Le due lune (Prima dell’amore, n. 15)

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Le due lune

Ho a lungo meditato
qui a cavalcioni del muro
e tu luna di carta trasparivi
oltre i pali ti dondolavi
nell’armonia delle stelle.

Ho costruito una casa
senza cemento senza grigio senza ombre
ho percorso quel lungo corridoio
senza perdere il tuo sguardo
i tuoi occhi aperti nella sera.

Sotto il mio muro
gli uomini camminano tra le bucce d’arance
e il riflesso tuo luna trasparente
azzurra celeste grigia bianca
luna tra due case scure
sperduta
nell’armonia delle stelle.

E mentre sognavo, a cavalcioni
un’altra immagine comparve dal cielo
sfocata bionda felice
l’altra,
togliendo il velo del muro
davanti agli occhi
e tu luna impaurita ti nascondevi
nel crollo di tutte le cose
rompendo dispettosa
l’armonia delle stelle.

L’altra è qui, sulla mia spalla
a cavalcioni sul muro
più bella che mai
indifferente a tutte queste ombre grigie
di cemento.

Non ti vedo più
luna piuma trasparente
illuminare il cielo
tra due case buie
nell’armonia delle stelle.

Giovanni Merloni

TESTO IN FRANCESE

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Forbici (Prima dell’amore, n. 14)

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Forbici

Perché ascoltare
questo rumore di forbici
mentre questi fogli cadono
sulle nostre ginocchia
sulla terra di foglie ingiallite ?

Tu hai dei begli occhi
e delle labbra rosse
tu hai un profumo selvatico
bello come la mattina
tu hai un collo fresco
e due mani bianche.

Sul tuo volto c’è la polvere
di questa stanza e sul tuo vestito
questa fastidiosa aria chiusa.

Sulle tue ginocchia
cadono i pezzettini di carta
e sulle mie cade
a pezzettini ogni ricordo.

In questa stanza buia
raccogliamo sulle nostre ginocchia
noi stessi, a pezzi piccoli.

E forse questi rivoli di carta
senza più forma
sono le nostre lacrime non sparse
le nostre luci, rimaste spente
di fronte a questo paio di forbici
aperte, pronte a tagliare.

Giovanni Merloni

TEXTE EN FRANÇAIS

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Canto di un pastore senza gregge (Prima dell’amore, n. 13)

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Canto di un pastore senza gregge

C’è una crepa nella roccia.
Io col mio bastone lungo e inutile
passo per quella fessura.

Dietro il bosco c’è quella pesante croce
di legno scolpito
e ai piedi di Cristo un gregge
va e viene uniforme, continuo.

Ho posato il mio bastone
su una pietra.
Ho raschiato il terreno
e ho seppellito i sassi
che avevo in tasca
col sacchetto del denaro
e quella bella lettera sigillata.

Ho seppellito tutto
poco sotto la superficie.
Ho creduto per un momento
alla mattina che viveva intorno.

I rami di questo platano flessuosi
carnosi
come tante braccia femminili:
– Perché sei nel deserto?
mi hanno chiesto.
Parlavano, quasi.

– Cerco il mio gregge.

Perché questi sentieri bianchi
e queste ore di dubbio?
Perché questo monte?
Perché Dio?

Ora le selve
inseguono l’eco del tramonto
le stelle e il mare
e si chinano
a spolverare un deserto
che non sarà mai senza polvere
per farlo tempio
e volano alte basse
disegnando
un silenzioso gesto di elevazione.

Lassù c’è Dio
tra quelle fronde
e tace
perché noi veneriamo solo chi tace
o urla possente
perché noi ubbidiamo solo a chi urla
con forza.

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Il vecchio platano del parc Monceau a Parigi

Lassù c’è Dio
ma forse nemmeno mi guarda.

Lassù tra le foglie piccole piccole
e i rami
e i nidi degli uccelli.

Io sono qui senza quel Dio ubbidito
a seppellire sotto terra
le mie cose e poi me.

Giovanni Merloni

TESTO IN FRANCESE

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Il soldato (Prima dell’amore, n. 12)

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Il soldato

E’ qui in mezzo all’erba disteso
e ride ma non della morte.

Sorride al cielo e alle stelle
che non gli appartengono più
e i capelli sventolano sulla sua bocca.

Ha appena sentito i suoni della sera
e gli ultimi spari.

Si è piegato nella morte indolore ridendo.

Sui suoi occhi la notte
ha disteso polvere e vento
ha fatto volare le foglie morte.

Guardatelo come dorme
in quel suo letto di foglie
e mentre dorme rotola a valle
si avvolge si fissa a guardare
si china dimentico.

Guardatelo: ha in bocca la rugiada
e l’ultimo bacio e l’ultimo sapore
ha in bocca pesanti proiettili
e lunghi fucili
e quel vento di polvere
che lo seppellisce.

Ha in bocca la morte.

Non guardare intorno a te soldato
le case e gli uomini
e le cose inutili
che ti sopravvivono.

Non guardare la terra
che ti stanno gettando addosso.

Non giudicare questi esseri magri
che pregano sul tuo sasso
e questa guerra che ti ha strappato via.

La morte non ti ha ucciso.

Giovanni Merloni

TEXTE EN FRANÇAIS

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Ha un fazzoletto celeste (Prima dell’amore, n. 11)

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Ha un fazzoletto celeste

E’ scivolata su di me
con lentezza con amore.

Mi ha carezzato a lungo,
mi ha sfiorato con le labbra.

In un solo fremito
abbiamo sofferto
insieme
io tu io tu
noi due soli
qui.

Ha un fazzoletto celeste
e due labbra di corallo
che la rivelano
nella penombra.

Ha un solo lungo sospiro
che sa comunicare
con dolcezza.

Ha due occhi di gatta
due mani che sanno carezzare
la mia testa soltanto.

Ha passi ovattati e parole
delicate.

Sa amare con sincere
lacrime.

Ha due mani piccole
bianche
che fa scivolare
sul mio labbro.

Coi suoi denti d’avorio
mi ha sussurrato
ancora
parole misteriose:
io tu io tu
noi due soli
qui.

C’era una luna
pallida velata triste.

C’erano due stelle vicine
felici
che si carezzavano.

Vicine
innamorate
nel buio, nel silenzio.

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Giovanni Merloni

TEXTE EN FRANÇAIS

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Carrozze sotto i piedi, 1965 (Ambra n. 56)

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Carrozze sotto i piedi

Verrai qui, di ritorno
da un viaggio
sinuoso, infinito
sul fondo del mare,
regalando al mio cuore
il sorriso
dei tuoi occhi
di vetro.

Giovane e fresca
volerai nel mio cielo
illudendoti
romanticamente
di avere
carrozze sotto i piedi,
sfiorando,
sulle cime dei monti,
la pietra dei nonni.

E pensare che fosti tu
proprio tu
a iniziarmi ai tormenti !
In quelle ore
disperate, rubate
alla pace, al buon senso
non potevo sapere
che un giorno
quel dolore
mi sarebbe sembrato felice.

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Passeggiamo adesso
con i nostri
frivoli discorsi
incuranti del piatto orizzonte
che ci pesa sugli occhi
comme un vuoto
dove tutto si perde.

Io non so più niente
di te, né di quello che ci aspetta
in quel letto di foglie.

Io so solo
che il dolore è servito
a farti tornare.

Giovanni Merloni

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Su quel tavolo i fogli, 1965 (Ambra n. 55)

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Su quel tavolo i fogli

Su quel tavolo i fogli
e i quaderni
e i libri
e il sangue dei baci.

No, non sprofondare.
Aspetta  che torni
per dirle tutto
per dirle quanto l’ami
e l’amerai
anche nella morte.

Le tue parole
saranno semplici
caste, pure,
calme.
Dicendole
ti scoprirai distante,
perfino indifferente
al velo malvagio
che ti calerà sugli occhi.

Lei cadrà ai tuoi piedi,
abbraccerà le tue mani
lasciando sgorgare
dagli occhi
ad ogni lacrima
un bacio.

In quel delirio scoprirai
troppo tardi
che tra voi due
forse
una vita felice
si sarebbe potuta
scatenare.

La morte si avvicinerà
scivolando leggera
tra le tue mani e i suoi occhi
tra il suo corpo
fremente e bagnato
e il tuo sguardo
imprigionato e asciutto.

Lontano, il crepitio della sera
renderà la tua morte
meno triste,
meno evidente
mentre
un soffio impercettibile
distenderà la tua fronte
lasciandovi
un pensiero spezzato
che un ultimo istante
farà volteggiare
sul tuo strano sorriso.

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Uscirà per le strade
quella che tu amavi così.
Questa donna
che ti contraccambiava
porterà il tuo sorriso
incollato, di traverso,
come un fiore,
tra la gente e le case.
Da sola parlerà
ripetendo a ciascuno
la tua ultima frase :
« Vedi amore
ognuno va incontro
a una morte originale
su misura
che somiglia
alla sua vita.
Lo puoi vedere
tu stessa :
bella o brutta
questa morte è la sola
che esista
per me. »

Giovanni Merloni

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La grotta a forma d’orecchio, 1965 (Ambra n. 54)

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La grotta a forma d’orecchio

I
Sogni a soggetto facevo
volevo sognare secondo
un copione.

Parole e ringhiere
seguivano gradini un discesa
nelle mie nebulose di luce
e di lente rivelazioni
di donne nude.

Correvo
tenendomi il petto
nel punto del cuore,
sprofondando
nel buio terrore
di grotte bagnate,
dove la luce del sole
mano a mano
spariva nel buio.

La mia voce solitaria
avanzava nella grotta
a forma di orecchio,
in quel buco senza eco
dove si annidano
neri pipistrelli.

II
Non sopporto la mia voce
e non amo nemmeno
i miei passi perduti.
Non mi piaccio
quando rido senza ritegno
nelle feste degli altri.

Amo invece i lunghi giorni,
fermi
come tanti pupazzi di neve,
dove cerco,
solo e ispirato, i passi
che generarono i miei passi,
la noncuranza
che hanno le ombre
quando incontrano
un corpo stupefatto.
Là dentro, io cerco
la carezza distratta
che saprebbe scacciare
in un solo attimo
la mia paura.

E cammino da solo,
senza passioni,
trascurandomi,
soffrendo come le cose
amando come gli uccelli.

Ad ogni angolo di strada
raccolgo le mie rovine
senza però rinunciare
alla piccola eco
di una voce sincera
come la mia, al ricordo
del grido
che almeno una volta
lanciai.

III
La vita mi ha insegnato
a essere prudente
a coprire di inchini
l’ordine delle cose
a mostrarmi attento,
intelligente
a baciare le mani
a tacere.

Ma se è tutto qui
quello che si deve fare,
perché da bambino sognavo
di fare il soldato?

Giovanni Merloni

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Ho scritto sulla roccia, 1965 (Ambra n. 53)

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Ho scritto sulla roccia

Ho scritto sulla roccia
la poesia di quell’uomo dalla voce grave,
che era andato vestito di nero alla festa
e ne era tornato, sgualcito
e innamorato.

Ho fatto tante cancellature
che il buonsenso o la ragione
opponevano all’estro.

Ho scritto che era un signore
attempato, un vecchio ferito in guerra
dal passo marziale
sublime nei cori di chiesa
che poi, per convenienza,
si era sposato
a una giovane parrucchiera.

Ho detto che al party
c’era da mangiare
per un reggimento
che Angela aveva una voglia
di caffellatte sul mento
che c’era anche l’uomo ben vestito
e che fu lui
a dare ad Angela la pacca sul sedere
per cui scoppiò il casino.

Ho letto la storia in paese.
Poeta, mi hanno detto
la fedeltà storica te la sei messa
sotto i piedi!
Io confuso, mi davo i pizzicotti,
convinto che il mondo,
all’improvviso, si fosse rivoltato.

(L’indomani sono tornato
e ho letto davanti a tutti
la storia « vera »,
che ora vi leggo.)

C’era una volta un re prussiano
affetto da sciatica
e cancro alla gola.
Per questi motivi
camminava come un bellimbusto
e parlava come un baritono.
Sentendosi solo e triste
nel suo grande maniero
un giorno scese a valle
in sella al suo ronzino
con la voglia di caffellatte
di nome Angela
(questo nome alato
non era molto azzeccato
per uno stallone inveterato
ma era quello di una figlia
morta a dieci anni:
un dolore troppo acuto
per il re decaduto
e, ahimè, disarcionato).

Arrivato al paese,
il povero re spaesato
dissetò Angela
poi, sceso da cavallo,
si abbeverò anche lui.
Ma vide lavarsi
tra le fresche fronde
del fiume, tutta nuda
una cameriera
che si compiaceva
(e questo era palese
per tutti quelli del paese)
di essere guardata
da un così gran signore
tutto impolverato
che aveva tanto viaggiato.

Non potete immaginare
l’emozione, l’eccitazione
per l’odore dell’avventura
e per il sapore che allora
Sua Altezza provava
mentre al suo castello
tutto rosso, di corsa, tornava.

Per finire parlerò dei figli.
Nessuno gli somigliava
nessuno aveva la voglia
di caffellatte
ma fecero tutti
delle facce stupefatte
quando, giunti al castello
videro, presso un ruscello
la giumenta Angela
che scalpitava
e la cameriera,
ancora nuda,
che da una vasca salutava.

Finita la storia,
nessuno fu soddisfatto
mi presero per matto
sfoderarono la loro boria
e alla fine decretarono:
Se proprio vuoi restare
ti devi calmare
scendere da cavallo
alzarti al canto del gallo
e riscrivere ogni giorno,
sulla roccia,
goccia a goccia
la tua storia.

Giovanni Merloni

TESTO IN FRANCESE

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Una poesia fondamentale (Nuvola, 1966)

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Roma, via Appia Antica, 1961

Una poesia fondamentale

I
Una donna si china.
Dal suo grembo,
come un nodo disciolto,
si sprigiona quel grido
lo stesso ch’io sputavo
piangendo
il giorno che uscii
nella vita.

Non saprò mai rispondere a una domanda
rivolta a me stesso.

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Roma, Aventino, Giardino degli Aranci

II
Ho infilato di corsa
una strada incastrata tra i pini
(tronchi dritti e ben vivi
appoggiati sul nulla,
che parlavano quasi
mentre il vento voleva
scaraventarli nel cielo).

Scivolando nel buio,
ho attraversato
le voci dei vivi e dei morti,
il tonfo delle ruote,
il silenzio triste del vento.

Correndo, mi avvicino
alla tua porta,
la mia guancia infuocata
oramai sta strusciando
il tuo cuore di velluto.

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Roma, Aventino dal Lungotevere

Dietro i pini agitati
le ringhiere tagliano il mare.
Un mare dettato
da un viaggiatore,
un mare gridato
da un affogato,
dove tu navighi, nuda.

Dentro al buio, la luna
sorprende gli ardori
di due amanti stranieri.
Tra cortecce ed ortiche
sprofonda un odore diverso.
La mia lunga mano ti prende
farfalla, glicine
fiore d’arancio
gioia grande venuta davvero.

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Roma, Aventino, discesa.

Giovanni Merloni

écrit ou proposé par : Giovanni Merloni. Première et Dernière modification 28 juin 2014

TEXTE EN FRANÇAIS

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