevano negozietti con sacchi di granaglie, la pasta sfusa, il venditore che ti chiamava da sotto, e dopo la contrattazione tra strada a finestra gridava alla fine “cala o panaro!”, e giù andava il cestino con qualche moneta e tornava su con il pane o la frutta o le cipolle… e, con la nonna, impastare la farina sul tavolo di marmo di una cucina enorme – tutto era enorme, in una vecchia casa dagli infiniti recessi: gli spazi, le stanze, i mobili, i tavoli che mi ricordo con gli occhi quasi al livello del piano. E poi le terrazze – ce n’erano due – per me mondi dove potevo spaziare – una con l’affaccio sul vicolo dell’Egiziaca, l’altro su Santa Lucia e Castel dell’Ovo e il porto e un mare senza limiti, e i transatlantici che conoscevo uno per uno, sparivano per qualche settimana o un mese e poi di nuovo eccoli lì familiari, immutati, e la flotta americana… E poi infine i negozi di giocattoli, per i quali ho ancora un’infinita nostalgia e sono ciò a cui più mi piacerebbe tornare con gli occhi di allora. Questa è ancora la Napoli della mia fantasia, ma anche se ci torno spesso, a parte le infinite differenze, quello che non trovo più sguardo di allora. Tutto è noto, i contorni sono definiti, la disposizione logica (perfino a Napoli!), l’orizzonte privo di incognite. Non ti posso raccontare la Napoli di oggi perché anche se mi è familiare non mi appartiene più. »
Guido Calenda

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« Che chiedo io, infine, per i miei fratelli del popolo napoletano, che chiedo io come tutti quelli che hannocuore, e anima, salvo che finisca l’oblio e l’abbandono? Che chiedo io, in nome dell’eguaglianza umana e cristiana, salvo che il popolo di laggiù sia trattato come tutti gli altri cittadini, abbia una casa, abbia della luce, nella notte, dell’acqua, della nettezza, della sorveglianza, sia guardato e protetto contro sè stesso e gli altri? Che chiedo, io, se non l’applicazione della legge umana e sociale, trattar quelli come si trattano gli altri, dar loro quel che spetta loro, come esseri viventi, come cittadini di una grande città? Faccia il suo dovere chiunque, non altro che il suo dovere, verso il popolo napoletano dei quattro grandi quartieri, faccia il suo dovere come lo fa altrove, lo faccia con scrupolo, lo faccia con coscienza e, ogni giorno, lentamente, costantemente, si andrà verso la soluzione del grande problema, senza milioni, senza società, senza intraprese, ogni giorno si andrà migliorando,
fino a chè tutto sarà trasformato, miracolosamente, fra lo stupore di tutti, sol perchè, chi doveva si è scosso dalla mancanza, dalla trascuranza, dall’inerzia, dall’ignavia e ha fatto quel che doveva. »

Matilde Serao, « Il ventre di Napoli « , Napoli, primavera 1904

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Tira a campare

Si è bella, lo so che è bella
è la mia città…
Si è stanca ed ammalata
e forse non vivrà…

Si lo so che va di male in peggio (Oui, je sais ça va de mal en pis)
si lo so qui è tutto un arrembaggio
qui si dice: tira a campare
tanto niente cambierà… si dice:

Tira a campare, non cambierà
tutto passa bene o male
ma per noi non cambierà… si dice:
Tira a campare…

Io che sono nato, io che ho vissuto
in mezzo a questa gente
io a volte straniero in queste strade
dove non funziona niente…

Si lo so l’avevo detto io stesso
che è sbagliato e che non è giusto
che si deve fare qualcosa
ma adesso tu non capirai, se dico:

Tira a campare, non capirai
pure io che son dottore
che ho fatto l’università, si dico:

Tira a campare, è meglio qua
qua almeno, bene o mâle
c’è ancora un po’ d’umanità…

E allora dico anch’io: Tira a campare
è meglio qua, tu che vuoi
tu che ne sai, tu che non ci hai vissuto mai
io dico: Tira a campare…
Edoardo Bennato

(1) Parco pubblico al centro di Napoli.