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Il va-e-vieni del signor Treno I/III
(Giovanni Merloni, Testamento immorale IV/I, Manni 2006)

1.
Va il signor treno
bucando montagne e colline
infilando luminarie di paesi
correndo per mesi e mesi.
Va il treno, ago e filo
cucendo a fatica
il vestito imbastito.
(M’han detto che l’ago
trascina il dolore
di ferita in ferita
che il filo, presago
della speranza tradita
trafigge il cuore.)
Insidiosa come l’ago
è la locomotiva
(emotiva, esplosiva)
snodati a mo’ di filo
tutti ‘sti vagoni
(pigroni, ladroni)
si vestono e svestono
veloci come Fregoli
audaci come Marylin.

2.
Sui campi
tra i fossi, nel buio
mi sogno il vestito
da morto del babbo
il vestito da sposo
del nonno, il vestito liso
dello spaventapasseri
il vestito svolazzante
(appeso al finestrino)
di un fantasma galante.
Viaggiano
insieme, separati
su e giù per l’Italia
un vestito e un uomo.
Io sono quell’uomo
che cerca se stesso
su e giù per il treno.

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3.
La sa soltanto il treno
l’incerta lunga storia
seppellita con me
in una catacomba
silenziosa e fonda
dove piove una stella
e si adagia sorella
Cecilia Metella.
Nel mio corpo di gruviera
senza dazio né frontiera
senza piede sul freno
entrava e usciva il treno.
In ogni buia galleria
davo segni d’euforia
di disperata energia
vedendo andar via
e tornar l’allegria
di ambulanti parole
afferrate nel rumore
e perdute nel sole.
L’ho mille volte raccontata
mai compiutamente
la mia vita stordita
avvilita e impunita
cullata e violentata
dalla corsa inarrestata
del treno.
Fu la vita gentile
nient’affatto scontata
di un uomo in viaggio
da maggio ad aprile
(passeggero clandestino
smarritore di biglietti
e di personali effetti
abusatore di concetti
detti e ridetti).
Fui ingombrante come
una signora grassa
scomodo come
un sedile di legno
ma viaggiavo leggero
sottile come un disegno
confuso come Omero
sconosciuto e cieco
come un santone azteco
(è uscito dal binario
colui che, impreciso
ha scritto nel suo diario
che m’avrebbero ucciso
senza volgere il viso
e con rito sommario).

4.
Lento come un vecchio treno
sgangherato e pieno
fui a volte imprudente
come una locomotiva.
A tratti indisponente
per l’energia eccessiva
vivevo tra gente
che non mi capiva.
Ignorato e ostacolato
(un Ulisse disarmato)
mi sono avventato
sul cammino ferrato
e viaggiando ho imparato
a gettar nella forra
degli error la zavorra.
Nel mio andar pendolare
ho imparato ad amare
a tacere e ascoltare:
non c’è nulla d’ignoto
poiché attorno ci ruoto
nell’intero pianeta
per me povero asceta
viaggiatore flemmatico
tra il Tirreno e l’Adriatico.

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5.
Per questo pasticcio
che mi ha reso posticcio
e schiavo del capriccio
(come ognun viaggiatore
che passa le sue ore
correndo seduto
guardando fuori
raccontando di sé
prendendo il tè)
per questa diversità
che mi rende banale
per questa ubiquità
che mi rende assente
colui che si sforza
di sollevar la mia scorza
colui che, impaziente
non può capir niente
(e dietro un dito
si nasconde avvilito)
è mille miglia lontano
dal profilo inumano
del destino balzano
che mi capitò.

Giovanni Merloni

écrit ou proposé par : Giovanni Merloni. Première et Dernière modification 10 février  2014

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