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Archives de Tag: Ossidiana

La sua casa ridiventa centro, 1976 (Ossidiana n. 13)

01 vendredi Fév 2013

Posted by giovannimerloni in poesie

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Ossidiana

la sua casa_bozzetto

La sua casa ridiventa centro

La sua casa ridiventa centro
centro del mondo – un luogo
dove si può dire: questa è la mia vita.

Trascinato da un fiore sono corso
a regalarle un caldo cucciolo di cane.

Lo squarcio del suo cuore
si era già disteso
nella lunga ferita grigia
(ma non si vede poi tanto:
il rosa si sposa al rosso
il celeste al nero).

Trascinato da un affanno
che avevo represso,
da parole disorganizzate
andavo da lei
(ma mi capirà
anche nel mio disordine).

Nella sua squisita dolcezza
si abbandona
sorride e ride, e confonde il suo sguardo
col pulviscolo bianco del sole
e intanto regala
la sua confidenza a un altro.

Alla sua porta è corso il mio entusiasmo
alla sua porta chiusa, ai glicini appassiti
crollati sulla ghiaia del vialetto di pioggia.

Giovanni Merloni

TESTO IN FRANCESE 

Questa poesia è protetta da ©Copyright

L’estate è i tuoi occhi, 1975 (Ossidiana n. 12)

28 lundi Jan 2013

Posted by giovannimerloni in poesie

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Ossidiana

estate alberi_antique

L’estate è i tuoi occhi

L’estate è un vaso da notte in un’antica
casa di campagna,
un coltello da boy-scout
una bottiglietta di coca-cola.

L’estate è una scalinata di notte,
tra le rocce
nell’isola di aranci e gabbiani.

L’estate è un lungo attimo sensuale.

L’estate è la piccola libertà di sognare
di mettersi nudi,
di vedere senza guardare,
è un piccolo quaderno di poesie
è il coraggio o la paura
la felicità di scoprirsi un po’ idioti.

L’estate è una camicia
a righe bianche e blù,
un lenzuolo asciutto per il corpo bagnato.

L’estate è un corpo che cade a terra come un sacco, un muro bianco,
uno spettacolo su un prato
di notte, con i riflettori,

L’estate è una lenta
pigra canzonetta d’amore
è un groviglio
di gambe e di braccia,
una nuvola viola
tra i pini e il mare.

L’estate è un uccello morto dietro i sassi
è un futuro pieno di incognite,
è forse cento sorprese
è forse una rivelazione.

L’estate è la fine dei compiti in classe
è una scuola senza i grembiuli.
senza i vestiti.

L’estate parla e un po’ rimbomba
dentro i nostri due sguardi insonni.

L’estate è un bacio fresco.
D’estate, comincia a essere vero
questo amore, comincia
a essere doloroso un distacco più lungo.
L’estate: quale migliore occasione
per mettere alla prova la nostra costanza!

L’estate è un dolore che sembra insopportabile.

L’estate è sospendere il giudizio
è fermare il tempo,
mettere la vita tra parentesi
cercare il buio nella luce
e la luce nel buio.

L’estate è una prigione di solitudine
è la scoperta di se stessi,
della propria nascosta ricchezza
della propria infinita precarietà.

L’estate è l’euforia di sentirsi diversi.

L’estate è mangiare una mela
stesi per terra
o arrampicarsi su una torre d’acciaio
per guardare la luna.

L’estate è i tuoi occhi.

Giovanni Merloni

TESTOIN FRANCESE 

Questa poesia è protetta da ©Copyright

L’inverno è la tua bocca, 1975 (Ossidiana n. 11)

26 samedi Jan 2013

Posted by giovannimerloni in poesie

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Ossidiana

inverno per blog rogné

L’inverno è la tua bocca

L’inverno è un grappolo di mimose
sulle tue labbra viola.

L’inverno la porta si chiude
il nostro corpo si apre.

L’inverno è un flauto ultrasonico
che scioglie i muri di ghiaccio.

L’inverno è un campo di crisantemi
e gli occhi di Anna Frank.

L’inverno è la pancia di birra
di un camionista tedesco
l’occhio di vetro di un tiratore scelto
è la strada di casa
trasfigurata dal vento.

L’inverno è l’esile filo
per arrivare a domani
a domenica, a te.

L’inverno è un muro di cinta
appena crepato,
la tenacia e la fortuna
di riconoscere il gelsomino.

L’inverno i vecchi,
i gracili, i sofferenti
hanno sulle palpebre
una spessa gelatina di paura
(ma chiunque
può rompersi la faccia
scivolando sul ghiaccio.
Nell’inverno a kerosene
la natura muore sulle palme secche
di foglie prive di sapore.

L’inverno è un vocabolario
dei sinonimi e dei contrari
è una voce ovattata
une passerella in maschera
di vestiti fuori moda.

L’inverno è un soffio freddo
un sole nitido, una città
di uomini e topi,
è il magone dei poeti
stropicciato, di seconda mano,
è l’amore
sotto la tenda-coperta
è la notte.

L’inverno è l’amore verticale
i viali spogli, le pelliccette
i foulards
i maglioni gli aliti gelati.

L’inverno è la scalata
ai letti di piume
è l’ustionante cappuccino
nel cuore di una domenica
che passo a guardarti
a parlarti, a toccarti
ad aspettare che anche tu mi tocchi.

L’inverno non è ancora la morte
è il coraggio di lottare
la disperazione e la fiducia
di essere vivi in tanti
è la resistenza all’omologazione
è il mio urlo, è la tua fuga
il mio sciopero, è il tuo vincente sorriso.

L’inverno siamo appena nati
e già alitiamo verso le guance infuocate
e la bocca incerta di una ragazza
senza le chiavi di casa.

L’inverno è la tua bocca.

Giovanni Merloni

TESTO IN FRANCESE 

Questa poesia è protetta da ©Copyright

L’autunno è i tuoi capelli, 1975 (Ossidiana n. 10)

25 vendredi Jan 2013

Posted by giovannimerloni in poesie

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Ossidiana

autunno 76 x blog 72

L’autunno è i tuoi capelli

L’autunno è un passo di ragazza triste
su un cuore sordo di stoffa stracciata.

L’autunno è una cattedrale pagana
sprofondata in un cielo di carta.

L’autunno tu sei qui, io son là,
tu sei là, io son qui.

L’autunno sei qui,
attenta al mondo cha nasce
mattone su mattone
foglia su foglia, gesto su gesto
sorriso, urlo, canto,
risata divertita.
Sei qui, assorta
nel passato e nel futuro
sei qui, foglia profumata, dorata
di bronzo e di rame
persa nel viola,
abbacinata dal raggio obliquo,
ghiacciata dai tramonti di chitarre.

L’autunno, è evidente
è una foglia gialla,
mille foglie gialle.

L’autunno, è evidente
nient’altro che pioggia scrosciante
una doccia di carezze,
un mare di marmo
che si rovescia, gonfio e graffiante
sulla terra grigia.

L’autunno, è evidente
è la stagione dei poeti
è la stagione dei pensierini delle riflessioni
dei tonfi, delle ferite.

L’autunno, è evidente
piove senza sosta su Brest.

L’autunno è i tuoi capelli.

Giovanni Merloni

TESTO IN FRANCESE 

Questa poesia è protetta da ©Copyright

La primavera è la tua mano, 1975 (Ossidiana n. 9)

23 mercredi Jan 2013

Posted by giovannimerloni in poesie

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Ossidiana

primavera 1976 x blog

La primavera è la tua mano

La primavera è un mare grigio.
La primavera è il tuo corpo sulla sabbia
è la tua voce, il tuo collo, le tue labbra.
La primavera è un sospiro.
La primavera è la luce sottile
che serpeggia in una stanza.
La primavera è un vino nuovo
è una camminata da soli
è un bacio sulla porta
è un disco ossessivo
è un cespuglio di capelli
è un mucchio bianco di ossa e di sassi
è un monologo steso al sole
è un buio pieno di odori.
La primavera è una interminabile scopata.
La primavera è una foglia rossa
morta su una lastra di ghiaccio.
La primavera è un piccolo libro.
La primavera sono le giacche rubate
i preparativi delle feste
grondanti di acqua gialla
le lampadine nei bar
battute da un vento incerto
le periferie dissodate senza rumori
i quaderni arricciati
i telefoni aggrappati
i cuori ingombri, disperati, solitari.
La primavera è l’angoscia
della vita tra gli altri
della vita al lavoro, negli uffici
nei labirinti ossessivi
dei ritmi quotidiani.
La primavera
è una violetta su un vestito grigio
e un giro tortuoso
tra i tuoi capelli ricci.
La primavera è la tua mano.

Giovanni Merloni

TESTO IN FRANCESE  

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Rotola a terra, 1975 (Ossidiana n. 8)

21 lundi Jan 2013

Posted by giovannimerloni in poesie

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Ossidiana

la mia fata più nero

Rotola a terra

Rotola a terra
avviluppata nelle trasparenze
di un disegno rosa e verde.
Rotola tra foglie e cumuli di carta
colorata
tra le stelle filanti
di un lungo monologo
lasciato lì
da uno spasimante prolisso.
Rotola dentro l’acqua
senza peso
di un’astronave.
Rotola sorridendomi
trascinandomi per il colletto.
Rotola ineluttabile
e mi si rivela
vestita svestita
pallida, rossiccia
riccia e sensuale.
Rotola dietro un diaframma
dietro una spessa rete
invischiata di pesci neri.
Affiora paonazza
come un goffo palombaro
liberandosi dell’armatura
come se fosse un pattino di vetro.
Poi si arresta, solenne
senza imbarazzi. Benevola
nella vestaglia cinese
si fissa a guardare. E sorride
dal bordo di un calice
brulicante del mio sangue caldo
la mia fata.

Giovanni Merloni

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Sto fermo, 1976 (Ossidiana n. 7)

19 samedi Jan 2013

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Ossidiana

sto fermo 72

Sto fermo

Sto fermo.
Abbandonato ai gesti consentiti
ridisegno le pensiline bianche
il mosaico di volti di calce
di scoloriti ruscelli celesti.

Sto fermo, sguarnito
senza più le armi di cartone
la corazza di cuoio
l’elmo di plastica
il bavero di merletto
senza più
la fascinosa peripezia
di un labirinto
tra le nuvole dell’incoscienza.

Sto fermo
su una spiaggia sicura
dove tramonta, dove albeggia
dove i tuoi occhi
spuntano come ossi bianchi
dalla morte verde azzurra del mare.

Sto fermo
davanti ai duecento film
dell’allegoria, del coraggio
dello smascheramento
del tu per tu
dei rumori citati
degli abbracci, dei saluti.

Sto fermo, tra i fratelli
il nostro corpo bianco
la serpeggiante noia
la piacevolissima angoscia
del vento, di Roma.

Sto fermo
ritrovato, fragile ma vivo.
La fantasia di nuovi gesti mi porta
molto vicino
a quello stupore dei gelati
a quella gara eccitata
delle parole
e anche da solo
con buffa temerarietà
disarmato, felice
potrò nuovamente
accedere al mondo kitch
dei benevoli sorrisi
dei rituali, dei conformismi
al mondo grigio e giallo di una lotta
caldeggiata e osteggiata dal sole.

Sto fermo
senza futuro dentro la vita.

Giovanni Merloni

je ne bouge pas bis_19.01.2013

TESTO IN FRANCESE 

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Incomincia quasi l’estate (Ossidiana n. 6)

18 vendredi Jan 2013

Posted by giovannimerloni in poesie

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Ossidiana

Incomincia quasi l’estate

Sul canale inquinato
galleggiano le mie gambe, le mie braccia;
dentro la sabbia ho scavato a morsi
un tunnel di pensieri
e la solitudine si è trovata stretta
in una morsa di voci,
di racconti, di spalle nude
appoggiate ai muri di legno.

Incomincia quasi l’estate
e somiglia a un glicine acerbo,
agli stucchevoli ricordi
di dolcezze spietate,
a una vecchia signora distinta
davanti al panorama di Roma.

Incomincia quasi l’estate
con il fumo e il sapore di paglia
di una sigaretta:
tra le labbra asciutte
rinascono l’euforia
di una rovinosa trasgressione
e l’entusiasmo pigro
di una passeggiata frustata dal sole.

Incomincia un nuovo ritmo del corpo
una nuova abitudine al caldo, al freddo,
ai nomi di strade nuove
ma un tarlo di dubbi
addenta lo smalto
dei sorrisi dell’amore.

In un pomeriggio di nuvole nere
svaniscono
le mie energie di ex atleta
mentre i nostri corpi,
gonfi di angoscia, si addormentano
in un grande letto informe.

Incomincia un’altra estate
al di qua della vita
che ci porterà nuovi imbarazzi
nuovi tentennamenti e labirinti
di siepi infuocate.

Incomincia un nuovo giro
non un nuovo corso:
siamo più vecchi
ma ci facciamo dentiere nuove;
la vita ci ha cambiati
ma ci mettiamo le protesi
per nuove verginità;
mai abbiamo combattuto
in campo aperto, ma ci inventiamo
una gamba zoppa
un occhio di vetro
un sedere di gomma.

Incomincia quasi l’estate
e traverseremo il suo brulicante deserto
per sederci sul parapetto di pietra
dove imiteremo la carnagione degli altri
e l’onda dei loro sorrisi.

Incomincia un nuovo rompicapo
per procrastinare la vita
seduti contro il vento del mare.


Incomincia l’altalena di stoffa
tra la schiuma della notte
e le voci di un nuovo giardino
dove disperata e violenta
un’altra estate incomincia.

Giovanni Merloni

Incomincia quasi l’estate (versione precedente)

Incomincia quasi l’estate. Sul canale inquinato galleggiano le mie braccia, la mia testa di capelli; dentro la sabbia ho scavato a morsi un tunnel di pensieri e la solitudine si è trovata stretta in una morsa calda, ossessiva di corpi femminili, di strilli, di racconti assurdi, di spalle appoggiate a muri di legno.
Ho seguito il fumo di una sigaretta: il sapore di paglia, la bocca seccata restituiscono l’euforia di un dolore affascinante dello squallore pigro di una stagione beatamente frustata dal sole.

Incomincia quasi, l’estate, con te dentro, inghiottita senza respirare, senza peristalsi nel fondo gelato dello stomaco morto. Ora mi incammino nella vita minimale, ma anche qui gli scrosci delle risa, i gesti improvvisi, i capelli biondi, la violenza di voci nuove mi restituiscono lo strano benessere della pazienza. Certo ho sofferto altre volte così ho sempre sofferto e amato e urlato di gioia così.

Incomincia un nuovo rompicapo: tu dentro, io fuori, seduto contro il vento del mare a programmare la vita nell’alternanza ossessiva della voglia di incontrarti della paura di incontrarti.
Incomincia l’altalena di stoffa tra la schiuma della notte e le voci di amici conosciuti in una inattesa vacanza, in un complotto improvviso inventato insieme.

Incomincia un nuovo ritmo del corpo, dei gesti, del caldo, del freddo: ancora una volta il rammarico, la sterile coscienza di avere sfidato, l’ambiguità e il tempo; le mie energie di ex atleta, come tendini stracciati on un pomeriggio tardi di nuvole nere. Ancora una volta mi aggrappo al quotidiano, respingendo il passato, respingendo il futuro: è stato troppo eccessivo il distacco, troppo sanguinosa la passione, troppo letterale l’interpretazione dei tuoi gesti.
Incomincia quasi, l’estate, e tu fai fagotto. Buon viaggio: questa storia si è conclusa, polverizzata, mi hai conosciuto, consumato, perso; ognuno di noi ritorna alla sua velocità. È stato assai saggio dire che non si cambia tutti e due nello stesso modo.

Incomincia quasi l’estate, scrutiamo incerti, desolati l’anno millenovecentosettantasei: un tarlo di dubbi addenta lo smalto dei sorrisi dell’amore, rovescia i nostri occhi, i nostri corpi gonfi di angoscia sul complice letto di un mondo fino a ieri evitato, rifiutato.
Non abbiamo avuto il coraggio di sbagliare, di correre incontro al vento, di sentirci stanchi, esauriti, lividi, puzzolenti, nevrotici. La nostra vicenda resta sospesa come un glicine acerbo: non sarà mai una storia, non ci saranno litigi, gesti fastidiosi, rincorse, non ci sarà la memoria mia e tua; resta solo un racconto bello a tutti i costi come un gelato, una vecchia signora distinta davanti a un panorama di Roma.
Resterò con un pugno di mosche e un’eco di parole rimbombanti, pesanti nelle tempie, e solo stucchevoli ricordi di dolcezze spietate verso noi stessi.

Incomincia quasi l’estate, un’altra estate al di qua della vita, dentro un nuovo imbarazzo, una nuova angoscia, un nuovo labirinto ossessivo tra siepi infuocate; incomincia un nuovo giro; non un nuovo corso, a raccogliere con stupida cura quello che l’euforia eroica aveva gettato: siamo più vecchi, ma ci facciamo dentiere nuove, siamo più sterili, aridi, ma ci facciamo protesi per nuove verginità; non abbiamo mai combattuto in campo aperto, ma ci inventiamo una gamba zoppa, un occhio di vetro, un sedere di gomma.

Incomincia quasi l’estate e riusciremo a traversare il suo infuocato deserto, e riusciremo ad arrivare su quel parapetto di pietra, a sederci tra gli altri, a imitarne la carnagione, l’onda dei capelli.
Incomincia quasi, l’estate, con te dentro, inghiottita senza respirare, senza peristalsi, nel fondo gelato dello stomaco morto. 
Addio.

Giovanni Merloni

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Un viaggio a piedi, 1975 (Ossidiana n. 5)

16 mercredi Jan 2013

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Ossidiana

viaggio x blog_def

Un viaggio a piedi

Un viaggio a piedi
da solo
per sentire solo il rumore dei passi
e il tonfo dei sassi sull’acqua
per contemplare le trincee diroccate
dove l’erba e l’ortica
confondono le forme dei morti.

Un viaggio a piedi
da solo
per ricordare
e cadere tramortito
per fare luce da dentro
al guscio di tartaruga
che mi porto addosso.

Un viaggio a piedi
verso la pianura
lungo il greto
di un fiume
invischiato di melma
con una borsa sulle spalle
e dentro libri noiosi
da aprire verso sera
nella ovattata pigrizia
di una baita
di fragole e sterpi.

Un viaggio tra monologhi di amici
riflessi in un mare lagunare
in città da ricordare
in facce da dimenticare
in ansie da reprimere
in urli di dolore
da regalare al vento.

Un viaggio intorno ad un letto sfatto
dove da un secolo
la polvere ha cancellato
l’amore.

Un cauto percorso di guerra
dentro un mondo estraneo
che osserva.

Una breve intensa battaglia
tra altri come me
a braccetto per lunghi viali di bandiere.

Un viaggio verso l’inutilità
che non fa chiarezza
verso la solitudine
che non tempra
perché tanto
una cosa vale l’altra.

Un viaggio a piedi
con le mie parole sottobraccio
dentro un labirinto
di luci e di insuccessi
in cui beatamente perdermi.
Addio.

Giovanni Merloni

De « Il treno della mente » (« Le train de l’esprit »), Edizioni dell’Oleandro, Rome 2000 — ISBN 88-86600-77-1

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Signora Rubens, 1975 (Ossidiana n. 4)

11 vendredi Jan 2013

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Ossidiana

01_bis rubens

Signora Rubens

Signora Rubens
la terra è battuta dalla polvere rossa
il tuo corpo bianco
cade senza fretta, sfuggendo
con graziosi gesti di stizza
alle cure vischiose
di un’ostinata guardia carceraria.
Volando tendi le braccia
verso una nuvola di nebbia viola
discesa tra gli alberi.

Signora Chagall
ci teniamo per mano. In cordata ci caliamo
nella lugubre allegria di un vulcano.
Un invisibile alleato
con parole di fumo e di fuoco
ci interroga. Ci vuole trasformare,
e farci, da quaggiù, decifrare il sole.

Signora Renoir
sotto l’ombrello grigio e celeste
la tua camicetta si allaga di sudore.
Il vento vaga sulle tue ginocchia.
Le mimose seppelliscono le tue mani.
Le carezze della primavera
spiegazzano la grande gonna:
“Un lestofante che sa parlare
sa anche tacere. Un goffo artista che sa rubare
sa anche regalare”.

Signora Klimt
il tuo charme è perfettamente intonato
ai ricci scapigliati, alla tua imprevedibile calma,
ai tuoi prevedibili capricci.
Senza preavviso l’amore avvolge le cose
e imprigiona la felicità nel bavaglio
del lento, sicuro andirivieni del nostro abbraccio.

05_larionov 72002

Signora Larionov
ho prenotato due lune di plastica
e ho preparato un bagaglio di vimini
con dentro magiche conchiglie per i tuoi veli leggeri.
Mi sono nascosto dietro un obiettivo di cartone
e ti ho vista saltare, sorridente
in un caleidoscopio di colori
sparsi tra i vetri rotti del davanzale.

Signora Modigliani
ti ho portata con me, in città disegnate dal sole
ingombre di cappelli e gelati.
Le nostre ombre in fuga,
ritagliate sui muri di calce
guizzavano ubriache.
Che atroce verità
la vile e sordida tenerezza
delle nostre gambe intrecciate.

Signora Rembrandt
nel silenzio della ronda di giorno
affonda il rumore selvaggio dei nostri passi.
Nella nostra affumicata prigione
osservo spaesato
l’ineffabile bellezza del tuo collo
inghiottito dalla luce improvvisa.
E’ perfido il destino che induce
a disfare, come un maglione stretto
la matassa dei corpi aggrovigliati:
“Non lo sapevi che pensare è disgregare
che parlare è complicare?”

Signora Goya
una mantilla nera ti nasconde
svelando le spalle
il tuo profilo incurvato.
Già sei nel salotto della casa in disordine,
vestita e svestita
davanti al tutore comprensivo e infuriato.
A precipizio innalzi
un muro rosso e viola,
una saracinesca di vetri appuntiti
per le mie disastrose cornate.

Giovanni Merloni

De « Il treno della mente » (« Le train de l’esprit »), Edizioni dell’Oleandro, Rome 2000 — ISBN 88-86600-77-1

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