Ogni giorno ti aspetto, 1975 (Ossidiana n. 41)

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Ogni giorno ti aspetto  

Se durerà
questo amore
senza diventare
quel cupo rituale
di mobili e lenzuoli.

Se invece sarà come ora
la certezza e il mistero
la solitudine
improvvisa e sorda
il paradigma
della felicità
della serenità,
della calma.

Se questa calma voluta
non diventerà noia
se questa pigrizia
nel centellinare
le sensazioni e il pensiero
non diventerà l’eco
delle nostre parole
la rozza veste
dei pensieri proibiti…

Ogni giorno ti aspetto
e ti grido la gioia
di una vita che non ci sarà,
io ti vesto di mille
vestiti
e mille volte ti spoglio.

Ogni giorno io ti canto
ti canzono
ti porto via con me.

Ogni giorno, seduto
su un muretto di calce
ti saluto, e l’immagine
resta scolpita,
fotografata,
mentre tu scompari
dietro a un disco
che aggroviglia
suoni e parole.

Mentre tu diventi
un amore impossibile
io lavoro al posto tuo
sistemo le tue pratiche
faccio la guardia
alla tua porta
ascolto le variazioni
del silenzio.

Giovanni Merloni

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Se la vita è lotta, 1974 (Stella n. 31)

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Se la vita è lotta

Se la vita è lotta
se i giorni sono ansanti salite
tra pietre rugose

Se tra le rughe della terra
salissero i glicini
verso le nostre labbra
alito di somiglianze
umide nella pioggia
asciutte nella sabbia
roventi tra le lenzuola

Se la vita sei tu
il tempo si allunga
e si accorcia
la ragione misura l’ansia
ma non l’arresta
disegna la via
che porta a te
ma tu resti nascosta
per sempre
da uno sguardo solitario,
nuovo alla vita

Se la vita
è il tuo passo veloce
la tua nuvola di trofei d’amore
se rinasco
dentro un letto
di sciolto ghiaccio
e ti sorrido
e mi avvicino a te
senza arrancare…

…eccoti qui.

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Come da un letto nuziale
colmo di fiori rosa dolciastri
mi appari cauta e silenziosa
timida e in attesa:
io credo in te.

Giovanni Merloni

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Una famiglia (Nuvola, 1970)

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Una famiglia (1970)

C’era una volta
una lavandaia analfabeta
con le mani rosse e spaccate
con la faccia pallida di cenerentola
sempre sola in casa
con quella peste di suo figlio.

Quando il marito tornava
un orco dai denti tutti storti
e l’alito pesante
e l’arroganza di uno zingaro
la lavandaia cominciava a tremare
perché a forza di lavare
si dimenticava sempre
di cucinare.

E’ mai possibile? – urlò l’orco-porco
e si mise a inseguire la moglie
brandendo un enorme prosciutto.

Intanto il figlio piscione piangeva
disperatamente
il telefono suonava
la casa era allagata
invasa da barchette di giornale
e la lavandaia, per non sapere
né leggere né scrivere
piangeva e urlava:
Idiota, idiota,
idiota, porco idiota…

001_la lavandière 180 NB

Giovanni Merloni

écrit ou proposé par : Giovanni Merloni. Première et Dernière modification 30 juillet 2014

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Il saluto del vento, 1965 (Ambra n. 61)

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Il saluto del vento

Ci passano sopra mille spazzini
su queste foglie di novembre
sparse nel fango, saluto del vento.

La notte, sorpresa dai passi
si rintana nei deboli neon
di rare vetrine.

Che loro van via
lo sa solo chi è sveglio
chi – con loro – vede alzarsi
redivive le case e le scale
che c’erano ieri.

Dio solo lo sa perché
già, perché son scappati
(come ladri)
da quella locanda schifosa
senza vista sul mare?

Son due ombre difformi
in partenza, che scalciano
in mezzo alle foglie
il loro mattutino mutismo.

Non sa farsi adulto e gentile
questo umore di strada;
non è vivo né morto
questo amore frustrato
senza letti né tetti
e davvero ben vuote
son le loro pesanti valige.

Zigzagando malfermi
attorno al confine dell’alba
se ne vanni gli amanti
delle ore di sole
cercando nel buio
il saluto del vento.

Giovanni Merloni

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Adesso, 1965 (Ambra n. 60)

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Adesso

I
«Pensavo all’addio di due muti.
Sorridevo all’idea di due statue
che si confidano un segreto
inaccettabile.
Sghignazzavo immaginando
due malati che si avventano
a cuscinate
contro il muro invisibile
che li divide.
Scomparivo nella notte avara
di parole vedendo me e te
sprofondare, come i profili neri
di due isole, nel mare.»

II
Adesso sono aumentati
i piani di scale
per salire
su da te, per scendere
giù da me.

Adesso ci sommergiamo di parole
per paura
che il silenzio ci uccida.

Adesso ognuno di noi
sa di essere inutile
all’altro.

Adesso ognuno
si perde in un cerchio
ogni giorno più freddo
e lontano.

Eppure, perfino nelle nostre
parole più risapute,
aride, idiote,
sopravvive, insistente,
lo slancio sincero
di aderire a quei giorni
felici, beati,
spensierati,
quando le parole
si mescolavano ai baci,
quando — ti ricordi ? —
scendevamo io da Marte
tu da Venere
come due imperfetti
sconosciuti.

Giovanni Merloni

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I cavalloni (Prima dell’amore, n. 36)

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I cavalloni

Sotto l’acqua mille pesci
si inseguono tra le alghe
soli e muti
sotto la luce che filtra
un grigio tonno lotta
con un’aragosta
una sirena a occhi chiusi
traversa l’inchiostro
di mille calamari,
sotto i raggi incrociati
della luce nell’acqua
il mondo si riavvolge
senza sosta, rivelando
giardini segreti, assorbendo
in canti silenziosi
la voce segreta del mare.

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Si rivolta e si gonfia
intorno a me, l’onda
che mai si placa, l’onda
che non muore.

Noi siamo impotenti!

Nel lontano orizzonte
sempre diverso
per chi si avvicina
tutto si sperde:
laggiù il mare è cielo.

Addosso alla nave che viaggia
i cavalloni minacciosi
(sempre più gonfi e superbi)
vorrebbero annegarci
o solo carezzarci, ricoprirci
di sale che brucia, regalarci
un profumo di tempesta
oppure una morte violenta
senza scampo.

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Qualcuno,
impotente di fronte alla forza
di questi schiaffi inumani
di quest’acqua infinita
potrebbe perfino a odiare.

Amo la schiuma degli oceani
le alghe degli scogli
amo i bianchi cavalloni
che non sanno la loro forza.
Amo l’Oceano.

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Qui, nei nostri ripari,
non giungono balene
né ossa di pescecane.

Qui dove il mare sembra placarsi
ben altri cavalloni
che conoscono la loro forza
lacerano e schiacciano i cuori.

Noi siamo impotenti!
Raccogliamo e ci mettiamo in tasca
bianche meduse
e conchiglie di secoli.

Ma non sappiamo amare
chi è lontano da noi
chi ci ama senza capirci…

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Giovanni Merloni

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Marine (Prima dell’amore, n. 35)

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Una spina nella sabbia 

Una spina nella sabbia
tra le conchiglie
e un osso e una lisca.
Si vede
un uovo sporco
una buccia.

(Carezzo i tuoi capelli
nei tuoi occhi mi sperdo).

Non c’è un fiore
né un sasso lucido.
Lontano i pini volano
agitano le loro chiome.
Credo di amarti.
— Guarda che tuffo!
Annega! no, non è niente…

(Mi sperdo nei tuoi occhi
i tuoi capelli carezzo).

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Un cuore vulnerabile studia (maggio 1962)

Un cuore vulnerabile studia
il rimbombo delle onde
e il flusso di lacrime e di sale
su due palpebre
limpide.
Studia il suo silenzio
stando seduto
sull’accappatoio.
E vede venire
un velo profumato
due passi
che bruciano
nella sabbia.

Un cuore vulnerabile
è colpito d’improvviso
dal sospiro dell’amore
dallo sguardo dell’amore
dalla voce dell’amore.

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Se il mare è profondo (ottobre 1962)

Se il mare è profondo
quanto è profondo il nostro amore

se le stelle sono luce
come è luce il nostro amore

se l’alba all’orizzonte è violacea
disfatta atterrita
eppure viva felice
come vivo e felice è il nostro amore

se mare e stelle e vita
e oceano e luce
e mutamenti
se tutte queste cose sono felici
il nostro amore
che è tutto questo – è felice.

Felice di passeggiare
qua e là per il mondo
e di respirare della sua vita.

Ma al nostro amore
non sappiamo dare un nome
che sia il suo vero nome
e un volto sincero che gli somigli
e un solo attimo
che basti
una sola profonda rivelazione.

Il nostro amore è un nulla
un piccolo sapore
una breve sensazione felice
un’attesa disperata.

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Giovanni Merloni

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« Ciao » (Prima dell’amore n. 34)

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Ciao

Sono ancora
dentro gli orecchi
le parole
insieme alle luci gialle
ai rettangoli delle vetrine
ai muri
agli specchi di ghiaccio.

002_ciao testaccio 180

Sono ancora qui
le parole tue
dentro gli occhi che bruciano.

E si affacciano
sul mondo che cammina
dove il tuo sbadiglio
raggiunge le ombre
sfiorando una a una
le facce « qualunque »
sullo sfondo di case
dai muri scrostati.

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Devo dire « ciao »
sulle rotaie dei tram
sotto i fili che si biforcano
sui gradini in salita
dove stanno morendo
gli echi stanchi ed opachi
di gioie dimenticate.

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Devo dirti « ciao »
dietro angoli oscuri
di strade angosciate
e ripetere « ti amavo »
al tuo freddo impermeabile.
« Aspetta, non te ne andare ».

Sulla china
sfioriamo la piccola ghiaia
scalciando i pensieri, ma intanto
assaggiamo nell’ultimo bacio
una triste paura.

« Io sono un uomo timido
che tace
aspettando una sola parola
tu sei un’ombra esile
che sogna indifferente ».

005_ciao_ponte sisto

Sono ancora
qui nelle orecchie
le tue parole.
Esili e perfino eleganti
si infilano
negli angoli oscuri
sui muri scrostati
nei rettangoli
delle vetrine.

Sono ancora qui
le parole, i loro soffi
caldi e taglienti.
« Ti amavo »
sussurrano i fili del cielo.
Io devo dire « ciao ».
« Aspetta, non te ne andare ».

Giovanni Merloni

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Nell’immenso respiro dell’alba (Prima dell’amore n. 33)

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Nell’immenso respiro dell’alba

Si riflettono
sulla vetrata
i gelidi colori dell’alba.
I tristi tuoi occhi
appaiono
e scompaiono senza ragione.

Senza scopo
ascolto il fragore lontano
di una morte precoce
fra i ghiacci e i crepacci,
e quel grido che lacera:
addio.

002_respiro dell'alba 02 480

Non riesco a sopportare
il lento transitare
dei giorni
vorrei invece fermare
per un lungo momento
la tua guancia vicino alla mia
le tue labbra…

003_respiro dell'alba 03 480

Sui davanzali
sugli stucchi dei vetri
sui piccioni solitari
si è arrestata la neve
mentre questo sussurro
si tramuta in sbadiglio
mentre questo sbadiglio
diventa dolore. Tace
ormai, in mezzo al bianco
il lamento notturno.
E dovunque c’è un velo,
un riflesso d’argento.

004_sospiro dell'alba 480

I treni ripercorrono
l’ultimo tratto
tra rocce brune
su binari di neve.

Il saluto
è un cenno
senza significato.

L’addio
è un sospiro mozzo
nell’immenso
respiro dell’alba.

005_respiro dell'alba 480

Giovanni Merloni

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Strisce leggerissime (Prima dell’amore n. 32)

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Strisce leggerissime

Strisce leggerissime
di nuvole
vanno col vento a seppellire
il promontorio
le creste dure di roccia.

Si fa più vago il riflesso
nella caletta
e si fanno più scure le ombre
dai contorni solenni.

Tu fuggi
e traversi la pineta
i sentieri di aghi pungenti.

002_pineta toscana 180 antique

Ti immergi nel buio.
La notte è scesa
sull’orizzonte
coprendo l’ultimo sguardo di intesa
salutando i monti
per primi
e ora ci assilla.

Contro il cielo
le statue immobili da secoli
su scale di marmo,
i bianchi sandali di Minerva
le frecce lucenti di Diana.

003_vernazza 180

Contro il cielo
le braccia distese
che non sanno afferrare.

Contro il cielo
i tuoi capelli
il tuo silenzioso sorriso.

Giovanni Merloni

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