Qui / là, 1963 (Ambra n. 11)

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Giovanni Merloni, Titiro e l’albero genealogico (Parigi)

Qui / là

Qui
su questa riga sfumata,
a zig zag
nella sabbia
tra gli sputi
e i vomiti

qui
ridotto a fare il prestigiatore
ti penso
e ti abbraccio nel vuoto
sbattendo la testa
contro i ricordi
contro i desideri perduti
senza mai morire.

Qui
tra questi binari
e queste valigie
su questi acciai di treno
mille volte fischiati
non smetto mai di andare
lontano da te.

Là,
isolato, deportato
dondolerò
tra due sogni
impossibili.


sarò troppo lontano
e tu non potrai
immaginare
questi sipari perduti
queste ombre senza voce.


anche tu sarai partita
lontana
rassegnata e folle
circondata di volti senza voce
di voci senza volto.


ognuno di noi
si seppellirà
dentro corridoi vuoti
insignificanti e muti
che non avremo avuto il tempo
di sognare insieme.

Giovanni Merloni

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Mi parli di un’altra città, 1963 (Ambra n. 10)

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l'uomo arbusto 740

Giovanni Merloni, L’uomo arbusto, biro su scottex, 2010

Mi parli di un’altra città 

Mi parli di un’altra città
dove vivono e amano altre persone.

Vagamente lo so, tu mi parli
di gente straniera, di muri,
di porte scale fontane
dell’acqua che corre
del sole che prosciuga
di amori che traversano le strade
di valigie giornali caffè
dove sfiori, impaurita, le ombre
sconosciute, le penose atmosfere.

Ma quelli li conosco, tu dici
in fondo si parla la stessa lingua
in fondo si beve in bicchieri
di vetro, si mangia
su tavoli anonimi
si ride si rivalizza si diventa fratelli
e son sempre le stesse le stupide frasi
che colmano il cuore di gioia
mi sai dire il perché ?

Non basta avere mangiato
con uno di loro.

Ferrara, Torino, Palermo
si sa, ci piove d’inverno
e l’estate brucia, e gli alberi
son sempre platani, o ulivi,
non basta, dammi retta
uscire da una stazione
avendo dormito in un letto
avendo mangiato con qualcuno
che non vedrai mai più.

Quella mi raccontò tutto, mi dici
e se domani se ne va
o se muore
nel mio corpo rimarrà, ben scolpito
il suo scabro testamento. Se è viva,
vorrà rivedermi, lo so.

Mi parli di un’altra città
dove altri sprecano e amano il tempo
dove io non potrei trovare
né i fili né le reti
di quel tempo amato
di quel tempo sprecato.

Mi parli di viali lontani
percorsi col cuore
fino alla fine,
fino alle luci,
fino alle piazze buie
fino agli andirivieni senza luci
della delusione.

Mi parlo da solo
di quello che ignoro
di ciò che perfino so troppo
mi parlo lo stesso
annusando nell’aria
quel vago mistero
che mi lega ai miei muri
e mi porta lontano.

Giovanni Merloni

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Amore e asfalto, 1963 (Ambra n. 9)

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Giovanni Merloni, 14 luglio a Roma

Amore e asfalto

Io di te scherzo
l’odor di saponetta
la calza che ti scende.
Io con te
mi diverto a spoetizzare
la tua moda pervertita
e aggiornata
come un egoista sentimentale
che fornica e spara a vista.

Un rimedio
allo sproloquio
al dolore per la noia
è un letto in mezzo alla strada
di questo inestricabile quartiere
di lacche e borsette
è un abbraccio davanti a questa gente
indignata lussuriosa sgomenta assassina
davanti a questi alberi dritti a guardare
è un ingorgo stradale
delle vie erogene
tra gli alambicchi polverosi
di una liturgia conformista
è il bacio di due lingue di sangue
nel giaciglio mortale di una chiesa buia.

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Ciao, mia bella e mocciosa,
meglio non approfondire troppo
e respirare nel fondo del naso
gli aghi di pino e lo stordimento
del raffreddore
camminando veloci, unò-dué
tra le ombre del nostro
quattordici luglio.

Giovanni Merloni

 

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Prima di conoscerti, 1974 (Stella n. 17)

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Prima di conoscerti 

Prima di conoscerti

mi mancava tutto:
une vera compagna
un vero lavoro che mi somigliasse
una vera soddisfazione

cercavo una soluzione
nelle parole
nei proverbi,
nei calembours,
nelle parole crociate,
nelle canzoni

facendo ahimè confusione
tra realtà e finzione
tra ironia e derisione

fino a cadere giù nel delirio

avevo allora sperato
di trovare una salvezza
fuori dal mio recinto,
chiedendola in giro. Prima o poi
venivo sgridato : «Qui da me
niente vizi, né complicità
non sono la tua balia
né tua madre e nemmeno
una novizia», nessuna
si accorgeva che io non cercavo
madri posticce, né delizie
e nemmeno fuochi d’artificio

avevo provato a salvarmi
nella solitudine
di lunghe passeggiate
di corse in bicicletta
lasciandomi andare alla deriva
come una foglia al vento.

Rincasando
non trovavo che me
nient’altro che il mio sguardo solitario
la mia ombra rattrappita.

Prima di conoscerti
stavo diventando noioso
insopportabile

per uscire dal buco vizioso
mi ripetevo la cabala
dei miei desideri:
aiutare essendo aiutato
rendermi utile
per essere amato
capire
per essere capito
essere libero
mantenendomi onesto
e vero.

Da quando ti conosco
e ti frequento, non la finisco
di declamarti frasi solenni
di proporti una vita intensa
di duro lavoro insieme
alla scoperta del senso
di un’unione solitaria
in mezzo agli altri, oh
come è bello
poter fare qualcosa
di utile e buono
prima di morire…

Ma, hai visto ?
mi hai voluto così com’ero,
a capofitto ti sei gettata
nel mio pozzo senza luna
sfociante in una grotta grigia
senz’acqua; quasi attratta
dai miei difetti, da questa
identità sfuggente
incoerente, effimera
ribelle.

E con te io ritrovo
il piacere del rischio
delle parole, dei silenzi
della voglia di fare tutto,
di non fare niente; con te
non so dare importanza
che all’esistenza.

E ora mi spoglio, con ripugnanza
di tutto quello che ero e facevo
prima della nostra conoscenza.

Giovanni Merloni

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Vicina di banco, 1973 (Stella n. 16)

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Vicina di banco 

Ho vissuto
la vita di molti altri
senza mai essere felice
rincorrendo
abiti diversi
parole e umori
e gesti.

Ho vissuto sempre solo
appiccicaticcio
sterile
eccessivamente gonfio
floscio
flebile
prudente
assente
esente.

Ho poi trovato te
che mi hai fatto capire la lotta
e ritrovarne lo slancio, te
che mi restituisci il tempo
la soddisfazione
l’urlo nella campagna
il vuoto di restare di nuovo solo,
ma fermo e sereno.

Ho trovato te
compagna, cugina
vicina di banco
piccola e grande luce
sulla penombra grigia del mondo.

Giovanni Merloni

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Solo un metro, 1973 (Stella n. 15)

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001_juste d'un mètre 740Solo di un metro 

Per tutte le cose
che ho detto
burocratici ritmi
di dentifricio secco
da una finestra
a una folla di cartelli
(protesta per l’incomprensione
reciproca, per l’ignoranza
delle parole vere
per la snobbata politica);

per tutte le cose inutili
che ho cercato, affannosamente
di fare
aggirando ragnatele
di oggetti rifiutati
di amori smessi
di abiti grandiosi
aggirando un passato familiare
negli armadi di una casa
abbandonata, invasa dagli umori
puzzolenti di zingari frettolosi;

per tutte le cose
che non ho mai fatto,
idiota;

per l’arrancare su di te
per la danza semidormente
tra le tue braccia bagnate
pensando a quel lungo treno
che va lento
dentro la galleria
della tua bocca
gettando scintille
tra i lampioni dei tuoi occhi
stanchi e stupiti;

per lo srotolare, soddisfatto
in poltrona
dei resti della memoria
per la forza
(quasi un aneddoto
raccontato da altri)
trovata un giorno
io, un uomo
coi vestiti attaccati alla pelle
brucianti come idee selvatiche
io, oggi
ho la forza di districare
questa nebbia di giri viziosi
ho la forza di prenderti
senza rubarti, ma così
come se ci fosse una guerra
che consente tutto
che fa tutti più forti
più furbi.

Mentre percorrevo
disperatamente il mio destino,
il tempo intorno a te
ha fatto giri diversi
scomodandoti appena
trascinandoti
solo un metro.

Giovanni Merloni

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Io credo che tu mi stia cambiando, 1973 (Stella n. 14)

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Io credo che tu mi stia cambiando 

Io credo che tu mi stia cambiando
come se mi portassi
dentro una piccola borsa ricamata
dentro una folla di chiassi
mi ripari e poi mi mostri
al pubblico
venghino, venghino
questo piccione, coniglio, pavone
bambino, ragazzo
uomo
è mio è vostro
sa parlare
ammaestrato ma bizzarro.

Io credo a noi due
rimasti soli tra la cenere e i fuochi
con le narici bruciate
e i corpi anneriti
avvolgerci di maniche di stoffa
affacciarci sull’immensa acqua
di un fiume-mare.

Io credo al nostro amore
ai nutrition lunghi baci
alla pace di un rapporto disteso
tra capelli sgrovigliati
tra mani scomodate
tra pensieri l’entité.

Io credo alla distrazione
che ci libera
al nostro vivere di tutto
vivere di niente
al nostro dominio dell’emozione
al nostro sgomento.

Io credo alla nostra nave
silurata da ogni parte
un pò affondata
un pò ammutinata
un pò incagliata
negli icebergs dell’impazienza.

Io credo alla nostra nave
che si porta ricordi
speranza
solitudine
desiderio di pace
di consenso
prendere e dare tutto
quotidiana certezza
ansia quotidiana
parentesi di una vita
dentro una vita
tra parentesi.

Giovanni Merloni

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Dimenticare, 1973 (Stella n. 13)

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001_tristina di trieste 740 Dimenticare

Avendo cura di non smuovere
le forme di carne-plastica
raccolte nel giardino
con la noncuranza di un demiurgo
camminare indossando
il buffo abito di un impiegato
e depositatsi in una statua
dalle solide braccia
arrancare solenne e perverso
verso una luce accesa
entrare in un letto disfatto
e guardando un punto del muro
congelarsi e istupidirsi a pensare
a immaginare
a ricordare
a dimenticare.

Giovanni Merloni

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Fare fagotto, 1973 (Stella n. 12)

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001_castigato 740

Fare fagotto 

Oggi, neanche oggi facciamo fagotto
fuori sta piovendo un liquido giallo
qualcosa muore
tra l’ordinato disordine
qualcuno annega
le parole si ingorgano
dietro la scarna eloquenza
di questi corpi rannicchiati
come in una tomba etrusca.

La sequenza dei gesti è lentissima
e dal mio sguardo al tuo
e dal tuo sguardo al mio
corre l’angoscioso sottile piacere
di un amore vicino alla morte
vicino alle nuvole,
alla calma viola
dopo il temporale violento.

Ci ospitiamo
dentro i nostri odori di ascelle
di piccole e grandi estraneità
di peli e ricci arruffati
di baci lenti e caldi
di gemiti silenziosi.

Oggi, neanche oggi
finiamo per fare gli sposi
in una stalla sopra una taverna
o in qualsiasi altro affascinante
stereotipo, buffo e cupo
luogo comune.
002_fare fagotto nero 740Oggi, neanche oggi
questo nostro impadronirci del tempo
somiglia a un destino comune:
chissà se domani
saremo forti contenti agguerriti
chissà se domani
ci cadrà invece addosso l’angoscia
di doverci scoprire d’improvviso
soli.

Giovanni Merloni

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Ieri era la Malacappa, 1973 (Stella n. 11)

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001_la malacappa 740 Ieri era la Malacappa

Ieri era la Malacappa [1]
l’inverno, il sudore nella macchina
il tuo cappuccio bianco
la mia barba gelata
i passi dentro il nascondiglio
era girare per la città
sicuri di non incontrare nessuno
era la sera al telefono
la tua voce lontana
piccola come te.

003_malacappa 740

Oggi l’estate sospira una vicinanza congeniale
un gioco d’amore come un soprassalto
di minuscoli vestiti
di straripanti parole
di subdoli suoni.

002_malacappa 3

Un ballo di capelli nel vento
di occhi nel disegno bianco
dell’orizzonte
un sospiro di baci impacciati
timidi, silenziosi
al di qua al di là
di un muro d’erba bruciata
mescolata ai resti
ai vomiti.

La gioia si porta appresso
presentimenti e pensieri
quanto sei seriosa
quanto sono complicato.

Oggi mi sei vicina
lunatica esotica frenetica
orgogliosa
e stiamo evitando di chiarire
e stiamo evitando di aiutarci
arroccati sulle colonne di alabastro
di un chiuso labirinto
di riflessiôni solitarie
di aspirazioni nascoste
di mascherate insicurezze.

Ieri era Venezia
più liberi, ma anche diffidenti
innamorati della fuga
ma sempre prigionieri
solerti e stanchi
vivaci e inerti.

Ieri era la voglia
di lunghe fughe estatiche, misteriose
canterine, segrete.

Oggi è la certezza
di esserci trovati
di doverci già perdere
ineluttabilmente
dentro un mare molto morale
e poco profondo
dentro un’acqua stagnante
aberrante, che si chiama
marito moglie casa figli famiglia.

004_malacappa 2 740

Oggi è evidente
che non è più per gioco
che qualcosa si è rotto
perché siamo meno estranei di prima
se ci abbarbichiamo
come due fratelli cresciuti lontano
se ci diamo solo
la benevolenza affettuosa
di ogni bacio
come un saluto dal treno.

Giovanni Merloni

[1] Località in comune di Argelato (Bologna), presso l‘argine del fiume Reno.

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