Un treno di ombre, 1976 (Ossidiana n. 52)

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Un treno di ombre

Un treno di ombre
corre sgangherato
sul foglio sbiancato
di un sogno affannato.

Un treno di sguardi
si affaccia sui riti
sui gesti arditi
sui vestiti sgualciti.

Un treno di parole
cerca disperato
il corpo innamorato
di un incontro mancato.

Il dolore è una paralisi gelata
nel letto vuoto della notte
dove rincorro il sussurro illeggibile
della tua bocca.

Giovanni Merloni

Questa poesia è protetta dal ©Copyright.

Per farti piacere, 1976 (Ossidiana n. 51)

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Per farti piacere

Ti scrivo poesie
per farti piacere.

Ti scrivo poesie
perché un dialogo vero
tra adulti, non c’è mai stato
tra noi.

Ti scrivo poesie
perché sono crollati
oramai
i palazzi e le chiese
dove si rintanava
il nostro amore.

Ti scrivo poesie
sfruttando gli interstizi
improvvisi, dove
mi parli ancora
mi cerchi
mi accarezzi
mi aspetti
forse.

Ti scrivo poesie
perché
le chiese e i palazzi
non saranno impazienti
di ospitare, un bel giorno
il nostro « sì ».

Ti scrivo poesie
perché mi rifiuto
di incasellarti
usandoti
come una cosa.

Ti scrivo poesie
per imparare ad adorare
le tue distrazioni
la tue fughe
le tue assenze.

Pur sapendo
che non tornerai
ti scrivo ancora poesie
per farti piacere.

Pur sapendo
che non servirà
ti scrivo ancora poesie
perché ti amo.

Giovanni Merloni

Questa poesia è protetta dal ©Copyright.

Nel sogno c’è la vita, 1975 (Ossidiana n. 49)

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Nel sogno c’è la vita 

Nel sogno c’è la vita, la più piegata, nascosta
è trasognata questa vita del cuore sbandato
oppresso dai baci che riceve
da quelli che insegue.

Non c’è più terra sul mio vestito.

Anch’io afflitto sto volando
stupito colpevole mi osservo
quando mi incontro
nel magico destino delle due vie.

Ognuno di noi ha almeno due vite
due desideri opposti che non sa spiegare
due donne uguali che trova diverse
due donne diverse che vuole uguali.

Una donna mi saluta.
Ed è la morte, ma è la vita.

Un’altra mi aspetta.
Ed è la vita, ma è la morte.

Giovanni Merloni

De « Il treno della mente » (« Le train de l’esprit »), Edizioni dell’Oleandro, Rome 2000 — ISBN 88-86600-77-1

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Dopo, 1975 (Ossidiana n. 48)

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Dopo (1975)

E’ entrato nelle narici
ha girovagato per i miei intestini
ha bruciato il mio sangue
è entrato nella mia pelle il tuo odore.

Ed ora questa sera sgomenta
ad aspettare che la nuvoletta si diradi.

Ad aspettare la muta calma
le voci degli altri.

Ad aspettare che i nostri amuleti
si tocchino tutta una notte.

Giovanni Merloni

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« La collina è distesa
e la pioggia l’impregna in silenzio. » (1)
………………….
« Domani nel cielo lavato dall’alba
la compagna uscirà per le strade, leggera
del suo passo. Potremo incontrarci, volendo. » (2)

(1) e (2) : Inizio e fine della poesia « Dopo » di Cesare Pavese, in « Lavorare stance », Einaudi 1934.

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Da « Il treno della mente », Edizioni dell’Oleandro, Roma 2000 — ISBN 88-86600-77-1

TEXTE EN FRANÇAIS

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Il tuo volto è il tuo nome, 1975 (Ossidiana n. 47)

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Il tuo volto è il tuo nome

Il tuo volto è il tuo nome.
Le tue labbra, la penombra del tuo sguardo
la mia solitudine sono il tuo nome.

Sotto città bianche sprofondano
i nostri corpi di terra.
Nel silenzio è inutile chiamarti
è inutile cercarti nelle mille vie.
Gridare il tuo nome e il tuo volto.
Dall’alto campanile
il mio sguardo ti insegue
dentro al tuo labirinto di foglie.

Non ti afferra la vetrina di cose
che hai rigettato.
Non puoi trovarmi
Non ti vedo.

Ora questo tempo dissipato,
questo scacciapensieri di carte bianche
e il rantolo inutile
di questo corpo violentato sono il tuo nome.

Il tuo volto è il tuo nome.
Le tue labbra, la penombra del tuo sguardo
la mia solitudine sono il tuo nome.

Giovanni Merloni

De « Il treno della mente » (« Le train de l’esprit »), Edizioni dell’Oleandro, Rome 2000 — ISBN 88-86600-77-1

Première publication 22 janvier 2013 et Dernière modification 5 juillet 2015

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Specchio di una casa di studenti, 1976 (Ossidiana n. 46)

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Specchio di una casa di studenti

Specchio di una casa
di studenti
specchio di un’immagine beffarda
specchio della salute
della voglia di vivere
specchio degli itinerari
lungo le rotaie
specchio dei suicidi
dentro le botole di acqua sporca
specchio di un albero di glicine
che infrange
l’aria di ragnatela
di un recinto di mattoni.

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Specchio di un nuovo sorriso
di una mano tesa
di un corpo neutrale
specchio di una fiducia
rossiccia
di una barba spelata
di un album di famiglia.
Specchio della memoria
di momenti brutti come questo
di momenti belli
come questo
specchio della forza
dell’identità
della vita.

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Specchio degli spavaldi inchini
delle eterne litanie
degli abiti bianchi
di un profilo indiano
specchio di una lotta
che riaffiora affannosa
da una scultura di sabbia
da un prato di erba alta
quando si sta facendo notte
specchio delle nostre ultime parole
che inseguo da questo carcere
che studio
interpreto
accosto
invento.

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Specchio della mia morte
che mi è amica.
specchio della mia vita
che mi ha regalato
una folle saggezza
una mite irresistibile forza
uno specchio.

Giovanni Merloni

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Passeggiata, 1976 (Ossidiana n. 45)

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Passeggiata (1976)

Ogni scalino è di legno e di terra. I tuoi ricci
sono un buffo recinto al bel viso abbronzato.
A gran gesti racconti. Io, invece, sbilenco
a volte divento distratto. Nel prato ci sono
grigie statue, in rovina. Nel cielo di nuvole rosa
si rincorrono le ombre dei nostri corpi lontani.

Il cammino è un’alga distesa sulla terra del mare,
una stazione senza treni. Su e giù camminiamo
e impariamo il giardino. Ma non ne sentiamo l’odore.

E’ una buffa stagione, e non lascia l’inverno.
E’ gelato anche il sole. La città è sempre fuori
silenziosa e lontana. Il silenzio caduto tra noi,
tra le nostre parole, è una voce più cupa
e più fredda. Ma ci passa vicino, allegro di voci
il gruppetto di lunghi maglioni, che presto è sparito.

La mia donna tenace saltella sulla piccola ghiaia
mi accarezza ed ancora mi vuole insegnare la vita.
Anche lei non riesce a cantare, a vestirsi di cose.
Passeggiamo sul prato. E qui facevamo l’amore.
Solo ieri la collina era il sole. Il corpo era
un gesto largo, il sorriso inondava lo sguardo.

La città entra nella collina, col buio dei fanali.
Sul suo corpo angosciato si è addossata la notte.
Nel respiro di nuovi rumori il giardino è un saluto.
Sembra calma la coppia divisa e confusa. Domani
la città rapirà la mia donna, il suo viso abbronzato.

Giovanni Merloni

De « Il treno della mente » (« Le train de l’esprit »), Edizioni dell’Oleandro, Rome 2000 — ISBN 88-86600-77-1

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Anche quest’estate mai giunta (Luna, 1977)

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001_balançoire 001 180Anche quest’estate mai giunta

Anche quest’estate mai giunta
mi fa immaginare il corpo di nuvole viola
di soffi bianchi e gialli
combattenti tra loro nel palazzo del mio viaggio

tu seduta, tu di corsa
incontro a me, vestita di svolazzi
con un sorriso riamato

ogni istante qualcosa di te
mentre il cielo ancora getta tramonti

ogni tuo gesto mi affligge e mi vince

sto gridando e disegnando
con faticosa prudenza
le peripezie di una nuova attesa
senza fuggire ma nascondendo
a tutti e a me stesso
il centro vittorioso e sconfitto
di questo amore.

Giovanni Merloni

Questa poesia è protetta dal ©Copyright. 

A tentoni (Luna, 1977)

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A tentoni

Mentre la tua presenza
fa a pezzi
la mia ancestrale insensatezza
mentre senza veleni
tu mi trasformi
la mia vita cammina a tentoni
con il solo eroismo di urlare
traversando in un soffio
la macchia viola del mare
d’autunno.

Mentre tu accarezzi
i tendini molli
di questa corsa spasmodica
noi ci cerchiamo
l’un l’altro
a tentoni
proprio come avevamo cercato
a lungo
da soli
di toccare il fondo del buio.

Mentre tu fermi il tempo
chiudendo in una nuvola
gli echi
dei miei frenetici andirivieni
noi ci sfioriamo
l’un l’altro
con fiori incandescenti
con parole indolenti
proprio come avevamo sfiorato
a tentoni
da soli
a lungo
in silenzio
la morte
le nostre storie
le storie degli altri…

Giovanni Merloni

Questa poesia è protetta dal ©Copyright

Ritorno a Roma (Luna, 1977)

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Ritorno a Roma (1977)

Roma è la sonnolenza
piena di pieghe
di porte chiuse
di piante grasse
di sabbia
smossa dalle tue mani.

Roma è lo stupore
di una strana forza
che mi catapulta
tra le tue braccia
tra le ombre cinesi
dei nostri gesti sconosciuti.

Roma è la verità
dei tuoi capelli mescolati
alle mie braccia abbandonate.

Roma è la lunga parentesi
delle tue parole precipitose
dei miei lenti soliloqui.

Roma è il mio sguardo
che insegue
lungo le pareti
i nostri vestiti di festa
in cerca della loro musica
incomprensibile.

Roma è il piccolo sgomento
di amarti, la speranza
di una vita nuova
la certezza di avere acciuffato
di passaggio
l’ombra pigra e distratta
di un giorno felice.

Giovanni Merloni

TESTO IN FRANCESE

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