Un quartiere tutto uguale (Prima dell’amore, nn. 5, 6, 7 e 8)

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Un quartiere tutto uguale

I.

Piove oramai
da molto tempo
sulla città nel sonno.

Un semaforo rosso
ferma le automobili silenziose
nella notte

(un passero cade morto
in una pozzanghera).

Tuona il cielo imperioso.

Passa per la strada
una donna dallo sguardo spento.

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II.

Un quartiere tutto uguale

Una vita senza storia

Una morte che non rompe
la monotonia.

Solo puntigliosi silenzi.

Sempre le stesse vite
le stesse gioie immediate
lo stesso dolore.

Una vita nel grigio cemento
una morte tra falsi pianti.

Solo puntigliosi silenzi.

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III.

Case.
Scale e scale, fino al tetto
dove batti la testa.

Marmo, panni stesi, amori
anche lassù
su in soffitta
dove intere famiglie
camuffano invano
il loro destino
disumano.

Case accatastate
e corse affannate
per le scale in discesa
fino a giù
giù in cantina.

Un bambino è nato appena
proprio sul pianerottolo
mentre un gatto da fogna
muore di rogna
senza funerale.

Muore e nasce il mondo
ad ogni svolta
in bianche case.

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IV.

Gocce, gocce fredde, a sgrulloni
sui canali ora un po’ mossi
sulle case già grigie
che l’inverno ha denudate.

La gente passa in fretta
per la strada
scura, allagata.

Anche la pioggia
stupisce
se mi vede
muto aspettare.

Giovanni Merloni

TEXTE EN FRANÇAIS

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Vicino c’è un ramo spoglio (Prima dell’amore, nn. 2, 3 e 4)

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Vicino c’è un ramo spoglio

Vicino c’è un ramo spoglio
un nido sul ramo
di poveri uccelli.

Vicino la siepe verde di vita.

Vicino ci sono io
ma lei e nessun’altro mi cerca.

Lontano il mondo
è vicino alla Storia.

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Con mia sorella Barbara, 1959

Sul ciglio del fossato

Sul ciglio del fossato
mi sforzavo verso
quella pace delle foglie
che secche galleggiano
verso quella gioia
fatta di così poco.

Sciolto ghiaccio che trema
appena è sfiorato da un sasso.

Sciolto ghiaccio del fossato
specchio della mia tristezza.

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Con mia sorella Barbara, 1959

Ho visto il mare infrangersi

Ho visto il mare infrangersi
su scogli artificiali
e schizzare acqua contro il cielo.

Ho sentito odore di pesce
ho visto reti e barche
all’alba
vuote di pescatori.

Ho camminato
molte ore inutili ho perso
per non pensare
né alla morte né a te.

Giovanni Merloni

TEXTE EN FRANÇAIS

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Il ticchettio della pioggia (Prima dell’amore, n. 1)

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Il ticchettio della pioggia

I.
Il ticchettio della pioggia
mesto nel freddo buio.

Attraverso i vetri appannati
scopro la mia vita.

Scopro nell’insistenza
dell’acqua che sgorga
il pericolo del mondo.

Scopro nella leggera difesa
del vetro ondulato
la sua finzione.

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II.
Non credo al peccato

Il mondo crede di peccare
ma vive nella sua ignoranza

Non credo all’inganno
perché chi inganna
lo fa senza saperlo

Non credo alla morte ingiusta
perché l’uomo l’aspetta.

Non credo, non spero,
vivo soltanto, in questo mondo.

In questo mondo vuoto
vivo una vita ignota.

Giovanni Merloni

TEXTE EN FRANÇAIS

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Il grigio mattino, 1964 (Ambra n. 32)

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Il grigio mattino

I.

Il grigio mattino
ha colpito le tende del cielo
che hanno tremato
sotto feroci colpi di bastone.

Le sirene
soffiandomi nelle orecchie
hanno ucciso il passato.

Ora il mormorio
dei fiori
tocca appena l’aria

io muoio.

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II.

La terra sarà distesa
tu parlerai dei miei sogni
li butterai in un cestino.

La terra dei miei ricordi
piena di linee strappate al cielo sarà triste.

La terra avrà tutti nomi,
e il tuo.

La terra sotto dove mi addormenterò
nella morte indolore sarà distesa.

Nostra madre piangerà, peccato.

Tornerò nella morte che sempre aspetto
a sognare come quel bambino?
ad amare come quella ragazza bionda?

Giovanni Merloni

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L’alba entra nel fiume, 1964 (Ambra n. 31)

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Lalba entra nel fiume

L’alba entra nel fiume
e il timone la spezza.

Disteso sull’onda di luce
tutt’uno con la barca
il tuo corpo nervoso
si liquefà.

Come mai ti ho portato
e non ho legato un sasso
alla corda e la corda al collo?

Il sole brilla sulle creste
e si alza fumo dalla fabbrica
a picco su rocce cadenti.

Due bocche si baciano
poi si ritraggono
poi si baciano ancora.

Come mai ti ho fatta salire
e non sono ancora morto
ancora morto, col sasso e la corda
nel fondo del fiume?

Giovanni Merloni

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Quando tu non ci sei, 1964 (Ambra n. 30)

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Quando tu non ci sei

Quando tu non ci sei
chiusa in casa, malata
(non so mai se malata davvero
o per finta)
la mattina nasce incerta,
e non sa incamminarsi, stridente
tra le flebili luci di brutti lampioni.

Una strano languore avvolge i miei gesti
paralizza i miei passi
tra la gente che corre.

Nell’asfalto e nei vetri spezzati
la tua assenza remota
mi ruba per sompre
i miei slanci più disinvolti
i miei sogni  più sconci.

La giornata già stanca
si avvolge sul suo inutile perno,
ammalata, questa volta davvero.
Tu resti lassù, indecifrabile
dietro la tua sghemba finestra.

E già arriva la sera
senza la minima consolazione
di sognare o ricordare
la familiare altalena
dei corpi sorvegliati
imbalsamati
inclini alle risposte difficili
mentre si fa strada
questo ingenuo desiderio
di correrci incontro
di lanciarci nel corpo a corpo
questo naturale bisogno
di dare senza attendere
di prendere senza attendere.

E’ già arrivata la sera
di una giornata che ha fatto sciopero
di ore e ore ammalate
ficcate in un letto di protesta o di rabbia.
Tutti si sono già rintanati, del resto
(non solo tu)
a fare bilanci di gioia-e-dolore.

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Vorrei sprofondare, stendermi
in un letto di cartone.

Ma la città mi precede,
apparecchiandomi il buio.

Non mi resta che saltarci dentro, in quel buio.

Chiudo gli occhi, e saltellando
tra le timide tracce di luci avvilite
porto via con me questa brutta sera
vecchia e derelitta
incartandola nel buio della notte

E, sanguinante, a testa bassa
con un brusco colpo di coda
apparecchio ansante
lo splendore di un nuovo giorno
colorato dai tuoi
passi disinvolti
sconvolto dalla felicità
di poterti avere
nella mia sghemba prospettiva d’amore.

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Giovanni Merloni

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Aspettiamo, 1964 (Ambra n. 29)

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Aspettiamo

Aspettiamo
che si apra la conchiglia
e le mani si chiudano strette
che Amore e Psiche si spoglino
e il vento soffi via il fumo.

Aspettiamo
che arrivi un battello
e le nuvole nere
si squarcino sopra il lago
distendendo la tua fronte corrugata.

Aspettiamo
che il fumo sui tuoi occhi
sulla faccia, sul collo, sulle labbra
sia cancellato
da una carezza profumata
e la tua pelle ridiventi
un frutto impalpabile.

Aspettiamo
mentre la sera degli amici ignari
batte violenta, inopportuna
contro i vetri sprangati del mio vestito.

Aspettiamo
che il vuoto si schiuda ad un’aria più tersa
che i nostri due corpi cessino di misurarsi
in cagnesco, tra un riso eccessivo
e un pianto eccessivo.

Aspettiamo
che il letto disfatto
ospiti
un sogno di capelli biondi
l’improvvisa chiarezza
l’improvvisa calma di una comprensione
l’improvviso doloroso piacere
di un groppo pesantissimo che si scioglie.

Aspettiamo
sospendendo il giudizio
che l’incombente angoscia
l’ansia cupa, animalesca, permalosa
si stenda al sole dell’estate
dove, finalmente liberi
finalmente io e te
senza madri né padri
senza i loro modi di vestire
potremo cantare e capire
cantare e capire
cantare e capire

Giovanni Merloni

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Mi parli in inglese, 1964 (Ambra n. 28)

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Mi parli in inglese

Guardiamo insieme il cielo di cenere
e viene da molto lontano la nostra voce.

Tu parli inglese
un bambino-lancia-razzi rasenta
pericolosamente il treno.

Una volta ci venni con mia madre
e la terra era più scavata e smossa
giocai a nascondermi dietro i mattoni
e lei che mi inseguiva, ridendo… –

È davvero penoso quello che ci tacciamo
mentre già ondeggiano – come nuvole
tra le cime tempestose – i presentimenti:
I like the spring, of course… –
come se questi bambini ci guardassero
e il nostro corpo pesante non riuscisse
a muoversi…

È ben triste un cielo di cenere
steso senza cura tra baluardi di cemento.

Laggiù si riescono ad acciuffare
i pini nel vento:
Non so più cosa guardare. –

Hai una riga tra gli occhi e la fronte
il mento in su. Adesso esprimi
quello che prima
non riuscivi a spiegare
nemmeno in inglese.

Il cielo sprofonda nelle zolle
in un disperato luccichio.

Non avrei mai pensato
che la mia carne
mi fosse così indifferente
e i miei stessi occhi odiosi
e tu… tu inutile!

Quando arriveremo
a piazza di Spagna

non badare ai negozi, alle luci
alle braccia e gambe
tra i tavolini. Va dritta,
non voltarti
e portati dietro il mio amore profondo
eppure volatile
provvisorio o eterno
come quella cenere tra i pini
Addio… –

Camminiamo verso il centro
estrema periferia
di un grande amore. Le luci
balzano alle finestre
sempre più pungenti
e ossessive.

Poi la sera si arresta.
è vuota la piazza

Sono solo.

Evviva!
Evviva la nostra giovane morte!

Giovanni Merloni

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So di amarlo, 1964 (Ambra n. 27)

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So di amarlo

Magari la stessa Musica
accesa nei nostri rifugi lontani
si infilerà, dispettosa
nei nostri pensieri strani
e ci prenderà nella sua molla.

Lei:

So di amarlo.
Ma le sue lettere
arrivano lontane, come
se non avesse più occhi
adatti a cercarmi.

Non so dirmi perché
ancora lo cerco in qualche stella
ancora lo piango nelle pieghe
della sera. Le mie labbra mute
continuano a dirgli Amore.

Ma
contro i vetri mi dispero
scoprendo che lui non mi manca.

Laggiù, lontano
(in quella stanza di tormenti)
lui si sveglia, colpevole
già cercando nell’alba i vestiti
nella fretta di scrivermi parole d’amore
senza sapermi amare.

(Lei non sa che lui ha ritrovato
la chiave perduta.)

Lui:
Nella Musica c’è sempre lei
raggomitolata nella stanza
(in un pomeriggio di tormenti).

Nella Musica ci sono i suoi occhi
grandi e distratti, il suo profumo
di piscina, la sua voce eccitata.

Nella Musica bella e dannata
le lunghe ore di attesa non hanno più peso.

Certo, una sola canzone
non può ammutolire
il ricordo doloroso di un eco stonato
di un piede pestato, di un ritmo mancato
della paura di abbracciare la vita.

Ma
inseparabile ormai da questa Musica
(che all’infinito ricomincia)
io pretendo che adesso, lontana
lei ascolti, lei rida, lei balli
anche lei inseparabile
da questo mulinello di voci e di suoni
che esplode dovunque a quest’ora
gridando al mondo che un giorno
goffamente e forse per sbaglio
noi due ci siamo amati.

Giovanni Merloni

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Io somiglio, 1964 (Ambra n. 26)

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Io somiglio

Io somiglio
a questa musica che stride
appiattendosi contro
i muri.

Io somiglio
a quel gabbiano sfinito
che non si arrende
e continua a volare
sotto il peso
delle ali
di piombo.

Io somiglio a noi due:
le mie gambe spropositate
il tuo cuore di rondine.

Io somiglio
a questa fredda mattina,
alla splendida vertigine
di una pausa
fuori dal tempo.

Io somiglio
a quel vestito grigio
che scruta la sua nuvola
di fumo.
svanire.

Giovanni Merloni

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