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Passeggiata (1976)

Ogni scalino è di legno e di terra. I tuoi ricci
sono un buffo recinto al bel viso abbronzato.
A gran gesti racconti. Io, invece, sbilenco
a volte divento distratto. Nel prato ci sono
grigie statue, in rovina. Nel cielo di nuvole rosa
si rincorrono le ombre dei nostri corpi lontani.

Il cammino è un’alga distesa sulla terra del mare,
una stazione senza treni. Su e giù camminiamo
e impariamo il giardino. Ma non ne sentiamo l’odore.

E’ una buffa stagione, e non lascia l’inverno.
E’ gelato anche il sole. La città è sempre fuori
silenziosa e lontana. Il silenzio caduto tra noi,
tra le nostre parole, è una voce più cupa
e più fredda. Ma ci passa vicino, allegro di voci
il gruppetto di lunghi maglioni, che presto è sparito.

La mia donna tenace saltella sulla piccola ghiaia
mi accarezza ed ancora mi vuole insegnare la vita.
Anche lei non riesce a cantare, a vestirsi di cose.
Passeggiamo sul prato. E qui facevamo l’amore.
Solo ieri la collina era il sole. Il corpo era
un gesto largo, il sorriso inondava lo sguardo.

La città entra nella collina, col buio dei fanali.
Sul suo corpo angosciato si è addossata la notte.
Nel respiro di nuovi rumori il giardino è un saluto.
Sembra calma la coppia divisa e confusa. Domani
la città rapirà la mia donna, il suo viso abbronzato.

Giovanni Merloni

De « Il treno della mente » (« Le train de l’esprit »), Edizioni dell’Oleandro, Rome 2000 — ISBN 88-86600-77-1

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