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Mi posso ricordare III/III
(Giovanni Merloni, Testamento immorale III/III, Manni 2006)

13.
Fu un colpo
traslocare
(a nove soli anni)
dalla casa vecchia
alla casa nuova
sul camion il comò
il buffè, la tualèt
lo specchio nero
la cornice svolazzante
il servizio di Ginori
le opere di Leopardi
i nostri sguardi
dal viale salutante
(non troppo indulgente)
al viale aspettante
(non tanto accogliente).
Poi tutto quel bianco
quelle scale e scale
quel fango sulla via
quel cambiamento
da piccolilord
a ragazzi di strada.

14.
Ci fu poi lo smarrimento
per le aguzze parole
portate dal vento
o da voci sgraziate
ostentate, spietate
corrotte e rotte
(pur ancora bianche)
già vecchie e stanche.
Subito non capivo
(non osavo chiederlo)
che vuol dire paraculo
e perfino vaffanculo
vacce e stacce
e prega dio
che te ce manna.
E ingoiavo i mortacci
le cantilene scurrili
tra scalette e cortili
obbligato,
a fare il terzino.
Imparai la lezione
diventando garzone
ruvido e strafottente
con la bimba innocente.

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15.
Per un po’, crescendo
mi concentrai, correndo
su ogni sorta di pallone
come sola fissazione.
Ma ben presto
il calcistico contesto
(con tutto il resto)
divenne un ingrediente
del tutto indifferente.
Mi misi a guardare
le donne passare
e cercai di capire
(senza mai domandare)
quel corteggiare
(e femminil fuggire)
dove andava a finire.
« Si fa ma non si dice »
canta Milly la fatale
attaccata a un fanale
al Varietà La Fenice.
« No, si dice e non si fa »
ridacchia zia Augusta
sé fingendo filibusta :
« Ci son tante varietà
per tutte le età,
chi si vuol scandalizzare
lo può fare.
Ma non è poi fatale
che debba finir male ! »

16.
Le smanie mie più rare
forse potrei pittare
col pennello secco
(o inchiostrato rosso-e-blu)
col pennello impazzito
selvaggio, primitivo
che ne fa di tutti i colori.
Finirò per rivelare
la pazzia controllata
dei piedi nudi
sul marmo freddo
l’Arianna che si spoglia
fin lì, solo fin lì
fino a gettarmi
il grembiuletto sull’occhio
della serratura.

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17.
Dopo i fuochi dell’adolescenza
provai a fingere
una sobria esistenza
(senza pestare i piedi)
ma, passati i tempi duri
(senza sfondare i muri)
ho contratto la demenza
per la donnesca assenza.
Giovane angosciato
fuori tema ho osato
piccole poesie senza senso
sorrette da un sonetto
nascosto, poesiette
azzardate e incomprese
incollate, come caccole
alla rete del letto.
Non ci sta nient’a fare
sono un inetto
o piuttosto un bamb-inetto
propenso a cicli
di umore alterno
senza sfogo di sangue
propenso alle cause perse
alle mezze stagioni
alla vita di città, alle fantasie
ai lunghi corteggiamenti
senza veramente sperare.
A che serve ricordare
che quel giov-inetto
sapeva assai bene parlare ?

18.
Conoscevo un trucchetto
per riempire
di ossessive parole a braccetto
la carta del gabinetto
ma non amavo rivelare
come si fa a sporcare
un muretto col gessetto.
Ma son io quel giovane
pallido e oblungo
appassito dalle passioni
che va di lungo
passeggiando sul lungofiume
prendendo a calci nel sedere
le foglie?
Sì, come no, mi ricordo
sono io quel malintenzionato
che con cura bislacca
infilava la penna
in sette boccette
di sette colori.

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19.
Quarant’anni.
Facciamo danni e il mondo
cambia del tutto : poco fa
di assorbente c’era solo
un pensiero furente.
La carta oleata non la trovi
neppure dal salumiere
finito impacchettato
precotto e premangiato
al supermercato.
Anche la penna
del signor Biro
si rattrappisce
come il gambo di un fiore :
la consunta matita
sopravvivrà alla dipartita
di un’intera partita
d’inchiostri senza vita.
Non mi servono più
sulle malconce ginocchia
mentre picchio con foga
nei tasti avana della pancia.

20.
Poiché di Roma son nativo
non mi scordo l’artre vòrte
che ho sconfitto la morte :
Tiè ! il meraviglioso
stato di grazia
della provvisoria certezza
di essere sano, scampato
scampato e sano,
le altre volte
che ho pianto perché lei
perché io… le altre volte
che un tonfo d’amore
mi ha sprofondato il cuore.
Laggiù vengo,
tra illusorie partenze,
spietati arrivi,
interruttori a mezz’aria
che spezzano i nervi,
tagliano le ossa,
rimbalzano il sangue
tra la testa e il cuore,
vengo, vedi, a cercare
anche te, ultima tonfatrice
ancor più di me sgomenta
nel letto gelato
di inadeguate parole.
Ma non vedo ora scorno
nel confessare
(con in testa il tricorno
regolamentare)
che ho lasciato
il lavoro apprezzato
e l’affettuosa città
per amor d’una donna
spaccata a metà.

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21.
Né avrei potuto campare
pensare, camminare
senza gli amici,
cercati e trovati
dentr’e fuori il Mamiani
la scuola dove non ho
imparato : i compagni
le compagne, le pizzette
lo sciopero dei termosifoni
la geografia senza storia
la lezione d’italiano
senza nulla di arcano
(Petrarca Francesco
mi sembrò libresco ;
Tasso fu mutilato
del suo Amor tormentato
e di Foscolo fu spento
il sepolcrale lamento).
Dalla vita (meno male)
tutto ho appreso,
ma sfacciato m’ha reso
quando, giovin supplente
al liceo Castelnuovo,
proprio non ho insegnato.
Ecco, scorre il filmato :
gli alunni le alunne
le prime occupazioni
i megafoni senza suoni.

22.
Ho creduto, votato
sperato e perfino imparato
a parlare in pubblico
ed il tempo biblico
ha via via snocciolato
il partito, il sindacato
la strage di stato
il corpo mutilato
e la folla sconvolta
(si fermava ogni volta
la pachidermica gamba
dell’Italia in rivolta).
Ma un destino privato
inglorioso, stralunato
si è per me disegnato
nella gran confusione
di lunghissimi viaggi
attraverso le stazioni
e i telefoni assordati
dagli avvisi dei treni
(in ritardo sul terzo binario
piazzale Ovest).

Giovanni Merloni

écrit ou proposé par : Giovanni Merloni. Première et Dernière modification 26 janvier  2014

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