Ombre rosa e celesti, 1965 (Ambra n. 45)

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Ombre rosa e celesti

Ombre rosa e celesti
nascondono i contorni
della città. Le case
vocianti si affidano
alle vele viola della notte.

Nella stanza bianca
una polvere soffocante
prosciuga gli occhi.

La gente, sospesa
sul limite della sera
vorrebbe decifrare
quella parola
rimasta chiusa
nelle labbra.

Nessuno si accorge
che quel corpo già grigio,
affidato ai goffi sponsali della morte,
ha indossato un vestito
elegante
per inseguire la città.

Come un burattino
se ne va ancora in giro
senza più parole
senza più timore
con l’autorevolezza
di chi è riuscito
a passare di là
oltre il muro,
scivolando
nella lunga strada
illuminata.

Giovanni Merloni

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Mi sono accodato a una fila di passi, 1965 (Ambra n. 44)

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Mi sono accodato a una fila di passi

Un morto è portato su una carrozza
e un fiore si spegne con lui sul suo legno
e due donne di nero.
E un lungo corteo ogni giorno.
E ogni giorno un lungo corteo
che segue col morto la morte

Vont sur la plage
Vont, pâle ermitage
Vont, ils suivent un mort
Vont pleurer son sort.

Mi sono accodato a una fila di passi
non vedendo il principio né la fine.

E’ doloroso più della morte
ridare ad un corpo il suo nome
a ciò che è rigido, immobile, vuoto
l’immensa soddisfazione di seguire funerali
di acquistare corone di fiori e vestiti di nero
l’enorme piacere della vita.

Ma chi ci abbandona si porta via tutto
affonda le sue mani stecchite
nella nostra memoria. E ci invecchia.

Così siamo più preparati
a sapere che saremo soli.

Giovanni Merloni

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Rinchiudete in quattro linee precise, 1964 (Ambra n. 43)

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Rinchiudete in quattro linee precise

Rinchiudete in quattro linee precise
un tuffo di sole intenso
un miscuglio di colori
e gettateci volute di fumo
di cenere di sorrisi
poi dimenticate
perché siete lì,
cominciate a pensare
o meglio lasciate scorrere
in libertâ
i pensieri come parole.
Poi ridete.

Perché la vita è meravigliosa.

002_Renfermez

Giovanni Merloni

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Un uccello azzurro, 1975 (Ossidiana n. 38)

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Un uccello azzurro

Un uccello azzurro
nella tua mano.

Un orizzonte accecante
sulla tua bocca.

Un sospiro
di rami gialli
tra le tue gambe
assonnate.

Un disegno
di ricci di carta
sui tuoi occhi
sulle tue guance
sui tuoi
immobili
gesti.

Un mio
piccolo
regalo
sul tuo petto.

Il mio piccolo cuore
nel tuo abbraccio.

La mia breve vita
nel tuo volo.

Giovanni Merloni

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« Papà è morto », 1964 (Ambra n. 42)

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Papà è morto

“Uh! Uh! Uh!
Che storia triste!
mi fate piangere i bambini”
disse la gran donna
tenendoseli al petto.

Chiuse la televisione, si sistemò
a gambe larghe sulla poltrona.
“A letto, a letto, mamma
deve leggere!”

I bambini hanno
aperto e chiuso le mani:
“Buonanotte”.

La camera si è chiusa
“Ma quando torna, papà?”

“Papà è morto”
dice la ragazza più grande.

La mamma, santa donna
è andata ad aprire la porta.

È  entrato un omone
che subito si è affrettato a pagare
ma poi non la vuole
nemmeno baciare:
“Sarai certamente malata”.

La mamma non ha voglia
di litigare, ha sonno:
“State buoni bambini”.

(Ma quello è violento
quel giorno, al lavoro
l’hanno maltrattato.)

La madre accasciata
vorrebbe gridare
ma non può parlare
ha un nodo alla gola
e inscena una scena.

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E ora la strada è lì dentro
le luci più forti
(mai accese prima d’ora)
esplodono nella stanza
come spari…

E lei non vede più nulla

“Papà è morto”.
insiste la grande.

I bambini storditi
hanno aperto e chiuso le mani.

Giovanni Merloni

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La polizia sfondò la porta, 1964 (Ambra n. 41)

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La polizia sfondò la porta

La polizia sfondò la porta.

Li trovarono abbracciati, nel letto.

Interdetti
si fermarono a guardarli:
ancora, nella morte, si parlavano.

Stropicciate
in un foglietto, spuntavano
le loro disposizioni.

(E pensare
che la casa non era ancora sistemata
mancava una rata alla macchina
e neppure di fare all’amore
avevano finito).

(Forse pensavano
che nessuno li avrebbe sorpresi
così tanto felici).

Non osarono dividerli.
Tutti i reporter annotarono
sui loro taccuini
quella fine violenta
saltata dentro da un foro
della tenda stracciata.

Sono così diversi,
uno dall’altra:
a lui penzola fuori un braccio
e gli occhi, orribilmente aperti
sono silenziosi, mentre lei
è ancora tesa a parlare
(con quel seno blu
quei piedi di statua).

Di lì a un momento…

Ecco
prima di quel tremendo frastuono
lui avrebbe forse
fatto in tempo a dire:
« No, guarda, ripensiamoci
non ha alcun senso
morire di felicità… »
mentre lei
(languida o isterica)
avrebbe di sicuro inghiottito
quel nodo di saliva e di pena.

002_la polizia sfondò 180

Di lì a un momento
sarebbero morti
ugualmente
faticosamente
giorno dopo giorno
nel seguito oscuro
di una vita difficile : è duro
farsi accettare
dal mondo.

La porta restò chiusa
sigillata come un pacco:
nella casa vuota
oramai schedata
dal resoconto rituale
ritornò il silenzio notturno
appena interrotto
dal va e vieni
dell’ascensore.

Giovanni Merloni

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Cielo separato (Nuvola, 1966)

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Cielo separato (1966)

Cielo tranquillo tra le ringhiere
separato impercettibillmente
come te da me.

Sono solo e mi addolora
saper che niente più posseggo.

Cielo disperato tra le fronde
separato dolorosamente
come te da me.

Sfiorandoti con una parola
ho distrutto ogni verità.

Cielo inerte tra i tetti
separato malinconicamente
come te da me.

Ho ucciso la conservazione
la stupida banalità degli istinti.

Cielo morente tra le case
separato violentemente
come te da me.

Sono uscito scalzo nella via
per gridare il tuo nome.

Cielo resuscitato tra le mani
ritornato impercettibillmente
come me da te.

002_Parigi 1988 180

Giovanni Merloni

écrit ou proposé par : Giovanni Merloni. Première et Dernière modification 14 juin 2014

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Nella mattina già stanca (Roma, 1993)

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Nella mattina già stanca (1994)

Nella mattina già stanca
la mia fragile anca
si trascina. Mi rinfranca
l’esile fumo che arranca
ingiallendo da manca
l’orizzonte che imbianca.
Lì, buttata su una panca
una donna nera e bianca
mi rivela una cianca.

Ho fermato il motore
chiuso a chiave il rossore
annusato l’odore
aspettando il bruciore.
Non si parla di onore
o di sfogo al languore.
C’è soltanto stupore
per siffatto splendore.

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Entra dentro la vigna
la ferraglia matrigna
sorprendendosi arcigna
nell’afrore di pigna.
La ragazza ferrigna
mentre il corpo digrigna
desolata sogghigna
ricordandosi niña.

Silenziosa campagna
dolcemente accompagna
forse nenia o anche lagna
l’ispirata compagna.
Calda pioggia ci bagna
mentre il corpo guadagna
una danza di Spagna.

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Son tornato correndo
vomitando, ridendo,
sorprendendomi orrendo
nel piacere tremendo.

Non mi sembra più stanca
questa faccia ormai bianca:
giovanil si rinfranca
la mia voglia che arranca.

E correndo da manca
io ritorno alla banca.
Qui, premendo sull’anca
con la voce che sfianca
urlo: “L’ho fatta franca!”

Giovanni Merloni

écrit ou proposé par : Giovanni Merloni. Première et Dernière modification 7 juin 2014

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Per noi che tutto dimentichiamo, 1964 (Ambra n. 40)

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When I am Dead, My Dearest

When I am dead, my dearest,
Sing no sad songs for me;
Plant thou no roses at my head,
Nor shady cypress tree:
Be the green grass above me
With showers and dewdrops wet;
And if thou wilt, remember,
And if thou wilt, forget.

I shall not see the shadows,
I shall not feel the rain;
I shall not hear the nightingale
Sing on, as if in pain:
And dreaming through the twilight
That doth not rise nor set,
Haply I may remember,
And haply may forget.

by Christina Georgina Rossetti (1830-1894)

001_noi che tutto diment.001 180

Per noi che tutto dimentichiamo 

La notte riposa sui morti sconosciuti
proprio dove nasceva la vita
per noi che tutto dimentichiamo.

Il nostro amore sconosciuto non riposa,
si rivolta nella fossa
che gli abbiamo scavato.

Tu ti avvolgi nel buio di un muro
che ti salva da me
che ti strappa da me.

Io ti incontro dovunque, alleata
dei miei gesti di lotta
della mia paura di chiederti troppo.

Ma un giorno tu sarai diversa
estranea alle righe di inutili parole
sparita nel fondo del mio silenzio.

Di tante cose ho paura
che non ti saprò mai dire
amore mio che muori all’infinito

Di tanti dolori ho l’assoluta certezza
di tante gioie conservo l’immagine vera
di tanti giorni ascolto stupito il rumore.

Tu eri il vento delle barche sulla sabbia
il silenzio dispettoso dei cefali tra le onde
il profilo di un muro di glicini sotto il sole.

La notte riposa sui corpi scarnificati
e il vento e il sale ne lucidano le ossa
per noi che tutto ricordiamo.

Giovanni Merloni

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Poco alla volta, 1975 (Ossidiana n. 37)

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Poco alla volta

Poco alla volta,
dalla mia penna factotum
che scrive o disegna
escono a frotte o da sole,
tu lo sai, le persone.
Per caso,
per via di quel nome
o quel gesto
o quella strana parola,
quel fatto che allora
ci aveva diviso
o riunito.

Poco alla volta,
con tante persone vicino
(anche loro direbbero
che fuori fa freddo
che bisogna chiamare
l’uomo del treno per aggiustare
una volta per tutte
questo spiffero odioso)
io rivivo scontroso
lusinghieri pensieri
e riflessioni di treno.

E se il treno si ferma
io scendo con loro
a sgranchirmi le idee
rivivendo tra i passi
il sapore del sole
il rumore dell’ombra
l’odore della strada
agitata e tranquilla.

Io mi siedo con loro
in un bar silenzioso
dove un dì, per dispetto
potrei anche restare.

Poco alla volta
sul treno farcito di ricordi
(vuoto di responsabilità)
dimentico senza voltarmi
le desolate utopie
le speranze ossessive
le voglie incrociate.

Sì, io parlo, distaccato
(allo zio ritrovato
al cugino estraniato)
del mio amore per te
del tuo volto abbronzato
del tuo dire spezzato
sussurrato nel prato
dove l’ultimo giorno
io ti avevo baciato.

Poco alla volta, chissà,
il treno mi potrà guarire
o almeno liberare
un pò
da questo magone
sganciando il vagone
sotto gli occhi del portone
che ti vedrà tornare.

Io lo so,
solo vedendoti
(te sola fra tutti)
diventerei noncurante
di fronte al destino
minaccioso e strano
triste e noioso.

Io lo so, cullato
dal tuo sguardo
attingerei nuove  forze
dal fondo devastato
del mio cuore sfinito.

Lo dicevi anche tu,
soltanto chi ama riamato
può accettare l’incertezza
di ore e ore davanti
e trovare il coraggio
di fermarsi di nuovo
sui suoi fogli
a parlare.

Giovanni Merloni

TEXTE EN FRANÇAIS

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