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Il post che propongo oggi è stato già pubblicato il 1° marzo 2013 da Élisabeth Chamontin  sul suo 
BLOG_O’TOBO
Ecco cosa aveva scritto Élisabeth Chamontin : « Alcuni lettori di Blog O’Tobo che non sono su Twitter ignorano forse cosa siano i Vases communicants. Questo progetto lanciato nel 2009 da Le Tiers livre (François Bon) e Scriptopolis (Jérôme Denis)  (la storia è raccontata qui) consiste nello scambio con un altro blogger letterario, ogni primo venerdì del mese, e cioè nello scrivere ognuno nel blog dell’altro. Brigitte Célerier, un’altra blogger, ne pubblica regolarmente la lista. Io non avevo ancora mai partecipato. Oggi è cosa fatta grazie a Giovanni Merloni, pittore e scrittore di cui seguo con piacere e fedeltà le creazioni in francese, in italiano e in immagini, sul suo blog Le Portrait inconscient. Per parte mia, avevo iniziato una serie sul « muro », quello che vedo mentre pedalo sulla mia cyclette. La serie continua su  leportraitinconscient.com, ma in un’altra prospettiva : quella del muro-frontiera tra le nostre due lingue e paesi. Questo è anche il tema del testo di Giovanni Merloni, che potete leggere qui sotto, basato su due acrostici : il mio nome-e-cognome e il mio pseudonimo di Twitter, Souris_Verte ! »

001_dessin montmartre 1961_740Parigi, Montmartre 1961 – Collezione privata (M.A.Quintiliani)  

Se un muro ti soffoca, forse dovresti abbatterlo.

Oppure aggirarlo. Ma c’è sempre una porticina.

Un muro di cemento, dici tu? Un muro di pregiudizi? Una foglia morta?

Restare chiuso ti angoscia? Ti credo. Ma non si taglia la corda senza lottare!

Inutile consigliarti di convivere amorevolmente con questo muro incombente. Ma…

Se parti senza fare niente, questa frontiera te la ritroverai davanti, sicuramente, ogni sera.

002_france 1958_740Francia 1958 Foto : Collezione Fratelli Merloni. Riproduzione vietata 

Echeggiano dalla vecchia casa senza muri solo parole francesi. Ero proprio gauche con le mie galoches!

La professoressa del Mamiani, seduta sulle scale in cima alla rampa, ci faceva ripetere  Due-più-due-quattro e Povero-uccellino-ti-sei-rotto-la-zampa!

Insensibilmente, entravano e uscivano dalle nostre orecchie i Fratelli-umani-figli-della-patria, La-cicala-e-la-formica e Io-penso-dunque-esisto. Alla fine la Lami diceva : È-la-vita.

Senza l’isola misteriosa di Verne e la ballerina di Degas (che fa l’altalena), non sarebbe valsa la pena. Senza il ponte di Avignone non ci sarebbe stata una tale passione.

Ascoltavamo tutti i giorni la canzone di quello che finisce in prigione. E, finché il disco di Montand non fu rotto, mia madre ci pianse a dirotto.

Bagagli sul tetto della macchina che coraggiosa avanza, la Francia accoglie con eleganza (e forse riconoscenza) la nostra viaggiatrice incoscienza.

Ecco qua: Uguaglianza non ci sta senza Libertà, né Fraternità senza Repubblica. Il Progresso manca talvolta di Avvenire. L’Avvenire perde sempre più spesso la Memoria.

Tutto girava nella mia testa come una ruota lusinghiera e ignota. In quella perfezione, confondevo il soffitto accecante di Roma con i cieli bigi di Parigi.

Ho vissuto a lungo dietro un muro, raccontando le mie angosce al povero Gavroche che tenevo in tasca. Come uscire da quella vasca?

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Parigi, Halles 1964 Foto : Collezione Fratelli Merloni. Riproduzione vietata

Vedete cosa succede quando si passa dall’utopia ai fatti. Difficile sapere chi ci sbarra la strada. Il muro dei fatti o quello dell’utopia? Che fare?

Entrare in Francia senza uscire dall’Italia? Ondeggiando come il pendolo io non facevo altro. Partivo e morivo ogni volta.

Resistendo nel mondo disturbato dove ero nato, ci sarei rimasto se in questo muro non si fosse aperta una crepa, un’imprevedibile forca caudina.

Trasformato di colpo in pensionato deluso, avevo però ereditato da un lontano familiare un lasciapassare pronto per l’uso.

Eludendo le difese del mio mondo assediato ho azzardato l’impensato installando a mie spese una seconda patria in un altro paese.

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Francia, 1991

Cambiando di indirizzo (non d’identità) ho scoperto la coproprietà, il vicolo, il passaggio, il villaggio, il canale scorrevole et il ponte girevole.

Hotel e ospedali a bizzeffe. Questo quartiere delle due stazioni non mi provoca affatto pulsioni suicide. Via del Paradiso mi porta al Monviso, via della Fedeltà dura una (romana) eternità, ma passando per la galleria del Desiderio si arriva subito allo Sferisterio.

Avanzando effimero, dopo una sosta all’Atmosfera intreccio un legame libero con i Garibaldini… Arretrando pensoso con lo sfilatino in mano, mi perdo ozioso (a piazza della Republica) nel serpente umano.

Montando per il viale di Magenta, là dove Jacques Bonsergent fu seppellito, la stazione metropolitana accontenta il mio vagabondaggio ardito.

Oh certo, ne avevo voglia, come Zazie, di questo formicaio pieno di malumori e di stratosfere.

Numerosi compatrioti manifestano il mio stesso stupore di fronte all’adagio perpetuo di questo luna park a tutte l’ore.

Trascinandomi sul marciapiede tra monopattini e zainetti, corro emozionato alla stazione di Lione. Lì mi affaccio sui parapetti, per vedere, come in un vecchio filmato, il treno appena arrivato.

Immobile, non sogno più di partire. Il mio muro è qui con me, in questa valigia grigia dove custodisco una camicia. Leggo sul cartellone Torino e Milano mentre inseguo un bambino lontano.

Noncurante, ogni giorno, il mio muro diventa una tela di Penelope oppure un Labirinto blù per questo tran tran dolce e volgare che mi ha reso duro.

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Serge Gainsbourg

 Giovanni Merloni

TEXTE ORIGINAL EN FRANÇAIS : http://wp.me/p2Wcn6-lF

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