Aspetto, 1965 (Ambra n. 52)

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Aspetto

Aspetto
che una voce perentoria chiami
districando ragnatele
per lasciare i pigri labirinti
della solitudine.

Sono abituato a credere poco
alle espressioni di fiducia
ai sorrisi illusi:
nei sogni
invece che mari e serenità
si intricano e si impigliano nebulose
rifiuti di altri uomini
no e poi no di stima negata
di terrore.

Ho ancora la speranza
di uscire dal mio personaggio
dai fatti commessi
dai piccoli errori della vita.

002_je t'attends 03 180

Ho ancora il sentimento integro
nel dire parole come messaggi
disperati appelli
alla buona sorte.

Chiunque poi passi
e senta la mia voce inseguire pensieri
chiunque poi creda
alle mie eroiche nuove verginità
sappia, che io sono lì per caso,
su quel podio fragile,
per combinazione.

Che altrimenti
“avrei forse atteso ancora
al buio
con goffe immagini davanti
affollato di pensieri belli
ma tanti
assillato da idee nuove
ma troppe
desideroso di attività grandi
ma fermo”.

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Passa questo tempo
tra suoni convenzionali.

Intanto
ognuno che passa
guarda una cosa diversa,
ognuno che tace
si sta cantando un dolore
una speranza, una gioia, una presunzione.

Io potrei, anche domani,
mettermi a scrivere
e non smettere mai
mettermi a studiare, a parlare,
a lavorare sodo,
e non smettere mai.

000archit -180

Qualche anno dopo sarei conosciuto
o solo stimato
o solo accettato
semplicemente.

E potrei, una mattina,
alzarmi più tardi,
cospargermi di profumo,
fendere con passi accesi la nebbia
sognare mari e serenità
passando la mano sui tuoi
capelli di velluto,
tenendoti a braccetto
leggera leggera …..

Giovanni Merloni

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Giorno e sera, 1965 (Ambra n. 51)

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Giorno e sera

Di giorno le strade
cercavano
a vuoto il loro respiro.

Le chiome dei pini
stravolte dal vento
prendevano a schiaffi
i fili del cielo
oppure accordavano
una veloce carezza
distratta e furtiva
al nostro impacciato
silenzio.

Di sera, la tempesta
di colpo svaniva. La vita
tornava, stranita
in mezzo alle luci
di una musica ardita
che sembrava scandita
soltanto dal palpito
di un piccolo cuore.

Ma era grande
il tuo amore, di sera.
La tua mano spariva
nella mia mano.

Ma, inaspettato, il vento
traditore
si portava via il sapore
sognato,
durato
soltanto un momento.

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Ogni sera ci siamo baciati

Ogni giorno ci siamo lasciati.

Giovanni Merloni

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Vieni di nuovo, 1965 (Ambra n. 50)

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Vieni di nuovo

Vieni di nuovo. Ecco, guarda, siediti qui.
Ascoltiamo il mare che fa più rumore,
di sera, col vento.
Racconta prima tu.

Ma, intanto, ti ricordi?
Lo vorrei sapere, sul serio
per collegare ad oggi il passato.
Altrimenti la vita, ogni vita,
giorno dopo giorno
finisce per essere cancellata
come quello scoglio dall’acqua.
Lo vorrei sapere, adesso
come sia possibile
che quell’uomo che ti amava
che non capiva mai
che era confuso sempre
sia oggi qui.
Vorrei anche capire come mai
quell’identico uomo
che correva di qua e di là
scosso, illuso e deluso
in cerca di se stesso
sia sbarcato qui
con un altro cuore
(senza più un cuore)
con altre speranze
(senza speranze).
Sì, d’accordo, ti avevo perduta
perché non sapevo prenderti
e ti compravo troppi fiori
e ti raccontavo troppe cose inutili.

«Ma poi, per anni e anni,
senza vederci né sentirci
ci siamo lungamente parlati
e, allora, ho avuto quasi
la sensazione 
di averti capito.
Un giorno ho sentito
addirittura
la tua voce, e ti ho visto
ridere di gioia
perché tutto andava bene
e andavamo d’amore e d’accordo
domandandoci
come mai, allora
ci eravamo lasciati.»

Vuoi sapere di allora?
Dopo l’ultimo giorno?
Avevo perso ogni lacrima
tutto si era svolto
senza un funerale a regola d’arte
senza un corpo da seppellire
senza nessuno a cui parlare.
Fu così che, senza compianti
senza scene d’addio
senza sipari né treni
né fazzoletti
il dolore che mi aveva reso
confuso e debole
e forse insopportabile
d’un tratto mi impietrì
mi rese vuoto,
praticamente morto.

Ma ora, tornami a dire di te.
Cosa è accaduto dopo?
Come è stata con gli altri?
Col tuo ultimo amore?

«Mi accorgo che il vento
scavando  fino alle ossa
ci ha fatto parlare anche troppo.
Per questo ci ha spinto a mentire
oppure a ostinarci
a rivoltare quel cadavere
come un pupazzo di gomma.»

La vita, certo, ha le sue stagioni
e oggi, nel luogo e nell’ora
dove un dì ci lasciammo
è tutto è diverso. Se tu fossi qui
avresti di certo le rughe
magari un nuovo profumo.
È proprio finita
eppure qualcosa di me
resta intatto, non tutto
di me tu hai cambiato.

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Addio, fiore sbocciato
timidamente, avevi aspettato
trent’anni a mostrarti
(o forse quaranta).
Già ti perdo, e svanisce
in un soffio
un dolore che a lungo,
per me, fu la sola
ragione di vita.

Giovanni Merloni

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Amore amaro di Ulisse (Zazie n. 12)

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Amore amaro di Ulisse (1975-2014)

Amore amaro, non mi lasciare!
Tonfo di solitudine,
non angustiarmi.
Cuore strozzato dal pensiero
delle sue gambe infuocate
non appassire.

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Amore doloroso, rifiutati
di inseguire invano
il ricordo dei nostri corpi
lanciati in abbracci ormai vuoti
perduti in baci dimenticati.

Amore in forma di fiore
regalato da nuovi spasimanti
consola pure la donna rimasta sola.
Ma ti prego,
smetti di profumare il suo corpo
addormentato, mescolandoti
alle foglie d’oro della collana
ondeggiante sul suo seno.

O rosa
colore del papavero
smetti di infilarti
in mezzo alle trine ricamate
sotto il suo vestito.

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Gonna un dì aperta
al mio corpo prepotente
non scomparire!
Non amare altri mariti.

Amore che resti avvinghiato
nel mio cuore
non ti avvilire, non mi tradire.

Amore violento, non ti scordare
di questa mano da accarezzare
di questa bocca da respirare
di questo uccello che ti ha fatto
volare.

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Amore smarrito nel dolore selvaggio
aspetta che torni
dal mio pellegrinaggio,
accetta questo mio languore
con un gesto d’amore.

Si può soffrire più che morire
andando in terre senza tornare.

Amore, amore, purchè sia amore
è dolce e bello anche aspettare.

Giovanni Merloni

TEXTE EN FRANÇAIS

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Una piccola parentesi, 1975 (Ossidiana n. 39)

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Una piccola parentesi

Una piccola parentesi
ad aspettare che una rosa
si apra al sole
mentre una fanciulla colorata
si pettina senza fretta.

Una piccola parentesi
cercando di ragionare
sereno
tra i tuoi gesti veloci
e i tuoi salti bizzarri
in mezzo agli oggetti
che fai diventare belli.

Una piccola parentesi
rincorrendo il passaggio
veloce
di un’intuizione
di una volontà sottile
di un desiderio urgente.

Una piccola parentesi
fuori dai miei argomenti
dentro il caldo del sole
d’inverno, dentro i suoni
che preparano una festa.

Una piccola parentesi
con te dentro il mio cappotto:
senza che tu lo voglia
o te ne accorga
sei sincera, allegra
eccitata, viva!

Una piccola parentesi
è il nostro abbraccio
è il nostro recinto
è la nostra attesa
di luci più nette
di un nuovo incontro,
è la forza di un gesto
per decifrare gli scarabocchi
di uno strambo destino.

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Una piccola parentesi
(io, inchinato sul tuo corpo
tu curva sui miei capelli
spettinati) dove restiamo
tutti e due
a lungo sospesi
tra il colore della speranza
di fare un giorno
qualcosa
e il colore delle nostre mani
che disegnano grovigli di corpi
nella luce intrigante
di una favolosa notte
di racconti

Una piccola parentesi
ad aspettare che una rosa
si apra al sole
mentre
una fanciulla colorata
si pettina senza fretta
e due innamorati
senza convinzione
si dicono addio.

Giovanni Merloni

TEXTE EN FRANÇAIS

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Si apre il sipario, 1965 (Ambra n. 49)

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001_une petite parenthèse 180

Si apre il sipario

Si apre il sipario
che quei due stanno litigando
(molto probabilmente
di cose meschine).

A un tratto la scena comincia:
scimmie addomesticate
salgono – jik –
e scendono – jik –
appese alle frange del sipario
mentre
un omone grasso e robusto
con un vocione
dentro al trombone
presenta
la RAPPRESENTAZIONE
del leone…

In alto, vicino ai trapezi
seduto su di un palloncino
c’è Dio
che presenzia alla festa
(si teme ogni tanto
che il palloncino scoppi
con grande imbarazzo
e rischio di strazio).

Passeggiano i clowns
annoiati
cantando tra loro
con tante facce
tristi e teatrali
e scatta, clamorosa
la grande musicalpantomima:
frustate, galline, disastri,
e il trapezista
che mangia e si ingozza
su un filo sospeso;
i leoni
con denti aguzzi e zamponi
si inseguono
a grandi grugniti
(un povero lupo affamato
in mancanza di meglio è mangiato
mentre Dio
si è addormentato
e in premio dell’olocausto
si innalza l’applauso devoto
di un pubblico ignoto).

La sera raccolgono croste
le cicche dei molti delusi
che sono scappati
cercando nell’aria il ricordo
di quel vero Circo tradito
morto e seppellito.

Calato il sipario
nel buio di luci
e di lampade di magnesio
passeggia sulle punte consumate
la prima ballerina
grattandosi la spina
dorsale.

E il vecchio cameriere,
oculista, sellaio,
facchino, mercante di pelli,
uscito dal verde telone
già si dispone
davanti alla televisione.

Ma loro, che poveri in canna
non mangiano a cena che panna
la panna delle torte in faccia
per loro son buie le strade
dove passano macchine e donne
dove sostano, meste colonne
le rime del mio canto straniero.

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Giovanni Merloni

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Le tue lacrime (Nuvola, 1966)

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Le tue lacrime (1966)

I tuoi occhi sono colmi di stelle
che pian piano scivolano
sulla tua pelle di pesca matura
portandosi dietro una scia,
un lungo nastro che si perde
nella foresta dei tuoi capelli
notturni.

Sono belle le tue lacrime:
una moltitudine di diamanti
strappati dal cuore di una montagna
dove si nascondeva la forza buia
delle tue passioni rimosse.

Posseggono
qualcosa di te
che non riesco a vedere
che però vorrei bere
all’infinito ; somigliano
a carezze, a dolci onde
di pioggia.

Avvicinandosi
a piccoli passi
lavano la mia anima
levigandone le asprezze.

Le tue lacrime
mi regalano la quiete
e il blu del sereno.

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Adoro i piccoli passi
delle tue lacrime
quando entrano
come un arcobaleno
nel mio sogno.

Giovanni Merloni

écrit ou proposé par : Giovanni Merloni. Première et Dernière modification 21 juin 2014

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Gente, gente, 1965 (Ambra n. 48)

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Gente, gente

Gente, gente,
titanici mostri
perché vi ostinate a mostrarmi
che vivete
a pesare luridamente
sul mio orgoglio?

002_vous, gens 02 NB 180

Non ho colpa
se la Regola della vita
non è poetica
per niente
e mi cammina sopra
come un timbro.

005_vous, gens 05 180

Gente
parlo a te, a lei,
a quel verme
che non sa mai
che rispondere
e arrossisce,
miserabile…

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Giovanni Merloni

 

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Davvero nessuno, 1965 (Ambra n. 47)

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Davvero nessuno

« Qualcuno è morto.
Ha due segni sul labbro,
solo ieri è caduto. Da allora,
non si è più rialzato » :
me la porto così,
dentro me,
senza mai guardarla
negli occhi,
la buffa storia
della mia morte.

Per sopportarla,
mi calo una benda
sulla fronte,
immaginando che intorno
non ci sia
nessuno.

Davvero nessuno.
Quando le mani
saranno chiuse,
quando le voci
saranno spente, la mattina
non porterà più colazioni
sul suo vassoio
di luce.

Davvero nessuno.
Un pò strano, per me
che odio la solitudine,
il silenzio del cuscino
l’assenza di passi.

Oppure ci sarai tu
ma taceremo,
per paura che l’amore
si spezzi, o sparisca
in sconosciuti sentieri.

Nel silenzio, i ricordi
gonfieranno i tuoi occhi
la nuvola chiara
dei tuoi capelli,
ed il sole durerà,
ancora un poco.

Oppure ci sarà
troppa luce, o troppo
buio. Guardandoti,
sarò trasparente,
come una foglia.
Parlando a me stesso
(per sgridarmi,
per consolarmi)
sarò invece arcigno
come un macigno.

002_vraiment personne 02 180

Davvero nessuno.
Troppo tardi qualcuno
ci regala una strana
impraticabile libertà
di amarci. Ma adesso,
nella penombra
dove tu aspetti
e mi guardi assorta,
ti sei bene accorta
che la vita,
d’un colpo sparita,
era, davvero, esistita.

Giovanni Merloni

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La periferia accende luci smisurate, 1965 (Ambra n. 46)

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La periferia accende luci smisurate

La periferia accende luci smisurate
coprendo di bagliori le palazzine morte
tra terra e asfalto
tra rovi e colline di rifiuti
tra cimiteri e bambole impiccate
coprendo di fumo
il tramonto e le luci
lontane della città.

Nei tanti suoni della strada
ho cercato le nostre due voci
che camminavano con vestiti leggeri
e ridevano mangiando gelati.

« Tu, veloce soffio di fiori acerbi
ferma, solenne e tranquilla
come le feste organizzate
da altri
eri mutevole
come una stella, dolce
come un passo, bianca
come un sasso di gesso
abbandonato nel mare. »

Sono stato inghiottito
da una terra infame
dove il tuo corpo
apriva gli occhi di gatto
nel buio degli alberi
appesi al cielo.

Sono stato catturato
da un abbraccio violento,
senza confini
dove non si provava nulla
dove si provava tutto
e sono sprofondato con te
dentro un dialogo strano
di vetri appannati
di vestiti che ci lasciano nudi
ubriachi, vivi, infuocati
nella lotta, addormentati
nei lunghi baci della notte.

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Giovanni Merloni

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