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Piccola messa in scena sul tema dell’infinito: Il tramezzo e l’infinito 4/4 (pit n.22). 

episodio_1; episodio_2 ; episodio_3

23,45.
Nei due piccoli appartamenti gemelli ormai domina il silenzio. Se si potessero strappare, come l’ultimo strato di una torta millefoglie, i due piani superiori, si vedrebbero, al centro di questa scatola da scarpe, tre teste quasi incollate tra di loro, mentre i relativi corpi apparirebbero lontani, separati da una ostinata ricerca di solitudine.
In questa « quiete dopo la tempesta » Trepaoli ha paura di qualsiasi cambiamento. Non ce la fa ad alzarsi per andare fino alla poltrona. E non ha più voglia di sentire la musica. Tasta con la mano le onde scomposte della coperta sul letto. Trova quello che gli serve :
« Sempre caro mi fu quest’ermo colle
E questa siepe, che da tanta parte
Dell’ultimo orizzonte il guardo esclude… »
Legge lentamente, con una voce esile appena udibile aldilà del mur. I due amanti possono parlare: per il momento Trepaoli non muore e, perduto nel suo soliloquio, li lascia liberi.
— Ma sedendo e mirando, interminati/ Spazi di là da quella, e sovrumani/ Silenzi, e profondissima quiete/ Io nel pensier mi fingo ; ove per poco/ Il cor non si spaura…

23 juillet, Mezzanotte.
Antonia si rivolge a Jérôme, parlando pianissimo, con una strana complicità.
— Credeva che questa… felicità potesse durare. Almeno lo sperava. D’un tratto, meno di una settimana dopo questa riscossa amorosa, è scoppiata una sporca malattia, così, con uno sputo di sangue nero. Portato all’ospedale Saint-Louis, Trepaoli, tra la vita e la morte, è stato operato. Gli hanno levato un polmone. Allora si è ritirato definitivamente in questo minuscolo due-camere-e-cucina. Sua moglie non viene più a trovarlo da tanto tempo.
— Viene sua figlia, tutti i giorni, dice Jérôme. Appena arriva, apre la finestra, e si mette a discutere rumorosamente, da sola. Si direbbe che parli al muro, a questo tramezzo qui, perché, come avrai visto anche tu, la voce di Trepaoli si sente di rado. Cucina sempre lo stesso sugo a base di aglio e basilico, che provoca negli abitanti del palazzo fantasie di viaggi esotici nell’Italia meridionale. Dopo un po’, senza preavviso, se ne va con forti sbattimenti di porte e  un suo tipico rumorosissimo modo di scendere le escale…
— Mi sembra una sceneggiatura di Prévert. Lo conosci bene, meglio di me.
— Chi? Prévert o Trepaoli?
Non sopporto l’idea della morte in pubblico. D’altra parte non mi interessanto tutti quegli sforzi, così penosi, che si fanno sempre per allungare la vita dei poveri Cristi arrivati ormai al capolinea, odio sinceramente quelle ambulanze che li obbligan ad abbandonnare i loro mucchietti di piccole cose prive di senso (sempre le stesse per tutti), che però sono loro indispensabili. Tuttavia, questo tramezzo, che non ha niente da spartire con il muro spesso e  terribile del Castello d’If, che separava la cella di Edmond Dantes da quella dell’abate Faria. Questa barriera di cartapesta, moltiplicando le facoltà uditive fino all’esaltazione, ha creato, tra questi sconnosciuti e me, una sorta di promiscuità, imbarazzante ma confortevole. Certo, per salvare le apparenze, bisogna mantenere vivo un rumore di fondo, che lasci a ognuno, aldi qua o aldilà del muro, la sensazione di essere a casa propria..
Trepaoli non è credente. A undici anni, nel suo paesino delle Marche, lo avevano portato alla parrocchia. Di quelle messe e grembiuli ricamati da chierichetto, ha conservato l’abitudine di leggere con un’aria un po’ retorica, ma anche ironica, che lo aiuta a credere di avventurarsi in un labirinto di incontri positivi :
« E come il vento
Odo stormir tra queste piante, io quello
Infinito silenzio a questa voce
Vo comparando : e mi sovvien l’eterno,
E le morte stagioni, e la presente
E viva, e il suon di lei..»
Da qualche frase rivelatrice Trepaoli si accorge che Jérôme, intanto, sta provando a fare il ritratto ad Antonia:
— Ecco, te lo faccio vedere, ma sii indulgente. L’ho fatto con la penna, e così è più difficile.
— Questa… non mi somiglia affatto. Tu hai disegnato la signora che viene di nascosto da Trepaoli…
« Così tra questa
Immensità s’annega il pensier mio
E il naufragar m’è dolce in questo mare. »

Mezzanotte e 15.
— Ha finito, sussurra Antonia.
— Un po’ lugubre, questo infinito che va e viene attraverso le Alpi come un corridore ciclista…
— Oppure come un clandestino che attraversa questo tramezzo senza alcuna difficoltà.
— Vuoi dire che Leopardi abita in incognito da Trepaoli?
— Parliamo seriamente, Jérôme. Tu pensi che ci sia qualcun’altro oltre sua figlia, una qualsivoglia persona in carne ed ossa che venga a trovare Trepaoli ?

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Mezzanotte e 25.
— Ti rispondo a malincuore, Antonia.
— Lo so quello che stai passando, il mondo ti casca addosso.
— Avrei voluto sedermi con te davanti a un paesaggio misterioso al tramonto.
— Non hau fatto nulla per attirarmici. E sono io che ti ho fatto conoscere Leopardi. D’accordo, ci si può anche consolare con qualche verso immortale, come fa il nostro Trepaoli, ma…
La mente di Jérôme corre per un attimo alla scuola di lingue a due passi dalla metropolitana, dove d’ora in poi non si vedrà più comparire questa italiana così piena di entusiasmo.
— Domani, tu non ci sarai più, non risponderai più al telefono et io sarò fottuto!
— Esatto. Anch’io sarò fottuta. Ma preferisco concentrarmi su qualcosa di reale. Sopravviveremo a questo strappo, tu prima di me. Invece, questo signor…
— D’accordo. Visto che ti interessa tanto sapere se Trepaoli può contare sull’amore di qualcuno… incontro sua figlia per le scale, di tanto in tanto, raramente. Effettivamente, quella lì cambia talmente ogni volta, che non riesco a focalizzare la sua faccia nella mia memoria. La sola cosa che ricordo sono i suoi zoccoli un po’ consumati, e, soprattutto, l’odore di sugo che, dopo un giretto per il cortile, entra da questa finestra e va a ficcarsi sempre nello stesso angolo.
— Ma tu non pensi che al sugo! Il mondo crolla… a parte questo tramezzo, grazie a Dio… tutto sprofonda e tu ti perdi dietro a questo schifosissmino odore di pasta italiana riscaldata al microonde!
— E tu, allora? Nel momento più catastrofico della nostra vita, tu vuoi sapere se un’altra donna veniva a trovare Abelardo, se dunque Abelardo tradiva la povera Eloisa?

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Mezzanotte e 40
— Tu non ce l’hai questo problema, vero? Tu sei ben aldilà di questa frontiera tra l’essere stato e non esserlo più, tu puoi prenderti una donna, se vuoi, magari due…
Vorrei essere esentato dall’ascoltare. La testa è di nuovo leggera, la fronte è imperlata di sudore. Sono vicino vicino al mio baratro annunciato. Ma un filo rosso mi lega ancora a questa Arianna. Forse, un giorno, in un’altra vita, lei potrebbe condurmi fuori dal labirinto. Se ripenso ai primi tempi! Ero infastidito, se non proprio disturbato, dai rumori che mi piombavano addosso — tutti i martedì e giovedì pomeriggio — da questa stanza dove nessuno aveva mai abitato fino ad allora, per quanto ne potevo sapere. Avevo perfino chiesto a Marina di andare a protestare dalla proprietaria! Sì, i primi tempi, consideravo gli incastri di questa coppia in preda al fuoco della passione come una violenza, forse intenzionale, contro di me. Ma poi… Disprezzo e adoro nello stesso tempo questo giovane generoso e ingenuo. Mi piacerebbe poterlo chiamare «figlio mio». Che bella idea, un fratello più grande per la povera Marina! Con ciò, al posto suo, non lascerei andar via questa donna. Trouverei di sicuro il modo di tenerla sotto chiave. Ma, se dovessi farlo ora, non ne avrei i mezzi… E non posso comunque sapere cosa avrei fatto, al posto suo.
Antonia si alza. Jérôme si accorge che lei porta lo stesso zainetto nero del giorno in cui venne a iscriversi alla scuola di lingue.
La sua voce mi è ormai familiare, la riconoscerei dovunque. Posso dire di conoscerla, di vederla ! Vorrei potermi alzare, correre alla porta, chiederle di restare un momento sul pianerottolo per darmi il tempo di guardarla. Impossibile, non posso più muovermi…
— Te ne vais? Veramente?
Antonia fa un gesto circolare e si inchina. La stessa piroetta di D’Artagnan. Sulla soglia, già voltata verso le scale, chiede:
— Ma tu, l’hai mai visto in faccia, il signor Trepaoli?
Jérôme l’aveva incontrato molto raramente, perché il poveretto faticava parecchio a salire al secondo piano. Lo aveva visto pallido, sofferente, ma ache sorridente, amabile, perfino elegante, con il suo cachemire blù cielo… Un giorno, la sola volta che si erano parlati direttamente, Trepaoli, appoggiato al muro accanto al portone, gli aveva confidati molto serenamente il suo stato:
— Vivo sulla lama di un coltello o, se vogliamo, su una frontiera invisibile.

1,10.
Siamo ormai nel cuore della notte. L’ultima metropolitana è partita.

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Giardino di Malagar (Casa-museo di François Mauriac), 2006

Giovanni Merloni

écrit ou proposé par : Giovanni Merloni. Première et Dernière modification 10 mars 2013

TEXTE ORIGINAL EN FRANÇAIS : http://wp.me/p2Wcn6-nA

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