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Un saluto sbagliato

Fu un saluto sbagliato
una tragedia senz’appello,
un’indagine penosa, affollata
da infiniti tramonti in sequenza
sopra un mare in diapositiva.

Fu un saluto sbagliato
il corto respiro dell’aquila,
l’inevitabile agonia
di esserini senza artigli
inghiottiti dal silenzio
della montagna grigia.

Fu un pomeriggio
votato agli affari di cuore
all’andirivieni delle barche
sperando di vederti tornare
al calare della sera,

un pomeriggio
sempre più scuro,
affollato da ombre confuse
dai lunghi capelli biondi
di straniere deluse

un pomeriggio troppo grande
per il mio volto bagnato
troppo piccolo
per le mie lacrime asciutte.

Scotta ancora l’asfalto
e la mill’e cento del babbo
pur squagliandosi, dice:
«È l’ora di andarsene, mio bello
anche l’attesa ha un limite»

Tutta qui la catarsi?

Mi scivola sotto la pelle
un freddo strano. Mi abbandono, felice
alla violenta rabbia di tornare
agli scongiuri perché niente funzioni
niente più si muova,
e non chiami nessuno,
e non arrivi nessuno.

Nemmeno tu.

002_attente 740Addio, ti spedisco
un piccolo bacio,
una fuggitiva carezza
su una cartolina.

E allora? Fu solo
un saluto sbagliato?

Mammà, eccomi.

Giovanni Merloni

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