La sua casa ridiventa centro, 1976 (Ossidiana n. 13)

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La sua casa ridiventa centro

La sua casa ridiventa centro
centro del mondo – un luogo
dove si può dire: questa è la mia vita.

Trascinato da un fiore sono corso
a regalarle un caldo cucciolo di cane.

Lo squarcio del suo cuore
si era già disteso
nella lunga ferita grigia
(ma non si vede poi tanto:
il rosa si sposa al rosso
il celeste al nero).

Trascinato da un affanno
che avevo represso,
da parole disorganizzate
andavo da lei
(ma mi capirà
anche nel mio disordine).

Nella sua squisita dolcezza
si abbandona
sorride e ride, e confonde il suo sguardo
col pulviscolo bianco del sole
e intanto regala
la sua confidenza a un altro.

Alla sua porta è corso il mio entusiasmo
alla sua porta chiusa, ai glicini appassiti
crollati sulla ghiaia del vialetto di pioggia.

Giovanni Merloni

TESTO IN FRANCESE 

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Vanno a riprendersi i vestiti smessi, 1962 (Ambra n. 3)

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Vanno a riprendersi i vestiti smessi

Vanno a riprendersi i vestiti smessi
le fotografie polverose
dove persero un giorno il piacere
di ricercare l’antico segreto.
Vanno come allucinati fantasmi
tra cose morte, di plastica,
tenendosi legati con mani
solo di ossa.
Col gelo nelle narici
seguono la strada malferma
tra le nuvole di fumo
dei vulcani
e la solitudine delle aquile
incatenate alle montagne.
Vanno, i nostri morti
a confondersi col pietrisco
col lento sgorgare
di una sorgente sui sassi,
unendosi
alle vecchie case abbandonate
tra i sentieri d’ortica.

Una musica fuori luogo
li accompagna, mentre
una vita fuori tempo continua
indicibilmente complicata
per noi, sopravvissuti immobili
sostituti ignari
talvolta
disturbati dall’eredità
di abiti fuori misura
e di comportamenti fuori senso
sempre
delusi dalle vane interrogazioni
di foto mute e distratte.

Sono là, i nostri morti
affacciati alla ringhiera
del più alto campanile :
scrutano l’infinito
indovinando, nel buio
le nostre lontane, inafferrabili
meravigliose vite future.

Giovanni Merloni

Questa poesia è protetta da ©Copyright

 

La mia vocazione alla vita, 1962 (Ambra n. 2)

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La mia vocazione alla vita

La mia vocazione alla vita

La mia vocazione alla vita
l’hanno decisa altri per me:
se sono buono o mediocre
non nasce proprio da me
neanche è mia colpa
se mi scuoto
se non mi scuoto
se percorro labirinti
che riportano sempre indietro.
Ma cosa vuoi, me ne dolgo
mi ci rigiro nel letto:
e ritorno alla colpa ancestrale,
alla tara, alle parole
dette o soffocate in un letto
la sera che io partivo verso la vita.

E mi sento ben colpevole
Sono malconcio, dentro
abile e goffo nel savoir faire
solenne nell’ignoranza
avvocato sublime,
artista di frammenti
uomo svilito
da un dovere incompiuto
dal peso
di una responsabilità
mai portata.

La mia vocazione alla morte
è ancora più scarsa
perché mi piace anche ripugnarmi
sentirmi poco attraente
addormentato nel raffreddore eterno
nella totale incapacità
di avere la battuta pronta.
La vita non è un detto-fatto, del resto
né un taglio netto
né un prima-e-un-poi.

La vita continua
sopporta le morti
i tradimenti le meschinità i furti
le miserie
perché continua inavvertitamente
e così uccide la Storia.
No, non sono portato
per questa vita che non ho scelto
non sono portato per nessuna morte
non sono portato per essere disperato
non sono portato per essere felice.

La mia vocazione alla vita
l’ho accettata come un distintivo
come un fiore appeso alla giacca
come un futuro appeso ai passi.

La vita che forse mi aspetta
è la vita vaga e sospesa
di un artista
di un saltimbanco
di un parlatore
che convince gli altri
per convincere solo se stesso
per poi continuare a ricordare
a rivisitare a ribadire le proprie idee confuse
a cercare
quello che in lui si è arrestato
in un preciso istante
quando, fuggendo dall’ovatta
è esplosa fuori la luce
nell’indistinto rumore
di voci di donne
che era la vita.

Giovanni Merloni

Questa poesia è protetta da ©Copyright

Una poesia per te, 1973 (Stella n. 3)

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Una poesia per te

Una poesia per te
è un programma sublime
ma clandestino
disturbato da radio nemiche,
è una cartina muta
dove indovini le città
e le strade,
è un cuore immenso
che vorrebbe scaldarti
e invece si congela
in una trappola per topi,
è una lettera
dalla prigionia
che si gonfia
come un lenzuolo
e si fa treccia
solida e lucente
nella notte di luna
di una fuga partigiana.

Giovanni Merloni

TEXTE EN FRANÇAIS

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L’estate è i tuoi occhi, 1975 (Ossidiana n. 12)

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L’estate è i tuoi occhi

L’estate è un vaso da notte in un’antica
casa di campagna,
un coltello da boy-scout
una bottiglietta di coca-cola.

L’estate è una scalinata di notte,
tra le rocce
nell’isola di aranci e gabbiani.

L’estate è un lungo attimo sensuale.

L’estate è la piccola libertà di sognare
di mettersi nudi,
di vedere senza guardare,
è un piccolo quaderno di poesie
è il coraggio o la paura
la felicità di scoprirsi un po’ idioti.

L’estate è una camicia
a righe bianche e blù,
un lenzuolo asciutto per il corpo bagnato.

L’estate è un corpo che cade a terra come un sacco, un muro bianco,
uno spettacolo su un prato
di notte, con i riflettori,

L’estate è una lenta
pigra canzonetta d’amore
è un groviglio
di gambe e di braccia,
una nuvola viola
tra i pini e il mare.

L’estate è un uccello morto dietro i sassi
è un futuro pieno di incognite,
è forse cento sorprese
è forse una rivelazione.

L’estate è la fine dei compiti in classe
è una scuola senza i grembiuli.
senza i vestiti.

L’estate parla e un po’ rimbomba
dentro i nostri due sguardi insonni.

L’estate è un bacio fresco.
D’estate, comincia a essere vero
questo amore, comincia
a essere doloroso un distacco più lungo.
L’estate: quale migliore occasione
per mettere alla prova la nostra costanza!

L’estate è un dolore che sembra insopportabile.

L’estate è sospendere il giudizio
è fermare il tempo,
mettere la vita tra parentesi
cercare il buio nella luce
e la luce nel buio.

L’estate è una prigione di solitudine
è la scoperta di se stessi,
della propria nascosta ricchezza
della propria infinita precarietà.

L’estate è l’euforia di sentirsi diversi.

L’estate è mangiare una mela
stesi per terra
o arrampicarsi su una torre d’acciaio
per guardare la luna.

L’estate è i tuoi occhi.

Giovanni Merloni

TESTOIN FRANCESE 

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Una moglie

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Una moglie (1976)

Ho riletto
in queste poesie di amori smessi
il rantolo sottile,
la faticosa strada per capire
e pensare.

Ho capito che mi trascinavo
come un ostinato eterno deluso
collezionista di piccole morti
per il piacere di somigliare alla noia
alla sfavillante, compiacente avvolgente
eleganza
di un corpo inutile, di un abbraccio
visto in un film d’amore,
dell’amore delle parole d’amore,
parole lontane dalla saggezza
lontane dalla forza dal coraggio.

Ho collezionato gesti miei e tuoi
come colpi di piccone
che demoliscono la nera galleria
la rosea placenta
che era l’angusta prigione
dell’adolescenza
dell’insicurezza
della sorridente e invece
angosciosa fotografia di famiglia.

Ho rivisto la tua faccia
in posa
il tuo corpo nudo disporsi con paura
a subire gli assalti
ho toccato con mano
con tutta la mia memoria
la tenacia di quei due corpi bagnati
l’odore della coperta
il silenzio della luce filtrante
dalla finestra.

Io ti volevo ti cercavo ti amavo
ma ti sottovalutavo
ma ti sopravvalutavo.
Per la prima volta sentivo
quella disperata ricerca di appigli
nel nostro teso silenzio, pretesto
per l’aggressività che si avventava
(in coppia con l’angoscia
e un incomprensibile
istinto di morte)
tra le mura delle casa senza isole

Ho riletto la mia storia:
sempre, sulle rotaie di ogni treno
c’era la mia giacca appesa
c’erano i miei occhi
a guardare i campi i pali le case.
Ho capito che non sono esistito
che neanche tu esistevi
che rinunciavamo ad essere forti
a sentire il nostro corpo.

Ho riletto le mie incapacità
di ieri:
non mi amavo
non mi impegnavo seriamente
in nessuna cosa
e mai ho saputo amare te
lunga, tenera, affettuosa, inesplicabile pelle di donna.

Giovanni Merloni
écrit ou proposé par : Giovanni Merloni. Première publication 27 janvier 2013 et Dernière modification 27 janvier 2013

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L’inverno è la tua bocca, 1975 (Ossidiana n. 11)

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L’inverno è la tua bocca

L’inverno è un grappolo di mimose
sulle tue labbra viola.

L’inverno la porta si chiude
il nostro corpo si apre.

L’inverno è un flauto ultrasonico
che scioglie i muri di ghiaccio.

L’inverno è un campo di crisantemi
e gli occhi di Anna Frank.

L’inverno è la pancia di birra
di un camionista tedesco
l’occhio di vetro di un tiratore scelto
è la strada di casa
trasfigurata dal vento.

L’inverno è l’esile filo
per arrivare a domani
a domenica, a te.

L’inverno è un muro di cinta
appena crepato,
la tenacia e la fortuna
di riconoscere il gelsomino.

L’inverno i vecchi,
i gracili, i sofferenti
hanno sulle palpebre
una spessa gelatina di paura
(ma chiunque
può rompersi la faccia
scivolando sul ghiaccio.
Nell’inverno a kerosene
la natura muore sulle palme secche
di foglie prive di sapore.

L’inverno è un vocabolario
dei sinonimi e dei contrari
è una voce ovattata
une passerella in maschera
di vestiti fuori moda.

L’inverno è un soffio freddo
un sole nitido, una città
di uomini e topi,
è il magone dei poeti
stropicciato, di seconda mano,
è l’amore
sotto la tenda-coperta
è la notte.

L’inverno è l’amore verticale
i viali spogli, le pelliccette
i foulards
i maglioni gli aliti gelati.

L’inverno è la scalata
ai letti di piume
è l’ustionante cappuccino
nel cuore di una domenica
che passo a guardarti
a parlarti, a toccarti
ad aspettare che anche tu mi tocchi.

L’inverno non è ancora la morte
è il coraggio di lottare
la disperazione e la fiducia
di essere vivi in tanti
è la resistenza all’omologazione
è il mio urlo, è la tua fuga
il mio sciopero, è il tuo vincente sorriso.

L’inverno siamo appena nati
e già alitiamo verso le guance infuocate
e la bocca incerta di una ragazza
senza le chiavi di casa.

L’inverno è la tua bocca.

Giovanni Merloni

TESTO IN FRANCESE 

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L’autunno è i tuoi capelli, 1975 (Ossidiana n. 10)

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L’autunno è i tuoi capelli

L’autunno è un passo di ragazza triste
su un cuore sordo di stoffa stracciata.

L’autunno è una cattedrale pagana
sprofondata in un cielo di carta.

L’autunno tu sei qui, io son là,
tu sei là, io son qui.

L’autunno sei qui,
attenta al mondo cha nasce
mattone su mattone
foglia su foglia, gesto su gesto
sorriso, urlo, canto,
risata divertita.
Sei qui, assorta
nel passato e nel futuro
sei qui, foglia profumata, dorata
di bronzo e di rame
persa nel viola,
abbacinata dal raggio obliquo,
ghiacciata dai tramonti di chitarre.

L’autunno, è evidente
è una foglia gialla,
mille foglie gialle.

L’autunno, è evidente
nient’altro che pioggia scrosciante
una doccia di carezze,
un mare di marmo
che si rovescia, gonfio e graffiante
sulla terra grigia.

L’autunno, è evidente
è la stagione dei poeti
è la stagione dei pensierini delle riflessioni
dei tonfi, delle ferite.

L’autunno, è evidente
piove senza sosta su Brest.

L’autunno è i tuoi capelli.

Giovanni Merloni

TESTO IN FRANCESE 

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La primavera è la tua mano, 1975 (Ossidiana n. 9)

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La primavera è la tua mano

La primavera è un mare grigio.
La primavera è il tuo corpo sulla sabbia
è la tua voce, il tuo collo, le tue labbra.
La primavera è un sospiro.
La primavera è la luce sottile
che serpeggia in una stanza.
La primavera è un vino nuovo
è una camminata da soli
è un bacio sulla porta
è un disco ossessivo
è un cespuglio di capelli
è un mucchio bianco di ossa e di sassi
è un monologo steso al sole
è un buio pieno di odori.
La primavera è una interminabile scopata.
La primavera è una foglia rossa
morta su una lastra di ghiaccio.
La primavera è un piccolo libro.
La primavera sono le giacche rubate
i preparativi delle feste
grondanti di acqua gialla
le lampadine nei bar
battute da un vento incerto
le periferie dissodate senza rumori
i quaderni arricciati
i telefoni aggrappati
i cuori ingombri, disperati, solitari.
La primavera è l’angoscia
della vita tra gli altri
della vita al lavoro, negli uffici
nei labirinti ossessivi
dei ritmi quotidiani.
La primavera
è una violetta su un vestito grigio
e un giro tortuoso
tra i tuoi capelli ricci.
La primavera è la tua mano.

Giovanni Merloni

TESTO IN FRANCESE  

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Va il treno, 1973 (Stella n. 2)

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Va il treno

Va il treno
e tutto resta indietro
e tutto viene avanti
e io non esisto
e solo io esisto.

Va il treno
viene la terra
va il treno
viene il mare la laguna
le case le torri
le ansie le cose gli uomini.

Va il treno e vieni tu.
Va il treno e tu non ci sei
mentre io sono proteso
verso questo ritmo
che assecondo
che non mi fa pensare
che non mi fa ricordare
Questo rullio
non mi stanca
non mi riposa.

Va il treno
e tu cammini
ma ti muovi lenta
chissà dove
come un’idea fissa.

Va il treno
dove ci sono io
un treno vuoto,
pieno di cose che non mi fermo
a guardare
di pene che ignoro
di mondi, di memorie, di amori.

Va il treno
sopra le città
i letti i baci gli abbracci
sopra quelle luci dolorose
di finestre socchiuse.
Va il treno verso
tante donne tanti uomini
tanti che aspettano
tanti che si nascondono

Ferma il treno
diventa un tram
un serpente pesante e ingombrante.
Ferma il treno, e ti vedo
attesa sperata sognata desiderata.
Ferma il treno, e invade
la tua ansia e la mia,
estranee come i nostri due sguardi sbarrati.

Riparte il treno
e ci lascia sulle mattonelle.
E, lugubre come in una festa,
gioioso come in un funerale,
si porta via
un mondo di persone da treno
mentre la città ci apre
in silenzio
le porte della notte.

Vanno allora, sotto i portici
i nostri passi disarmati,
vanno i nostri pensieri
a intrecciarsi
come sciarpe,
vanno le nostre mani
a lambire i fili del cielo.

Giovanni Merloni

TEXTE EN FRANÇAIS 

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