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il ritratto incosciente

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Ritratto incosciente di Parigi
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Non lo dire sempre

22 vendredi Mar 2013

Posted by giovannimerloni in poesie

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Solidea

ne le dis pas toujours 740

Non lo dire sempre

Non lo dire sempre
con tono insistente
non sono non-udente
non sono intransigente
non sono assente
né un muro assorbente
a cui dire tutto e niente…

Non lo dire adesso – che mi ami lo stesso.
Non lo dire più – che valgo un Perù.
Non lo dire ancora – che io sono l’aurora.
Non lo dire al vento – che sei contento.
Non lo dire a me – che vuoi solo me.

Non lo dire sempre
con aria angosciata, con voce telefonata.
Ma fatti una risata se la vita è ritornata
ossessiva e affannata
tra le grinfie di una fata.

Non lo dire amore – che mi dai il tuo cuore
Non lo dire prego – che mi ti nego.

Non lo dire come una promessa
che mi farai contessa.

Non lo dire gioia – che non vuoi la noia.
Non lo dire caro – che il tuo amore è raro.

Non lo dire.

Ascolta me, quando parlo
o straparlo, o inseguo il tarlo.

Forse finirò per farlo.

Giovanni Merloni

écrit ou proposé par : Giovanni Merloni. Première et Dernière modification 22 mars 2013

TEXTE ORIGINAL EN FRANÇAIS : http://wp.me/p2Wcn6-qW

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Si potrebbe dire

21 jeudi Mar 2013

Posted by giovannimerloni in poesie

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Solidea

001_si potrebbe_740

Si potrebbe dire

Si potrebbe dire
forse
che sei diventata cattiva
per aver chiuso di botto
i battenti sgangherati
delle tue ali di farfalla buia.

Si potrebbe giurare
forse
che sei diventata cieca
che brancoli tra ombre di mobili bui
mentre io
rimasto solo
passeggio a braccetto
del tuo fantasma incandescente
nella troppa luce
che ci elargisce questa stramba città.

Mentre io fotografo
riflessi
carte stagnole luccicanti e vetri
impolverati, cercandovi dentro
la tua bocca muta e farneticante
i tuoi occhi folli e tristi,
si potrebbe sospettare
che abbiamo offeso la natura
tradito i suoi dolci ritmi
le sue forze paradossali.

Mentre dò l’addio alla bigamia
ai suoi dolorosi
e fascinosi  patteggiamenti
mentre senza entusiasmo
cerco di accettare
il punto di vista di coloro
che per invidia
ti hanno voluto  ammaestrare,
si potrebbe dire
che hai già rinunciato
al tragico e magico selvaticume
che univa
i nostri due corpi.

«Ma mai avremmo potuto
ottenere il consenso da chiunque
avesse buon senso».

Si potrebbe immaginare
per vendetta
che sei rimasta prigioniera
imbavagliata, murata viva
da un velo nero e viola
che disperata protesti
mordi digrigni ruggisci
schizzando lapilli di dolore
dagli occhi insanguinati.

Ma non sono io a dirlo:
la mia bocca tace
per via del divieto
di inviarti messaggi.

(Da quando
ho smesso di parlare
un leggero rumore di fondo
un rassicurante cicaleccio
avvolge già le tue orecchie
spegnendo i suoni.
Finalmente il  silenzio.
Insignificanti foglietti
senza minacciose bellezze
svolazzeranno indisturbati
nella tua stanza
piccina picciò
affacciata sul prato.)

Si potrebbe dire
un giorno
che il tuo corpo era nel mio…
certo, eravamo noi due
quel mucchio di spasimi
carezzati dalla luce…
certo, anche tu
non arriverai mai
a negarlo. Anzi, forse
rimasta sola
con quel tanto atteso “ compagno”
gli sussurrerai tutte
le stupide paroline
che mai osasti dire a me
e, guardando attraverso l’unico forellino
scavato nel muro della tua prigione
(nella via senza nome)
ricorderai le mie parole:
«Scusa, scusa…»

Ma sarai tu a rotolarti devota
ai piedi del mio ricordo imbalsamato.
Eravamo nudi, pieni di forza
in piedi tra siepi abbandonate
screpolate e schiacciate dal sole
oppure, nascosti
dietro un’esile quinta di cartone
restavamo a lungo distesi,
avvolti dai giornali come foglie.

Tu volevi che il sole
durasse tutta la notte.
Io volevo che la notte
non si svegliasse mai.

Si dirà
(chi lo dirà?)
che siamo stupidi
ad amarci così, a lasciarci così
a restare legati
avviluppati in intricate lontananze
così.

Ma va così per noi
che siamo forti a metà
deboli a metà
coraggiosi e vigliacchi
a metà. Anche se
innamorati per intero.

002_spettrale_740

Morirò di confusione eccessiva
tu di spropositata certezza,
mentre gli altri
tronfi tutori di regole e di letti,
di assunzioni e licenziamenti
si divertiranno ad ostacolarci
gettandoci a casaccio, come dadi
truccati
contro il muro insanguinato
di questa incomprensiva città.

Giovanni Merloni

écrit ou proposé par : Giovanni Merloni. Première et Dernière modification 16 mars 2013

TEXTE ORIGINAL EN FRANÇAIS : http://wp.me/p2Wcn6-qH

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Dove sei, ora?

20 mercredi Mar 2013

Posted by giovannimerloni in poesie

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Solidea

061_où es-tu maintenant_740

Dove sei, ora?

Dove sei, ora?

Dove sei, mio antico tesoro?
dove guardi? dentro? fuori?
riesci a sorridere?
stai almeno bene? respiri?
senti caldo, troppo caldo?
ascolti sconsolata il tic tac
toc toc
tic tac toc tuc
tiiiic taaac
dell’orologio?

A volte, quando mi sento
benevolo, quasi rilassato
nell’atroce dolore
scruto la tua malinconia in penombra
la tua rabbia inservibile
l’inesorabile silenzio
dei nostri telefoni senza fili,
oggetti ormai inutili
come i lenzuoli, i cuscini
le tende svolazzanti
gli asciugamani attorcigliati
le medicine prese a caso
il cibo inghiottito a caso.

La morte repentina è alle porte
canzonatoria. Si porta appresso
un’agonia fulminante
priva di indulgenza
che tu – chissà – potresti
interrompere,
irrompendo
nella magia della stanza
canzonata dal sole:
«Devo salutarlo!» potresti gridare
scompaginando le persone e le cose.
«Devo dirgli che l’amo!»
potresti confessare
a stento sorretta da
un uomo-lasciapassare.

Ma poi dovremmo dirci
un «ciao» ancor più definitivo
scalpitando i piedi
dentro al letto
mentre tu ti volti
e trascini fuori
la tua maschera di pianto
e ti porti via
per sempre, oltre la morte
la tua borsetta rossa
scivolata dalle spalle
il merletto sul collo
le dolci parole
che ora saltellano
come frammenti
bagliori, gesti insensati.

Dove sei ora?

Giovanni Merloni

écrit ou proposé par : Giovanni Merloni. Première et Dernière modification 20 mars 2013

TEXTE ORIGINAL EN FRANÇAIS : http://wp.me/p2Wcn6-qz

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Quella bambina gravemente ammalata, 1976 (Ossidiana n. 17)

19 mardi Mar 2013

Posted by giovannimerloni in poesie

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Ossidiana

060_cette enfant 740

Quella bambina gravemente ammalata

Quella bambina gravemente malata
che era il nostro amore
e lo sforzo di comprare le arance
di alzarsi in orario
di passare ogni giorno
davanti alla tua porta chiusa
davanti alla tua porta aperta
senza entrare.

Quella bambina con la leucemia
che era il sorriso che ti regalavo
per non avvilirti
per non perderti.

Quella bambina ridotta uno straccio
ormai tarata
in un angolo della nostra vita
che oggi ci costringe
ad un linguaggio muto
al mesto romanzo della memoria,
ci sorride
con i suoi denti larghi
con il corpo deforme:
non ci chiede di resuscitare.
e nemmeno di guarire.

Quella ragazza senza speranze
è cresciuta dentro di noi
insegnandoci l’umanità
quella più difficile da conquistare.

Quella vecchia condannata a morte
continua a sorriderci
nella sua vitalità inesauribile.
Nella sua bocca di scheletro
stringe due fiori
per noi.
Non sarai mai vigliacca
né suicida la nostra dolce
viva e ribelle
ascia di guerra.

Giovanni Merloni

TESTO IN FRANCESE 

Questa poesia è protetta da ©Copyright

I modi possibili, 1975 (Ossidiana n. 16)

18 lundi Mar 2013

Posted by giovannimerloni in poesie

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Ossidiana

059_i modi possibili_740

I modi possibili

I modi possibili
per ricacciare dentro
anche questo dolore
per trasformarlo
come tu dici
in un fiore viola e rosso
in un linguaggio di festa.

I modi possibili
per non avere più bisogno
del tuo profumo
della tua magica
somiglianza all’amore.

I modi possibili
per descriverti dentro di me
come un personaggio in maschera:
– gitana che ridi
nella festa degli altri;
– attrice che posi
pensierosa ed ombrosa
davanti ad un fotografo
pieno di cure per te;
– compagna che parli
sempre sottovoce
scandendo la musica dolorosa
di un viaggio che non faremo
di un abbraccio meraviglioso
che non ci sarà.

I modi possibili
per riavere la terra
e la fatalità dei sapori.

I modi possibili
per provare disinteresse
e inumana soddisfazione.

I modi possibili
per risollevare
questa mia vita
da questo piccolo
gigantesco insidioso
male.

(Fa disperare
cominciare una giornata
sapendo che non ti vedrò,
ma fa impazzire
ancor di più finirla
sapendo che non ti ho visto.)

Giovanni Merloni

TESTO IN FRANCESE 

Questa poesia è protetta da ©Copyright

Quest’uomo

17 dimanche Mar 2013

Posted by giovannimerloni in poesie

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Luna

quest'uomo def_740

Quest’uomo (1977)

Quest’uomo
senza ortiche
quest’uomo volatile, evaporato
da una bottiglietta di dolce veleno

quest’uomo
sghembo, accavallato, inerte
trasparente, inesistente

quest’uomo che sembra vuoto
inelegante, appassito
distaccato e perfino alienato

quest’uomo lungo la deriva
di oggetti ormai inutili

quest’uomo pieno di fazzoletti sporchi
di insulse parole

quest’uomo che somiglia a un uomo

quest’uomo innamorato
devastato dall’amore
abituato a soffrirne

quest’uomo nel calvario
di baci rovinosi
di letti odorosi
di carezze brucianti

quest’uomo
attento a decifrare
dietro i tuoi occhi
la sua vita
dietro i tuoi passi
la sua vita
dietro le tue presenze
le tue assenze
la sua vita.

Giovanni Merloni

écrit ou proposé par : Giovanni Merloni. Première et Dernière modification 16 mars 2013

TEXTE ORIGINAL EN FRANÇAIS : http://wp.me/p2Wcn6-q5

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Piedi per terra, 1963 (Ambra n. 8)

16 samedi Mar 2013

Posted by giovannimerloni in poesie

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Ambra

001_1954 740

Piedi per terra

Aprite la televisione
dove giostrano due finti
(gli operatori non si vedono)
e una mano vi porge il prodotto:
lo stordimento sintomatico del cervello!
Sedetevi con la sambuca
(occhi socchiusi
luci spente nessuna ombra perciò
né musiche né drammi)
una diga ci si rompe in casa, così
oppure due si baciano
in casa vostra
e qualcuno molto ragionevole
(un ministro
o un comico di carriera
o una carriera di comico
o un ministro che fa carriera
o un comico che fa carriera di ministro)
qualcuno che conosce
le regole del gioco
vi spiegherà la sua idea di carriera…
Scusate, vi farà pensare
All’orrore della miseria
e vi dirà: spogliatevi, subito,
che vi costa dare il cappotto
a quel bambino lì
(parlando addita
proprio la vostra finestra,
ecco, pensate voi
visto che non c’è nessuno
tanto vale chiudere lo spiffero
per di più che avete la raucedine
dunque se quello ne parla ancora
tanto vale chiudere il televisore.

Cenare davanti allo schermo acceso
portandosi il cucchiaio sul mento
andare a letto
dopo avere orinato, dormire
dopo avere spento
(perché la luce costa)
accorgersi di non avere scambiato
una sola parola
qualcuno invece si mette a parlare
un altro cerca di convincere
la donna recalcitrante
e se quella si rifiuta
sveglia tutta la casa
uffa!

Insomma, andare a letto,
entrarvi, evitare che cigoli,
spegnere, cercare i seni
e le ascelle
e premere con i piedi le lenzuola
stringersi nel buio pesto
o nella penombra chiara,
crollare, scrollarsi,
entrare e uscire
ci manca
sempre più il respiro
soffocare così non è bello
apri lo spiffero, chiudilo
non vedi che qui non c’è niente
nessun mozzicone tra le labbra
neppure una sigaretta da ieri.

A tentoni vestirsi
cercare i pantaloni, il fazzoletto
uscire di casa
girare la chiave due o tre volte;
per strada scontrarsi contro
donne e uomini
variopinti
di notte come di giorno.
002_1964 740Rimettersi a letto,
ma questa volta con la febbre
senza rinunciare alla sigaretta
giusto comprata,
negare il proprio affetto
negare negare ….
abbracciarti e stringerti
le reni, meccanicamente
sudando. La mattina
pepepè pepepè pepepè
come una SIRENAAAA!
Tocca alzarsi
sbarbarsi
apparire decenti
e stupidi
e ingenui
e deficienti
e fiduciosi
e felici
e spiritosi
e innocui
e onesti
e utili
e generosi
e disinteressati
e attenti
e laboriosi
e amorosi
e versatili
e disinvolti
o inibiti
apparire totalmente vuoti
ma ben rimpinzati
di fandonie e di colazione.

Partire
tra gli altri
e vedere (stupiti)
la vita che torna a funzionare
tutto che si mette in moto
comprese le ragazzine e i ragazzacci
i farabutti e gli impostori
e anche le nostre braccia
il nostro qualunque lavoro.

Volare
a cento all’ora
sull’autostrada
dopo aver fatto il pieno
con me una donna vicina
fermissima finalmente:
è la segretaria
di quarantacinque anni.
Un po’ di respiro
(tutti i vetri dei finestrini aperti).
Incontrarsi in vie lucide di nebbia
e volare, appunto
sopra un lago
un dosso
una fila di alberi
di cui non sappiamo il nome
un cane morto nella strada
e anche noi ci passiamo sopra
una montagna dallo strano nome
dal profilo pauroso.

Sfogliare ansiosi
quaderni di verbi, di versioni
ricordi di lunghe telefonate
sembra incredibile
una ingenuità così totale
e queste passioncelle
che bei tempi
chissà se vale la pena di …..
003_1974 740Fermarsi, cambiare una ruota,
avvertire il freddo pungente
e poi per le vie larghe
in cerca del nostro rivale in affari
che ha la Porsche.
Crepare di rabbia
poi mangiare come gonzi
battendosi le spalle
ricordarsi, di colpo
i bambini che crescono maleducati
la moglie che ci tradisce
il sesso che ci lascia…

Crepare di infarto
sputare sangue lungo le labbra
lasciarsi andare, fare testamento
un giorno qualsiasi
ricordando….
Ma senza avere il tempo né la forza
di richiamare alla mente
niente di niente
dei nostri gesti dissociati.
Sono altri quelli che ci daranno una bara
e una fossa,
mentre i nostri figli smidollati
scendendo dal coupé
si daranno arie da snob.

Prepararsi a morire
in mezzo a quei volti
con un ultimo sospiro
di circostanza…
Parlare gridare
senza più freni inibitori
e alla fine morire davvero,
ma coi piedi per terra.

Giovanni Merloni

TESTO IN FRANCESE

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La sigaretta, 1963 (Ambra n. 7)

15 vendredi Mar 2013

Posted by giovannimerloni in poesie

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Ambra

001_fumatore paolo antique 740 Quadro di Paolo Merloni

La sigaretta

Una sigaretta l’ho fumata appena alzato
il sapore d’arancia ancora in bocca.
Un’altra l’ho accesa sul pianerottolo
prima di buttarmi giù per le scale
e di accorgermi di avere dimenticato
il libro che mi hai prestato.
Poi ho « dovuto » fumarne un’altra a scuola,
a ricreazione. Un’altra insieme a te
perché ridevi, un’altra da solo
chiuso con un disco, sperando
fumando, di fare bene le due cose:
sentire la tua voce di vetro tra i suoni
immaginare la tua vita di vespa tra i gesti.
Un’altra sigaretta per non pensare che a te
guastata dal mal di stomaco della fame.
Un’altra per sconfiggere il mal di mare
la nausea di vedermi ingombrante, insulso,
sospeso a mezz’aria; un’altra sigaretta
studiando, cantando, defecando, pisciando
facendo all’amore e dopo averlo fatto…
ma non mi capita mai:
di fare all’amore voglio dire.
Un’altra sigaretta davanti al telefono
il mozzicone mi bruciava le mani
e tu, indecifrabile… la conversazione
era come arrampicarsi su uno specchio.
002_la sigaretta 740

Foto : Collezione Fratelli Merloni. Riproduzione vietata

La penultima sigaretta l’ho fumata
nei passi da carcerato della stanza
in mezzo ai piccoli rumori mortificati
della carta mentre si straccia
della plastica mentre si incendia
della notte mentre sprofonda,
facendo un dispetto all’insonnia, alla rabbia
alla violenta voglia di avere vissuto.
Un’ultima sigaretta, ancora più faticosa,
nell’aria soffocante e desolata
sembra non avere senso
come un gesto insulso che resta segreto
come l’attesa.

Giovanni Merloni

TESTO IN FRANCESE

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Mi racconti i tuoi ricordi, 1963 (Ambra n. 6)

12 mardi Mar 2013

Posted by giovannimerloni in poesie

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Ambra

l'eterno femminino 740

Mi racconti i tuoi ricordi

Mi racconti i tuoi ricordi
e mi si disegna un confuso contorno di case
di roccia e di vie strettissime tagliate dentro.
Un uomo che somiglia alla mia gelosia
dal volto impreciso abbronzato di sale
cammina corre sparisce in un porto lontano.
e tu sei fatta di schiuma di mare come quel porto.

Somiglia quell’uomo alla mia solitudine
parole appena sussurrate gli apriranno un sorriso.
Quel porto una mattina si aprirà al sole
e vedendoti arrivare si colorerà di barche
tu scenderai e salirai quella terra:
io sarò dentro al buio, un tuo sogno lontano.

002_freccetta-001-180

Giovanni Merloni

TESTO IN FRANCESE

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Lo strappo, 1973 (Stella n. 10)

06 mercredi Mar 2013

Posted by giovannimerloni in poesie

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Stella

la déchirure 740 antique

Lo strappo

Feci quell’eroismo di abbandonare Roma
quella costellazione di prodezze
di estenuanti amicizie
di progetti imbrattati, incollati male.
A ventisette anni si può essere vecchi
esausti, pigri
di sicuro alienati;
l’ascensore dentro il muro
sempre più stretto;
la casa non era un carillon
non era invasa dalle liane
e io non ero Tarzan
e i quadri e le poesie e i racconti
erano pennini spezzati;
il partito comunista mi sembrava
il dignitoso solidale coraggio dei funerali
dei compagni morti
la loquacità dei funzionari romani;
era una nuova adolescenza
telefonate telefonate
giornate per produrre un senso
alle rinunce, alle miserie
alle tragedie.

Il lavoro, questa cosa così seria
così importante
ti accorgi che per rubare
bisogna essere affabili
disposti a parlare di tutto
l’abito, certo, l’abito
le physique du rôle…

Che strano voler restare coerenti
tra tanti figli,
nipoti, cugini, parenti
di borghesi, di case di tappeti
di altre case
nell’Italia delle autostrade
(e dopo il casello e dopo le frecce
meno dieci meno cinque chilometri
Napoli; poi la chiassosa
rocambolesca via di Amalfi:
un pasticcino ti riempie la bocca
un finto carretto dipinto
gremito di pompelmi
trascina le scale
della piccola casbah
fino allo squallido albergo).

È difficile rigettare
la ridanciana sicurezza
dei benestanti
e stare lì, fuori posto
colla voglia di fare
di sprizzare chiarezza e rabbia
e intanto imparare
a conoscerli a conoscerti
quello che si vuole che tu pensi
quello che si vuole che tu sia.

E quei tempi del liceo
il ritmo repressivo
degli orari delle ore gettate
da pagina a pagina
esercizi di stentate parole
com’ero portato per la geografia
per il francese
e mi scoppiava la testa
e il cazzo-arnese
si impennava come gru non oliata
spettatore escluso e sgomento
di Alibech e del monaco crescinmano
rozza, rupestre, sudicia
voglia di violenza
di vestiti stracciati sulle cosce
di donne rosse
di sanguinose feste sotto la tenda del letto.

foro romano migliore 740

Di Roma non penso i giardini
le scale di Valle Giulia
i circospetti passeggi
dei compagni rivali;
su un lucido celeste
c’è disegnato-scritto un soliloquio
(creatività inutili
indirizzate a piccoli uomini
affannati, già pelati.

Per me Roma è l’ambiente complesso
vecchiotto, gli strati
la via di casa
il telefono baciato
le rovine moderne
i calcinacci neri
gli squarci di cielo rosso
nel viola plumbeo delle case
nate-morte, tragiche.
Roma è un labirinto, una madre
quello che c’era prima di nascere.
I prati e i pini
che c’erano prima di nascere.

Feci quell’eroismo di abbandonare Roma
la costellazione di prodezze
di estenuanti amicizie
di progetti imbrattati, incollati male…

Giovanni Merloni

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