Non sono più solo (Luna, 1977)

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Non sono più solo

Sorridendo
hai aperto la scatola del mio petto
come un libro senza copertina
senza pagine né titolo.

Serrando le labbra
hai tolto il ciarpame
dei microfilm, dei nastri di parole
il serpente di gomma
di un assedio cieco, a tentoni,
ai sotterranei della vita.

Chiudendo gli occhi
hai gettato via
gli occhi blu e viola
di una sirena decomposta
che ancora vomitavano
gesti convulsi
parole telefonate
carezze spezzate.

Di nuovo sorridendo
hai cancellato
i sentieri del labirinto
invitandomi
nel tuo liquido abbraccio
steso al sole.

Con un gesto invisibile
hai ridato ai miei passi
la foga rabbiosa
di un ritmo deciso
hai restituito alla mia bocca
la voce saltellante
di una lenta speranza.

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Sorridendo,
stringendo i denti
rinunciando a fuggire
resistendo
a occhi chiusi
a occhi aperti
tu mi hai sciolto
liberando i miei gesti
dai grovigli insulsi
dalle trappole
dalle grucce
di una vita passata
a nascondere i sogni
a coprire di ombra
la mia spasmodica voglia
di luce.

Non sono più solo.

Giovanni Merloni

Questa poesia è protetta dal ©Copyright.

TESTO IN FRANCESE

Una poesia ragionata per Jim, Jules e Catherine (Luna, 1977)

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001_jim jules et catherine colorés 180Una poesia ragionata per Jim, Jules e Catherine

La loro canzone
è triste solo per noi.

Jim
Un uomo ricco solo di parole
non studia i suoi bei gesti tra la luce e il fumo
quali e quante doti
per ingannarlo… Com’è difficile
scovare l’intelligenza,
l’azione vera e adatta, se gli occhi dolci
attenti sanno volare afferrare il vento
sulle cime delle foglie !

Jules
L’altro uomo sembra un gregario
un buon vicino, un infermiere.
Lui non ha amori tenaci, ma un fiore
lo tramortisce. È completo, si ritiene
incompleto. Si basta, ma vorrebbe amare.
È triste come la sua palude di uccelli.

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Catherine
La donna che grida la vita
è indifesa, l’ultima della classe
ma è bella, come una statua resuscitata,
simile all’acqua della notte
al fuoco gonfio della mattina.

Jim, Jules e Catherine
Per questi tre la vita non è di cose
eppure i loro oggetti sono vivi
come le loro corse affollate.
Se per loro la vita corre verso la morte
la morte non colora di poesia
la loro spietata follia.

Ma purtroppo la loro canzone dolorosa e trista
riguarda tutti noi,
dal primo all’ultimo della lista.

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Giovanni Merloni

Questa poesia è protetta dal ©Copyright.

Il palazzo di Atlante (Luna 1977)

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001_Uno a 180Il palazzo di Atlante

Il palazzo di Atlante
le scolorite scene di caccia
gli ermetici gesti
dei cavalieri rosa
delle bionde dame in nero
le sere affacciate sul buio della luna
le trecce le ruote le scale di ghiaccio
i rovi e il piccolo sangue nella formalina
gli agghiaccianti racconti
i cani morti, bianchi
avviluppati al disegno delle stelle.

Il grido di una insopportabile tortura
di una vita gloriosa, di una morte dolorosa
i cortei tra i fossati
il cicaleccio delle statue
i santi beffardi i diavoli beffati
il film delle bandiere, delle icone
la storia vestita di cera
la tua bocca viola
il tuo corpo robusto
i tuoi occhi tristi-dolci
il labirinto dei fiori di carta
le lunghe tortuose colonne
come tralicci nel cielo
il provvisorio il definitivo
la calma delle paludi
il disagio degli stregoni
il sussurro dei poeti
le sfere d’acqua del futuro.

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Io ti carico sulla carrozza di fieno
ti soffio il respiro fresco del tramonto
sulle morbide labbra.

Il terremoto delle emozioni profonde
di un abbraccio cupo e delirante
nel groviglio lunare del tuo sguardo
mentre rido piango urlo mi affliggo
osservo dietro uno spesso vetro opaco
l’amore che nasce, l’amore che muore
e questo continuo tu per tu con l’azzardo
che è la mia vita.

Giovanni Merloni

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All’inizio ti muovevi (Luna, 1977)

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001_1977 Genova 180All’inizio ti muovevi

All’inizio ti muovevi
nella casa agitata
con un fare discreto
da ospite
(sembravi capire tutto).

Poi, cercando certezze
ti sei fatto amico
di tuo padre
(un uomo vivo
ma legato, incerto
e come prostrato
dalle mille
piccole fatiche :
interminabili conseguenze
di atti di entusiasmo
e di distrazione).

Sei grazioso
un piccolo scimmiotto
nella piccola tana
di un cuscino peloso.

Verso il cielo
hai graffiato la finestra
come un buffo uccello
che vola sulle mani.

Sei un vero bambino
così evidente
che non ti capisco
così disarmante
che ti verrò dietro
goffo compagno di giochi
nelle vischiose peripezie
di un labirinto.

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Giovanni Merloni

TEXTE EN FRANCAIS

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Trieste 1971 (Nuvola, 1971)

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001_trieste 001 180 Trieste, l’anticamera

Non ho mai dato spiegazioni riguardo alle mie poesie e non comincerò a farlo oggi. Di fatto, tra lo stato d’animo che detta con urgenza una poesia e i fatti o le circostanze della vita, c’è uno sfasamento tale che si ha perfino paura di tradire una delle due verità… o le due insieme. E tuttavia, mi sono chiesto, di fronte a una poesia intitolata « Trieste 1971 », che diranno i miei eventuali lettori? Di sicuro, se hanno visitato personalmente Trieste o, almeno, sanno dove trovarla sulle carta d’Europa, essi si domanderanno : perché parla di Trieste, costui? (1)

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Sì, certo, Trieste è a un tiro di schioppo da Venezia, la città dove mi sono recato insistentemente a ogni momento cruciale della vita. Ma una Trieste vista di sfuggita — nel « prolungamento » di una fuga a Venezia o rincasando da un viaggio in Jugoslavia o a Praga — non sarebbe bastata a produrre la voglia di parlarne in una poesia, bella o brutta, eroica o patetica che sia.
Le circostanze della vita sono contemporaneamente semplici e complesse. E quando scattano le occasioni, bisogna essere pronti ad afferrarle al volo. D’altronde, per essere pronti, deve essersi prodotta una maturazione, alla fine di une lunga attesa. Oppure si ci deve essere una vera necessità di uscire da una situazione scomoda, dolorosa…
In febbraio 1970, portavo a termine con l’ultimo esame cinque anni e mezzo di studi universitari, in cui l’entusiasmo e la sensazione di passare da un salto nel buio all’altro erano stati sempre accompagnati da un’angoscia sorda o chiassosa, per ragioni a me ben note che ora non posso spiegare se non con larghi gesti o espressioni vaghe.
In estrema sintesi, posso dire che allora ero soprattutto contento di essermi liberato da questo lustro costellato di giganteschi doveri. Ma ero  sempre andato di corsa, quasi mai contento di me e, anche pensando alle scarse armi di cui disponevo per aprirmi una strada, stavo sprofondando in un una specie di frustrazione, che mi portava inesorabilmente alla solitude e al silenzio.
Ma il Destino non aspettò che un mese per interessarsi al mio caso, dandosi da fare per rimettere in piedi il mio amor proprio e la fiducia in me stesso. Tutti i miei compagni partecipavano all’esame di Stato, passaggio indispensabile per accedere alla professione di architetto. Li seguii senza troppa convinzione in quella sala enorme e stereotipata dove la maggioranza dei presenti, almeno nella prima mezz’ora, non pensò ad altro che a temperare più volte la stessa matita.
Poi, nonostante le mie gravi carenze, riuscii a lanciarmi in un’idea abbastanza organica e logica, che fu apprezzata dalla commissione esaminatrice con la mia più grande sorpresa. Superata la prova scritta, l’orale mi preoccupava meno, a condizione che non mi facessero domande troppo approfondite su certi aspetti scientifici o piuttosto tecnici.
Arrivai all’appuntamento in uno stato di euforia e di spensieratezza che mi aiutò a vendere cara la pelle, conducendo per mano i miei interlocutori là dove avevo conservato le mie principali riserve dialettiche. Scoprii allora che il presidente della Commissione era stato un carissimo amico di mio padre, scomparso da poco più di due anni. Si chiamava Pio Montesi. Mio padre lo stimava moltissimo anche se ne aveva parlato poco, secondo il suo stile.
Pio Montesi viveva a Roma e insegnava a Trieste, dove era il direttore dell’Istituto di Architettura e Urbanistica dell’Università. Subito dopo questo incontro «da una parte e dall’altra del tavolo», Montesi, ben contento di non aver dovuto esercitare la sua influenza per farmi uscire da una qualsiasi difficoltà, aveva manifestato verso di me, con la discrezione che la situazione imponeva, un atteggiamento se non paterno certo benevolo e adatto al mio temperamento orgoglioso e fin troppo sensibile.
Questa madeleinette di Proust dell’esame mi ricorda di colpo la sua voce, il suo curioso modo di attirare l’attenzione con frasi corte e taglienti, la sua inflessione dialettale che entrava in gioco in modo elegante, sempre disincantato e ironico… Dopo questo incontro avvenne per me in un solo istante la miracolosa sostituzione del padre perduto… e la compagnia di una figura carismatica, che aveva vissuto una storia personale che in qualche modo, io lo sentivo, anticipava la mia…
Ricordo rapidamente che Montesi non amava parlare a lungo al telefono… che non guidava la macchina, dunque, in modo del tutto discreto, amava essere accompagnato a casa, o al suo bellissimo studio d’architetto… Mi bastano pochi particolari… e la sua nobile figura riprende vita nella mia memoria, come in un film… capelli bianchi come la neve, occhiali da sole, un naso spirituale, un volto pallido o d’improvviso arrossito, forse per i soprassalti della pressione alta. Era sempre elegante con il suo vestito grigio, le sue camicie bianche, la sua cravatta da artista, i suoi calzini bianchi, e quella borsa, mai troppo pesante, ch’egli trasportava volentieri dalla casa di via Labicana al suo studio sulla pacifica via della piramide Cestia…

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Di questo passato perduto io ricordo ogni dettaglio: non mi preoccupavo quasi mai delle difficoltà economiche o dell’incertezza nel lavoro, anche se ero un giovane padre appena uscito, traumaticamente, da un primo ciclo lavorativo come professore supplente in un liceo.
Quando Pio Montesi mi invitò a Trieste, dandomi così la chance di rendermi utile in un gruppo di ricerca sulle università straniere — la francese e la russa in particolare — io ne fui 
felice e riconoscente
. Si susseguirono i viaggi, le amicizie, la scoperta di questa città incantatrice e ospitale… Il rapporto numerico equilibrato tra professori e alunni favoriva un certo clima di scambio sereno e sempre stimolante, costellato di seminari, gite culturali e scientifiche, cene comunitarie, piacevoli serate a casa degli uni e degli altri… Era una vita privilegiata, che mi lasciava credere, in quei giorni almeno, a un riconoscimento più solido rispetto a quelli che ottenevo nella realtà (o « irrealtà ») romana. Trieste era anche quell’accento del tutto particolare, che dava una consistenza e un colore preciso a questa piccola libertà, protetta e garantita, di cui potevo usufruire almeno una volta al mese…

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Qui ho appena lo spazio per citare un aneddoto che lo stesso Montesi raccontava per esprimere, con grande sincerità, la diversità tra i suoi due mondi: arrivando a Trieste era accolto con tutti gli onori e, se era il caso, con la banda… mentre a Roma, alla stazione Termini, non c’era mai nessuno ad attenderlo… Diventava allora un viaggiatore qualsiasi, uno sconosciuto con la valigia pesante o leggera come tutti gli altri…
Per comprendere anche la mentalità del tutto particolare e l’onestà intellettuale del mio «secondo padre», Montesi arrivò un giorno a Roma con i suoi alunni, deciso a portare a compimento un’idea assai paradossale in cui mi trovai coinvolto: era l’idea della scoperta di una Roma del tutto insolita… Obbligò infatti il pullman — e i suoi devoti alunni triestini — a percorrere un anello studiato a tavolino attraverso la città degli anni ’50 e ’60… senza mai uscire dalla periferia! Per quelli che non avevano mai visitato la Roma monumentale e privilegiata, e sapevano che non ci sarebbe stato il tempo per vederla, fu un vero choc. Una « grande abbuffata » di palazzoni e palazzine precocemente invecchiati che si traduceva in una specie di incubo… con alcune luminose eccezioni che Montesi aveva previsto come altrettanti premi di consolazione… Ecco un ricordo che avevo ricacciato chissà dove, che meriterebbe, per le sue ombre e le sue luci, di essere ripreso un giorno e salvato dall’oblio definitivo…

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Parlerò anche, un’altra volta, dei «giovani» miei coetanei che avevo conosciuto a Trieste in questa indimenticabile e, ahimé, breve stagione, tra cui Aurelio, nipote di Scipio Slataper, un grande poeta triestino, autore tra l’altro di un libro-cult, «Il mio Carso», Giorgio et Diana De Rosa, Costantino Giorgetti.
Purtroppo, dopo una breve «rimpatriata» nel 1994, non ho potuto né saputo mantenere il contatto con queste persone speciali. Oggi, l’inevitabile ricerca di notizie su ciascuno di loro mi ha arrecato un vero dolore : Giorgio De Rosa è scomparso nel 2010 ! Non potrò mai dimenticare le parole che quest’uomo intelligente e pieno d’ironia mi disse al momento dei saluti, nel suo dialetto spiritoso: «comportite bèn!», «comportati bene !» Ma io, ho poi seguito i suoi consigli?
Ciò che poi mi colpisce, oggi, ritrovando nei miei fogli ingialliti la mia poesia in onore di Trieste, qui sotto, è realizzare che questa città straordinaria è stata per me l’anticamera di Bologna. Bologna non sarebbe mai esistita, nella mia vita, se non ci fosse stata Trieste…
Dopo un anno e mezzo circa, le nostra tesi collettiva sulle università straniere era bene o male finita e i miei viaggi a Trieste divenivano sempre più rari, quando fu lanciato un concorso per assumere degli architetti alla regione Friuli-Venezia Giulia. I miei amici di Trieste, conoscendo il mio interesse per l’urbanistica e la mia difficile situazione di lavoro a Roma, insistettero con Montesi perché mi incoraggiasse a presentare la mia candidatura. Era molto facile, allora, una cosa che sembrerebbe del tutto inverosimile oggi. Ma, parlando di me, Montesi disse : «Non credo che lascerebbe Roma per venire quassù!»
Questa frase cambiò la mia vita. Sulle prime, restai deluso: sarei partito immediatamente per vivere a Trieste, o a Milano, o a Torino, o anche in una qualsiasi città straniera se i miei titoli e le mie conoscenze linguistiche l’avessero permesso…
Nel 1970, con 22 anni di « ritardo », fu realizzata, in Italia, una delle più importanti riforme previste dalla Costituzione repubblicana: le Regioni.
Tra il 1970 e il 1972, tutte le Regioni dovevano assumere importanti poteri in materia di urbanistica e assetto del territorio. All’epoca, preso com’ero dalla ricerca incessante di lavoro e dalle contrarietà esistenziali sempre più palesi, non avrei forse saputo niente di tutte queste opportunità.
Non mi fu difficile convincere Montesi, quest’uomo generoso che sapeva farsi carico della vita di un altro. Ormai, la possibilità di partecipare al concorso della regione Friuli-Venezia Giulia si era dissolta. Forse il mio maestro aveva ragione: il mio trasferimento a Trieste non sarebbe stato una buona idea… Montesi mi aiutò invece, con entusiasmo, nella decisione che mi condusse, in poco tempo, tra soprassalti psicologici che andavano al di là delle difficoltà effettive, in quella Bologna d’elezione di cui non finirò di tessere le mie lodi più sincere.
Se penso soltanto che quest’uomo è scomparso nel 1981, solo undici anni dopo il nostro primo incontro… E trentaquattro anni sono trascorsi, ormai, da quell’ultimo addio, nella sua bella casa che non avevo mai visto prima !
Mentre voi leggerete questa poesia, io la rileggerò con voi. Certo, una poesia, da sola, non può restituire interamente un pezzo di vita intenso e ricco di meraviglie… Forse un giorno la riscriverò, o la trasformerò in un racconto, cercando di riversare in esso questo sentimento di angoscia frenetica e di compulsiva gioia di vivere che accompagnava i miei giorni di attesa, i miei lunghi viaggi solitari, i miei incontri con questi personaggi, notevoli per molteplici aspetti, le mie passeggiate distratte con Diana e Giorgio, Costantino e Aurelio, i miei appunti, mai sereni, mai organici…
Giovanni Merloni

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Trieste 1971

Di ogni città trattieni
le incerte memorie:
passa dentro al tuo corpo
allungato, bianco e grigio
l’inquieto incrocio delle colline e del mare.

Dalla tua bocca scolorita
sussurri onde calme e salate,
descrivi, in un fumo azzurro
strane piazze palladiane
finite, infinite, estranee, parenti.

Di ogni città accogli
il gesto e la parola:
chiuso tra i vetri e gli stucchi
di vecchi caffè affacciati alla bora,
confidi l’antico sapore viennese
l’antico rituale di statue sepolte
di nascondigli di ebrei e di poeti
il lento passaggio d’infiniti esili.

Di ogni parola dei poeti
di ogni foto autentica di Freud o di Svevo
conservi la distratta ordinata scansia:
ma c’è stata anche Roma, anche qui
a travolgere l’esile bacio
il sottile fazzoletto dipinto
del Carso nel debole mare.

Di ogni città rifai
le forme moltiplicate e sfuggenti,

ma intanto conservi, attenta,
una tua aria segreta, un confine
inesistente di infinite lingue diverse
e questo paesano andare sui monti
rotolando, ridendo, tra rocce e sterpi,
arido e luminoso destino
che il mare di cartolina
rimanda tenue, vivo, bello.

Nei giardini discreti di glicini incantati
tu ricrei, in una mattina di debole sole,
questa nostra terra di nostalgia
di malinconica decadenza.

Di ogni memoria vagabonda
di ogni passaggio eroico tra i fuochi
tra le parole più vive
tu sei il corpo infelice che amo.

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Giovanni Merloni

TESTO IN FRANCESE

Ognuno è un numero, 1975 (Ossidiana n. 44)

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Foto « prestata » de Giorgio Muratore, Archiwatch 

Ognuno è un numero

Ognuno è un numero
una generazione
un vestito smesso
un titolo di studio, qualche medaglia
una degradazione, cento bocciature
un neo, una barba e baffi
un paio di occhiali, una macchina rossa
una tessera, un distintivo
un panino tra gli impiegati
una fila fuori dal botteghino
una presenza o un’assenza
a un rito.

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Foto « prestata » de Giorgio Muratore, Archiwatch 

Ognuno è un albero
che dispera verso le nuvole
le piccole foglie.
Ognuno è un corallo luminoso
abbarbicato alle radici del mare;
ognuno è un frutto sotterraneo
o un cancro.

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Foto « prestata » de Giorgio Muratore, Archiwatch 

Ognuno è un grido sommesso
una ribellione guardinga
una incapacità, manifesta
o dissimulata, a vivere.

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Foto « prestata » de Giorgio Muratore, Archiwatch 

Ognuno è un ragazzo
che attende risposte
del tutto inibito, ridotto al silenzio
che non osa chiedere
che non osa parlare.
Ognuno è un piccolo artigiano
in questa cosmica impresa di tappabuchi
che è il mondo.

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Foto « prestata » de Giorgio Muratore, Archiwatch 

Giovanni Merloni

Questa poesia è protetta da ©Copyright. 

TESTO IN FRANCESE

“Rapsodia su un solo tema” di Claudio Morandini, Manni Editori 2010

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001_2010_cover_rapsodiasuunsolotema “Rapsodia su un solo tema” di Claudio Morandini, Manni Editori 2010

Una prima osservazione, giunti a circa metà lettura di “Rapsodia su un solo tema”- che si fa via via più avvincente – è che questo libro non sembra scritto da un italiano, e nemmeno dallo statunitense Ethan Prescott o dal suo compagno Carl Thalberg. E nemmeno da un russo, come il musicista Rafail Dvoidikov o da una russa, come la sua segretaria e assistente Polina. Una sorta di “spersonalizzazione” – che coinvolge il lettore, passando per la sua pelle, i suoi gesti e comportamenti -, insieme all’accettazione, forse, della mutazione babelica che ci conduce tutti verso una nuova e sconosciuta identità globale, sembra essere la scelta fondamentale dello scrittore Claudio Morandini, autore di questo romanzo di grande interesse, che merita un vasto pubblico di lettori, soprattutto al di fuori del solo, spesso disattento, contesto italiano. Questa scelta corrisponde, io credo, alla seconda necessità evidente di questo libro : dire la verità, raccontare la storia di un artista puro e geniale che sopravvive al sistema di potere sovietico, dire tutto in modo mai scontato o obbligato. Dire, inoltre, la verità sulla libertà presunta nella quale un musicista più giovane, mentre analizza l’oscuro dossier del mitico compositore russo, rivela al lettore e a se stesso quanto sia diventata difficile la sopravvivenza nel cosiddetto occidente libero, sregolato e postmoderno, che attraversa negli Stati Uniti una fase particolarmente problematica e disperata. Dire tutto ciò non è facile, ma Claudio Morandini ci riesce, grazie e soprattutto all’understatement con il quale l’io narrante parla e agisce. D’altra parte il libro contiene una terza sfida, quella di far ruotare ogni riflessione e ogni avvenimento intorno al tema musicale o per meglio dire alla musica tout court, questa idra a mille teste che offre allo scrittore la possibilità di raccontare anzi di ricostruire la verità – la verità di noi tutti e la verità dei nostri tempi – secondo molteplici registri e attraverso numerosi quadri. Egli scrive un libro che si suppone parli della rapsodia su un tema di Rafail Dvoinikov, un tema insistito, esclusivo e perfino ossessivo – che potrebbe essere inteso come la forza e la disgrazia di questo compositore. In realtà è l’autore stesso che struttura il suo libro nella forma di una rapsodia. La musica è dunque il vero protagonista del libro ed è anche il pilastro centrale che ne sostiene l’architettura, dalla prima parola all’ultima. Ma in questo libro c’è anche molto altro.

L’io narrante, il musicista statunitense Ethan Prescott, è un musicista assai creativo, allo stesso tempo  perfettamente integrato in un contesto, che lui stesso chiama “di nicchia”, dove è ormai autorizzato ad interessarsi di un autore russo molto anziano, pochissimo conosciuto in occidente, che ha conosciuto una giovanile riconosciuta grandezza ma non è stato poi capace di aderire supinamente alle richieste di un sistema di potere ottuso e sospettoso come quello sovietico dagli anni 20 in poi: “Dvoidikov, audace sul pentagramma, ha dovuto imparare l’arte di dissimulare il suo carattere, e fingere di essere un prudente esecutore di direttive altrui – senza riuscirvi mai, e in questo fallimento sta la grandezza della sua musica, che oggi possiamo leggere come uno dei massimi esempi di un’arte tanto prepotente da sfuggire allo stesso artefice” La storia di Rafail Dvoinikov, ricostruita gradualmente e attraverso una singolare molteplicità di piani narrativi – da quello minimalista e a volte concettoso dei diari di Ethan Prescott a quello emozionato e emozionante degli incontri a casa del musicista russo, in presenza della inquietante segretaria e interprete Polina; da quello delle proiezioni sul presente di possibili contaminazioni e tresche artistiche con la musica techno a quello dei resoconti di viaggio di un contemporaneo di Mozart e Gluck che ha l’ardire di frequentare auditorium e sale di incisione del ventesimo secolo – cessa ben presto di essere soltanto o soprattutto la storia dell’autore dell’”Antisinfonia”, o “Sinfonia numero zero” e di altre opere innovative. Non è solo Dvoidikov, con la sua vicenda terribile ma ostinatamente vitale, a battere su un solo tasto, o se si vuole su un solo tema. E’ lo stesso Ethan, catturato dal viaggio intercontinentale che lo catapulta su uno scomodo treno pendolare della Russia post-sovietica aprendo la strada di una dolorosa ricerca del senso della propria esistenza e di se stesso, è lui, insieme a Claudio Morandini, l’autore di una rapsodia su un solo tema, cioè di un canto complesso la cui fondamentale esigenza è quella di non perdere mai di vista l’importanza “centrale” della vita. Inevitabilmente, e per fortuna, l’artista stanco per questa incorreggibile “incomunicabilità” tra le proprie aspirazioni espressive e comunicative e il pubblico disattento e ostile – stanco altresì per la difficoltà di trovare degli interlocutori che non siano muri o voci sepolte in vecchi libri o antichi spartiti -, cerca e trova negli incontri importanti o occasionali che la vita gli procura una ragione per continuare, per insistere, per sperare. L’elemento nascosto di questo bel romanzo, è dunque nella natura tragica dell’io narrante, Ethan Prescott, la cui omosessualità, vissuta quietamente fino agli ultimi capitoli, diventa essa stessa la causa di una ancor più grave incomunicabilità, quella di non poter aderire a un sentimento contraccambiato. Ed è questo un risvolto costante nella vita di tutti noi, un anello fragile che ci fa immediatamente cogliere, da lettori, la drammaticità di un malinteso quando sono in gioco passioni profonde e sincere.

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Ritengo che Claudio Morandini, con questa dolorosa conclusione, che finisce per collocare la tanto glorificata musica-ragion-di-vita in una prospettiva di ridimensionamento. abbia voluto dire : Forse la gloria non arriva mai, la vera gloria non è di questo mondo, è una cosa che capita sempre agli altri, come la morte precoce. Lo dimostrano le eterne competizioni, le gelosie e invidie che da sempre hanno spesso offuscato grandi geni lasciando, almeno nella contemporaneità, il posto ai mediocri, ai venduti, eccetera. Ma, attenzione, se poi la gloria viene a cercare proprio noi, decide un giorno di corrispondere al nostro amore inesausto, alla nostra corte interminabile e irta di capolavori… bisogna essere pronti ! Poco importa se la gloria ci arride perché siamo bravi o siamo belli e affascinanti o per tutte queste cose insieme. Possiamo suscitare l’amore di qualcuno a cui abbiamo dedicato delle attenzioni. E la gloria, che nel libro si chiama Polina, si può innamorare, convincersi, essere pronta, desiderare di essere rapita, portata via, se non ancora, immediatamente, cavalcata. Ethan Prescott non può amare Polina perché è omosessuale. Ma la passione che ha scatenato in questa donna non può renderlo tranquillo. Si ripropone la distanza tra l’artista desideroso di comunicare e il mondo indifferente e ostile. Si spezza la più grande e incoercibile illusione della nostra formazione letteraria, forse non è più vero che « amor ch’a nullo amato amar perdona ». E si apre una ultima riflessione, totalmente ribaltata, dopo la lettura dell’ultima pagina prima della post-fazione. Forse siamo noi stessi la gloria, perché la gloria l’abbiamo sempre avuta. E se non siamo in grado di darla a chi ci ama non possiamo pretendere di averla da chi non ci ama.

Giovanni Merloni

TEXTE EN FRANÇAIS

écrit ou proposé par : Giovanni Merloni. Première publication 1-4 septembre 2010 Dernière modification 15 mai 2015

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« La distribuzione della luce » di Stéphanie Hochet

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« La distribuzione della luce » di Stéphanie Hochet

«La distribuzione della luce», questo potrebbe essere il titolo italiano de «La distribution des lumières» di Stéphanie Hochet (Flammarion, 2010), un bellissimo e importante romanzo polifonico, che ruota intorno alle chimere, alle ossessioni, o, se vogliamo, alle fissazioni di quattro personaggi, tre dei quali hanno la parola e si esprimono in prima persona – Pasquale, «l’italiano deluso» ; Auréle, «la ragazzina di periferia» (una periferia che a Lione si chiama «banlieue»); Jerôme, «il fratellastro idiota» — e il quarto — Anna Lussing, «la bella musicista» e perno di questa terribile storia — non si esprime in prima persona ed è solo «illuminata», di volta in volta, dagli altri tre.
In un singolare crescendo – che non lascia al lettore il tempo di respirare – la giustapposizione, apparentemente tranquilla, del diario «contraddittorio» di Pasquale, di quello «razionale e diabolico» di Aurèle e di quello «visionario» di Jerôme, si trasforma presto in dramma, in tragedia senza via d’uscita.
Con questo ultimo libro Stéphanie Hochet sembra voler aprire una nuova pista nella sua maniera di scrivere e di rappresentare la realtà. La scrittrice ripropone lo stesso spirito di verità e di chiarezza dei suoi libri precedenti, come ad esempio «Combat de l’amour et de la faim» («Lotta dell’amore e della fame»). Ma si spinge più avanti, a cominciare da questa «distribuzione della luce», fonte di una costante incertezza riguardo alla distribuzione delle parti tra i personaggi : ognuno lotta per il ruolo di protagonista, perché ognuno di loro – più o meno coscientemente – ha bisogno di comunicare la sua storia (e il suo problema), vorrebbe che qualcuno se ne facesse carico, aiutandolo a salvarsi.
A questo scopo Stéphanie Hochet dà al romanzo una struttura complessa, basata su parole e frasi «strategiche», una struttura che le serve a contrastare, a bilanciare e talvolta a sconvolgere ogni ordine logico a cui il lettore potrebbe affezionarsi. Si tratta di una struttura verticale, molto rassomigliante alla torre Eiffel (d’altronde citata a pag.183). In tale concezione, la prima parte del libro è dedicata alla salita, alla presa di coscienza di sé (della scrittrice stessa e del libro attraverso i suoi personaggi). In questa fase i personaggi restano abbastanza lontani l’uno dall’altro, tanto che il lettore non è in grado di immaginare quali saranno i rapporti tra di loro. Ma, prima di arrivare alla cima della torre, avviene un incidente, apparentemente esterno ai quattro personaggi, qualcosa che non ha niente a che vedere con loro. Questa intrusione provoca un certo fastidio. Ma poi si comincia a capire. Arrivati in cima, alla terrazza panoramica, si sanno ormai molte cose, e si vorrebbe già assaporare, di lì a poco tempo, un possibile epilogo della vicenda, basato sulla «luce», cioè sulla preferenza che sembra essere stata assegnata all’italiano trasferito a Lione, al suo amore per l’affascinante e un po’ misteriosa musicista. Ci si concentra sulla necessità di rimuovere gli ostacoli — primo fra tutto il citato incidente — che si frappongono alla sua felicità. Ma le cose non stanno così. Si deve ancora scendere. E la discesa sarà «vertiginosa», inaspettata e fatale (concetto del resto anticipato a pagina 11 e ripetuto alle pagine 142-143).
A questo punto ci troviamo, ormai, al di là di una semplice conoscenza dei personaggi e della loro presa di coscienza. Ci confrontiamo con testimonianze, sospetti e con tutti gli elementi necessari per dare alla fatalità e alla tragedia lo spazio e l’occasione di realizzarsi senza briglie e controlli.
Ci accorgiamo, sia pure in modo contraddittorio, che la luce si è ora spostata sui due personaggi più giovani, perché il malessere, che deriva soprattutto dall’abbandono operato dalla generazione dei padri e delle madri, si è più stabilmente e dolorosamente installato negli adolescenti. Così il fascio del riflettore teatrale si sposta continuamente da Aurèle a Jerôme, da lui a lei. Apparentemente è lei, Aurèle, la responsabile principale del dramma a cui si sta assistendo. Ma Jerôme non è esattamente il ragazzo ritardato e incosciente delle prime battute e pagine del libro.
E attenzione: questo spostamento della luce sui personaggi non è la sola novità di questo libro né la sola sua forza. Il lettore deve aspettarsi continui colpi di scena ed abituarsi alla particolare struttura del romanzo: una struttura trasgressiva, basata su frasi e parole che hanno la funzione di vere e proprie bombe a orologeria; una struttura che ha senza dubbio il potere di giustificare come del tutto reale una vicenda implicitamente ideologica e a tratti paradossale.
Non approfondirò qui la tematica dell’impatto della banlieue di Lione su Pasquale, l’italiano che ha forse scavalcato le Alpi per respirare un’aria migliore e che, per le vicende del tutto particolari che gli occorrono, potrebbe alla fine essere tentato, come la Dorothy del «Mago di Oz», a riconsiderare la propria scelta, si tratti di una fuga provvisoria o di un autoesilio definitivo.
Cercherò invece di dare una possibile interpretazione dell’epilogo paradossale. Tutti i personaggi – l’italiano scontento, la ragazzina nevrotica, il fratellastro disturbato, ed anche la musicista piena di buona volontà – non hanno una famiglia.
Per i due giovani, come si è detto, questa assenza di famiglia è la conseguenza di un abbandono che si ripete ogni giorno.
Per Pasquale è un rifiuto che egli non spiega e forse non spiega nemmeno a se stesso, un malessere che l’opprime assai.
Per Anna la famiglia d’origine, la sola che  abbia avuta, consisteva in una serie di doveri e obblighi che l’hanno spezzata in due. Anna vorrebbe una famiglia sua, per aprire finalmente la gabbia dove la sua vitalità è rimasta imprigionata.
Tutti e quattro sono dunque dei « senza famiglia ».

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Partendo da questa evidenza, Stéphanie Hochet lavora sui suoi personaggi come in un laboratorio. L’italiano deluso e incerto è sempre più coinvolto, con Anna, in un secondo rapporto coniugale. Aurèle, d’altra parte, cerca in Anna qualcuno che le apra la strada della vita, magari una seconda madre. Ma Pasquale riversa su Anna le sue contraddizioni esistenziali e amorose, mentre Aurèle vorrebbe far pagare alla nuova madre tutto il male che i suoi genitori effettivi le hanno provocato. In mezzo a questi due personaggi che chiamerei principali, un ruolo strategico è assegnato dalla Hochet a Jerôme, il deviato, il disadattato, l’idiota. Jerôme non è affatto idiota, anzi, vede chiaramente il confine tra ciò che è bene e ciò che è male (pagina 108). E’ dunque all’equilibrio emotivo di Jerôme che tutto è affidato. Lo si sente e lo si vede. Se la distribuzione della luce — e, in definitiva, delle attenzioni da parte di persone responsabili —, fosse stata più equilibrata, dando a Jerôme quanto gli era dovuto, forse gli avvenimenti avrebbero avuto un diverso corso.
Stéphanie Hochet ha bisogno di questi «figli diabolici» e del mondo cieco e sordo della periferia-banlieue per realizzare una vera e propria «tragedia greca», realizzata peraltro nello stile letterario di André Gide e con la classe indiscussa di un Hitckock o di uno Spielberg. La tragedia di Elettra (che guarda caso è chiamata in causa in una «lotta per la luce») si gioca in famiglia. Alla fine ogni personaggio del libro converge verso una stessa famiglia. Una tale spiegazione può allora giustificare il comportamento di Pasquale, il suo sacrificio o, perlomeno — dal momento che non si può sapere quello che il processo deciderà —, il suo slancio verso questi minori già condannati dalla loro stessa vita. Il comportamento di un padre.

Giovanni Merloni

TEXTE ORIGINAL EN FRANÇAIS

écrit ou proposé par : Giovanni Merloni. Dernière modification 30 avril 2015

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« Bonjour, Anne » un libro di Pierrette Fleutiaux dedicato ad Anne Philipe

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« Bonjour, Anne » un libro di Pierrette Fleutiaux dedicato ad Anne Philipe
Actes Sud 2010

Si dice « buongiorno » tutti i giorni. Ma c’è un « buongiorno » speciale, che ogni innamorato è felice di dire alla persona amata al momento del risveglio. Costui (o costei) è in realtà contento (o contenta) di condividere questo risveglio, di potersi rivolgere a qualcuno che « vive ancora ». Dicendo « Bonjour, Anne » Pierrette Fleutiaux immagina di parlare alla « sua » Anne, come si parla a qualcuno che esiste nello stesso presente.
Il titolo « Bonjour, Anne » ci fa pensare anche al capolavoro di Françoise Sagan, « Bonjour tristesse », pubblicato nel 1954 da Juillard, la casa editrice dove Anne lavorava. A noi italiani ricorda poi il terribile « Buongiorno, notte » di Marco Bellocchio.
Riuscirà allora questo libro – cronaca esatta e romanzesca, anzi romanzo tout court – nel suo percorso complesso e rischioso, a ridare la vita a Anne Philipe, prolungandola nel presente ?
Questa vita è oggi occultata dagli strati fangosi delle attualità successive ed emarginata dai cambiamenti storici e dalle mutazioni strutturali che la globalizzazione mediatica ha generato. Peccato, perché Anne Philipe è stata un personaggio di primo piano in Francia fino alla sua morte, nel 1990. Etnologa, scrittrice e editrice, Anne fu anche la moglie di Gérard Philipe, il più grande e famoso attore francese negli anni ‘50 — chi non ricorda « Fanfan La Tulipe » ?
Anne Philipe ha avuto la forza e la costanza di seguire il suo percorso  autonomo e originale — prima, durante e dopo il suo felice e doloroso matrimonio con l’attore prematuramente scomparso. D’altronde, come ci testimonia Pierrette Fleutiaux, Anne Philipe diceva spesso, citando Spinoza, che per l’uomo « la tristezza è il passaggio da una grande a una piccola perfezione » e che bisogna dunque « sforzarsi di vivere con eleganza », sempre, perché l’essenziale è « essere se stessi, il più possibile ».
Ma in cosa consisteva, nel fondo, questo « essere se stessa » di Anne Philipe ? Sin dalle prime parole di questo libro coraggioso, Pierrette Fleutiaux dichiara la sua amicizia senza riserve per questa donna che non ha avuto soltanto il merito di aver approvato il suo primo manoscritto  (« Histoire de la chauve-souris », 1975) — scrivendole semplicemente « Mi piace » —lanciandola nel mondo dei libri. Anne Philipe non si limitò, del resto, al ruolo di guida benevola e di maestra attenta. Fu una figura esemplare, unica.
Una figura esemplare per Marguerite, la giovane scrittrice che incarna « la prima età » di Pierrette Fleutiaux, dal suo soggiorno negli Stati Uniti fino alla fine degli anni ottanta, un personaggio da cui la Pierrette Fleutiaux di oggi si sente evidentemente distaccata.
Esemplare anche per un vasto universo di lettori — in via di disparizione —, che ai suoi tempi apprezzavano senza riserve lo stile di Anne Philipe, la sua discrezione e onestà intellettuale, che sono forse anche le ragioni profonde, oggi,  del suo oblio.
A partire dalla sua formazione di etnologa e di ardita viaggiatrice (« Caravanes d’Asie », 1955 ; « Promenade à Xian », 1980) e della sua rara disponibilità verso « l’altro », Anne è stata una scrittrice libera, che ha saputo difendere il suo equilibrio e, allo stesso tempo, vivere e esprimere i propri sentimenti e passioni, trovando sempre le parole giuste per parlare dell’amore e della morte (non soltanto in « Le temps d’un soupir », 1963, il romanzo del lutto per la morte del marito, ma anche nei romanzi successivi : « Les Rendez-vous de la colline », 1966 ; « Ici, là-bas, ailleurs », 1974 e « Roman interrompu », 1991).
Anne Philipe non fu soltanto una donna dal talento multiforme. E’ stata anche un personaggio discreto, in fondo solitario, pressocché indifferente al successo personale, che ha dato molto, impegnandosi in prima persona per sostenere tutti quelli che riscuotevano la sua stima. Anche in queste cose aveva un grande talento.
Vent’anni dopo la morte di Anne, Pierrette Fleutiaux è finalmente pronta a parlare di questa donna esemplare, eccezionale. Vuole rendergli un omaggio che possa servire alle generazioni future.
Nelle pagine spesso assai commoventi di questo libro — da leggere in un soffio, da rileggere attentamente e da consultare di tanto in tanto, per tutte le notizie, meno interessanti riguardo ai fatti che ai personaggi e all’atmosfera che si respirava a Parigi e nel sud della Francia in quei tempi perduti —, Pierrette Fleutiaux cade a volte nel pessimismo : tutto finisce, muore, si volatilizza, a cominciare da ciò che era attualità negli anni 50, 60, 70…
E dice molte volte che Anne Philipe è scomparsa per sempre in questo nulla.
Ma poi la Fleutiaux — scrittrice amata e molto stimata in Francia — fa lo sforzo straordinario di renderle omaggio, ricordandola ai lettori e a se stessa, ricostruendone l’immagine, facendo un ritratto « compiuto » della sua voce, della sua figura, del suo modo d’essere e della sua anima.
Dunque è possibile questo sforzo che ci coinvolge e ci trascina. Ed è necessario, perché la voce di Anne Philipe, parlandoci ancora, ci può comunicare emozioni di valore universale.
Un tale scopo è assai ambizioso e Pierrette Fleutiaux lo sa bene. Ha, certo, ormai, la somma padronanza di tutti i mezzi per una scrittura appropriata, ed ha anche l’autorità per proporre il recupero del « bene culturale Anne Philipe », che rischia veramente di essere definitivamente perduto.
Ma… non basta dare alla scrittrice morta un buon indirizzo per una nuova pubblicazione dei suoi libri. Bisogna accompagnarla. E accompagnarla non basta neppure. Bisogna occuparsi di lei, darle dei consigli, e non tirarsi indietro per tutto ciò che può succedere dopo.
E’ esattamente quello che Anne Philipe aveva fatto per Marguerite-Pierrette a metà degli anni settanta.
Dunque, Pierrette Fleutiaux si rende ben conto che si dovrà mettere personalmente in gioco, dando vita ad una vera e propria « invenzione » narrativa.
Tre personaggi sono invitati a raccontarsi o a lasciarsi raccontare : Anne Philipe, per prima. Ma con lei dovrà agire Marguerite (la Pierrette di quando Anne era viva). E per terza, obbligata a rivivere tutto quel passato e a sostenerne il peso in una corretta prospettiva, la Pierrette di oggi che, pur riscuotendo successo con la pubblicazione di nuovi libri sempre più belli, deve sempre muoversi con equilibrio e circospezione in questo mondo letterario di cui conosce bene i lati  vani e illusori.
E’ interessante a questo proposito notare che il passaggio del testimone da Marguerite a Pierrette avviene proprio con la morte di Anne Philipe, avvenuta nel 1989 (anno che rappresenta, tra l’altro, la fine di un’epoca per l’intero pianeta). In quel periodo Marguerite è alle prese con il suo lavoro più impegnativo, un « libro lungo », difficile. Lontana da Parigi aspetta con ansia il giudizio di Anne, che non arriverà mai. L’anno successivo Pierrette Fleutiaux, entrata con questa dolorosa perdita nella seconda fase della sua vita di scrittrice, otterrà il Prix Femina proprio con quel libro (« Nous sommes éternels », 1990).
Non si deve troppo credere al successo e bisogna, anzi, ricordarsi sempre di coloro che ci hanno aperto una porta. E io credo che la profonda riconoscenza di Pierrette verso Anne si può sintetizzare nello stile di vita che, come un testimone in una corsa, Anne ha regalato a Pierrette : uno stile basato sull’umiltà e la generosità, due qualità assai rare, che devono basarsi a loro volta su una vera capacità di amare. Del resto è solo attraverso un atto d’amore che la letteratura, il teatro e il cinema possono fare il miracolo di far rivivere e di rendere a volte eterno un personaggio o un mondo scomparso.
L’autrice di « Bonjour, Anne » ha vissuto parecchi anni in stretto contatto con Anne Philipe, può quindi aiutarci a « vederla » e a comprenderne fino in fondo il valore. Ma Pierrette Fleutiaux vuole arrivare al « vero » ritratto di questa donna « perfettamente compiuta ». Lei stessa vuole ora conoscere meglio colei che, anche per la differenza d’età, non le aveva aperto del tutto il suo cuore.
Ed è questo il punto nodale di questa « recherche », come infatti la Fleutiaux confida alla sua ideale interlocutrice, alla fine di questo bel libro :
« Quello che desidero, è incontrarvi oggi… per essere alla pari, ora che le nostre età si assomigliano, e parlarvi come non ho mai potuto veramente fare ».
Una intensa e ricorrente reciprocità è dunque alla base di questo libro : se non fosse esistita Anne Philipe, Marguerite (Pierrette giovane) forse non sarebbe stata una scrittrice riconosciuta in Francia e in altri paesi del mondo. Ora sono passati vent’anni dalla morte di Anne. Pierrette, che ha oggi circa la stessa età che Anne aveva il giorno del loro primo incontro, ha saputo incamminarsi nell’impresa di ridarle la vita e, con la vita, la gloria che merita.
Questa « ricostruzione » soggiace poi allo stesso meccanismo che legò Dante a Virgilio, o Montaigne a La Boétie.
Virgilio conduce Dante nell’Inferno e nel Purgatorio, è la sua guida nel viaggio nel passato, dove Dante ritroverà il senso della sua vita, dei suoi ideali e della fede. Il viaggio di Pierrette — nel suo passato e nei momenti che ha potuto ricostruire della vita di Anne – è anch’esso una ricerca di sé, una presa di coscienza e, allo stesso tempo, il miracolo di ricreare il passato. E, come per gli esempi del passato, questo miracolo nasce del tutto naturalmente dalla dialettica, dal « dialogo tra due ».
Montaigne, d’altra parte, esaltando il valore dell’amicizia con La Boétie prepara se stesso e i suoi contemporanei alla prima autobiografia della storia letteraria : « In verità, ciò che noi chiamiamo ordinariamente amici e amicizie, non sono che vicinanze e familiarità che scaturiscono da qualche occasione o comodità, attraverso cui le nostre anime si frequentano. Nell’amicizia di cui parlo, le nostre anime si confondono l’una dentro l’altra, in un miscuglio così universale da cancellare e rendere quasi invisibile la cucitura che le ha unite. Se mi chiedessero insistentemente di dire perché gli ero amico, sento di non poter esprimere un simile sentimento che rispondendo : perché era lui ; perché ero io. »
Molto spesso, in questo bel libro si leggono frasi che si potrebbero ricondurre   a Montaigne : « perché era lei ; perché ero io. »

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Su tale base, fondandosi su una struttura della memoria che alterna i ricordi recenti ai fatti più lontani, Pierrette Fleutiaux, trasformata a sua volta in Virgilio o Montaigne, ci porta con sé in una storia sempre più affascinante e emozionante che si sviluppa secondo un flusso unitario della narrazione. A metà del libro, per esempio, si parla delle vacanze estive di Anne Philipe a Ramatuelle, vicino Saint-Tropez : una pausa tra tanti eventi che ci toccano, ci angosciano o ci fanno ben comprendere come si svolgevano i fatti in certi angoli del passato, o nel mondo della letteratura e delle case editrici.
« Bonjour, Anne » è un libro che non si può raccontare troppo facilmente — ed è anche questo uno dei suoi meriti principali —, un libro che va largamente al di là di un mero ritratto letterario. Conosco molti scrittori che nella loro vita hanno conosciuto persone di talento e di genio, personalità straordinarie che la vita o la storia hanno abbandonato all’oblio. Se avessero fatto, anche in piccola parte, ciò che Pierrette Fleutiaux ha fatto per la memoria di Anne Philipe, il nostro piccolo mondo avrebbe fatto un grande passo avanti ; la letteratura cesserebbe di essere una pura e semplice consolazione davanti alla solitudine e alla morte.
Si sente sempre più il bisogno di uscire dal « virtuale » dalle « fictions » o dalle fotografie – violente e minimaliste – di tragedie, intorno a noi, che finiamo per considerare inevitabili, accettandole. Certo non bisogna dimenticare, ma ricordare deve servire a capire, a evitare di sbagliare, a trovare la forza per reagire. Perciò, accanto alle memorie più dolorose, in qualche modo necessarie, anche nella loro negatività ––, abbiamo bisogno di memorie positive, edificanti : uomini e donne che — grazie alla loro intelligenza e talento, grazie ad una condotta saggia, equilibrata, generosa — sono riuscite a far prevalere sui mali del mondo una visione positiva della vita. Essi si sono sforzati, come ci dice Anne Philipe, con disarmante semplicità, « di vivere con eleganza, sempre, perché l’essenziale è essere se stessi il più possibile ».
Ogni ricostruzione « creatrice » di questa umanità rivolta al bene vale molto di più di una memoria presa dai libri di storia e dai giornali. Questo ha saputo fare per noi oggi Pierrette Fleutiaux, con la sua forza tranquilla.

Giovanni Merloni

TEXTE ORIGINAL EN FRANÇAIS

écrit ou proposé par : Giovanni Merloni. Première publication 5 décemre 2012 Dernière modification 18 avril 2015

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Sono passato senza essere visto (Solidea n. 25)

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Sono passato senza essere visto (1)

1. Dal pessimismo

Sono passato, per vedere
ed essere visto
nei luoghi e nei volti
che non ho rimosso.

Sono sceso appena
nell’altra dimensione
che fu mia.

Schizofrenicamente ritessendo
trame di affetto
che il treno spezzerà
renderà vane.

Ho visto come sono visto:
come un ex di cui ognuno
ha un brandello privato
forse importante;
ma nessun ricordo
unico ed vero per tutti.

Oggi sono cambiato,
vorrei che la città lo sapesse.
Ma forse non lo saprà.

Sono passato senza
essere visto.

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2. Dall’ottimismo

Mi trascina a Bologna
una corrente sicura
il benefico pathos
dell’amor filiale.

Una madre sbrigativa
ma pur sempre affettuosa.

Un mondo in cui
tante cose di me importanti
sono nate
e qui
non altrove
possono sopravvivere.

Sia pure lottando
con fratelli gelosi.

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3. Dal viaggio

Resterei a Bologna.
Resterei a Rimini, a Imola, a Casalecchio
o a Terra del Sole
in una casa come questa
in una via come questa.

Nella malinconica incertezza
di un mondo di affetti
da ricreare, di vuoti inaspettati
da riempire.

Nella imbambolata certezza
di un proprio “dovere”
più limitato, più regolare
meno spropositato e avventuroso.

Resterei qui.

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Giovanni Merloni

(1) Viaggio a Bologna, 1989.

écrit ou proposé par : Giovanni Merloni. Première et Dernière modification 4 janvier  2015

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