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il ritratto incosciente

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Di che parlava, il film della tua vita ? (Caramella n. 3)

09 samedi Jan 2016

Posted by biscarrosse2012 in racconti

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Caramella

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Di che parlava, il film della tua vita ?

Caramella,
le lettere sono andate perdute. Scusami questa espressione « napoletana » per dire che il nostro epistolario è sparito. Come se non fosse mai esistito. Perché, se è vero che il disco rigido del tuo computer non dà più segni di vita, nel mio caso è successa una cosa ancora più grave e definitiva. Mi ero illuso che i nostri messaggi sarebbero stati eternamente conservati in quella specie di biblioteca virtuale dove andavo a cercarli. Ma avevo sottovalutato l’infernale meccanicità della macchina : sono bastati sei mesi di inattività… perché « quelli » mi cancellassero tutto! Mi sembra la tragica storia di mia sorella, a cui mancavano solo tre esami per laurearsi in giurisprudenza. Aveva passato tanti guai, si era ammalata… finché un giorno ricevette una lettera in cui le dissero piuttosto seccamente che ormai tutti gli esami che aveva fatto non valevano più un fico secco. Era come se non li avesse mai fatti… Ma anche noi, Caramella, nello scrigno spezzato della nostra corrispondenza avevamo riversato tante lacrime insanguinate…

Potrei decidermi a prendere l’aereo. Si tratta solo di due ore di volo, in fondo. Per di più, a Fiumicino, posso affittare una macchina… Mi darebbero, se gliela chiedessi, quella Nuova Fiat 500 che finora ho visto solo da fuori. Poi, dall’aeroporto, se ben mi ricordo, c’è la scorciatoia… di via della Scala! Una via lunga, abbastanza trafficata ma confortevole che costeggia lo specchio d’acqua esagonale dell’antico porto di Traiano, poi l’abitato di Isola Sacra, per attraversare alla fine il Tevere sull’ultimo ponte prima della foce…
Caramella, quante emozioni mi evoca la sola idea di questo viaggio da un aeroporto a un bivio! Ma ti devo confessare, se non fosse per la macchina a nolo e il timore di strusciarla contro qualche paracarro, che non resisterei all’imperioso richiamo della gita al Faro più squallido che si possa immaginare, o alle quattro casette sbilenche della via del passo della Sentinella… Questi soli nomi, pur attirandomi come una specie di calamita, mi fanno rabbrividire, riportandomi dei ricordi in cui la piccola gioia di essermi sentito vivo si fonde a un’angosciosa sensazione di pericolo. Genio e sregolatezza, terrore e attrazione, sotterranea paura e coraggio insensato… Passato il ponte, la strada diventa più anonima, fino all’Ostiense ovvero la « via del Mare ». Sarei ormai quasi arrivato a casa tua.

«Ho avuto molti problemi fisici e sono stata molto triste. Non mi sentivo all’altezza di raccontare niente che ti potesse interessare. Non avevo neppure più il mio habitat.: la bella scrivania di cristallo e bambù… la mia poltrona, dalla quale vedevo fuori la campagna. Avevo lasciato la mia villetta e mi ero trasferita nell’appartamento dove vivo tuttora. È carino, dentro, anche se piccolissimo, ma situato in un palazzo squallido…»

Arrivo, arrivo… Ma prima, permettimi di fare una piccola deviazione, devo correre a via dell’Idroscalo per fare una breve visita a Pasolini… Qui in Francia si parla tanto del suo genio straordinario… Se non colgo la palla al balzo, rischio di by-passare per sempre questo luogo così angosciosamente « pasoliniano », dove il grande regista-filosofo è morto quarant’anni fa. Eh sì, Caramella, è passato già tanto tempo da quella notte di cupi presagi che passò come un’ombra gelida in mezzo ai nostri entusiasmi. Nessuno aveva voluto credere al Tiresia contemporaneo che aveva capito tutto in anticipo, sulla sua pelle, mentre noi, nella nostra giovanile incoscienza, non sapevamo di essere così presuntuosi e astratti. Abbiamo voluto continuare a illuderci sulla capacità del nostro paese di uscire da solo dalle innumerevoli imboscate che lo facevano vivere in una eterna agonia. Niente mi sembra cambiato, in questa località che ho già visitato una volta : un luogo senza personalità dove si è consumato un efferato delitto, impunito, contro l’umanità. Ma vorrei lo stesso andarci, scendere un attimo dalla macchina nuova di zecca e… chiudere gli occhi per ascoltare le grida dei gabbiani in transito su questa via derelitta e risentire la voce stridente del poeta mentre scandisce una delle sue disperate ribellioni…

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Forse, in quel momento irripetibile, mi piomberebbero addosso, come in un film di Pasolini, le frammentarie visioni dell’acciottolato romano di Ostia antica, il silenzio dei pini contro il cielo spensierato… insieme a un’altra voce inascoltata, quella del mio amico Ascani. Chino ore e ore sul suo incredibile pachwork di foto aeree in fotocopia, Ascani aveva ricostruito pezzo per pezzo le tracce dell’antica città di Portus, che sorgeva lì vicino, oltre il vecchio Idroscalo, in un territorio che non esiste più, enormemente cambiato anche per il sensibile arretramento della linea costiera. Duemila anni fa, tra l’Isola Sacra e il mare, esisteva un’immensa Rotterdam donde partivano le temibili flotte dell’antica Roma… Ma nessuno ha mai voluto dare retta ad Ascani né esaminare qualcuna delle sue scoperte…
Caramella, tu forse sei gelosa di questa mia tendenza a rifugiarmi in digressioni e in giri viziosi da cui tornerò annichilito e stanco. Ma questi pensieri hanno dato uno scopo alla solitudine delle mie corvée su e giù per l’Italia, generando dentro di me questo mio tipico bisogno di raccogliere le sfide, anche quelle più difficili. Col tempo questa mia seconda natura è diventata una compagna di viaggio fin troppo esigente, ma sempre pronta a perdonare le mie fughe… Spero che mi perdonerai anche tu, quando busserò, un giorno, alla tua porta…

«I primi mesi, ogni volta che percorrevo il lungo corridoio che portava alla mia porta e finiva in fondo con una portafinestra con una tendina, piangevo. Sia nella vendita della vecchia che nell’acquisto della nuova casa, avevo avuto tanti problemi. C’è molta gente disonesta e quando si fanno dei cambiamenti si rischia di imbattersi in qualcuno che non si vorrebbe mai aver conosciuto, compresi i professionisti che ti assistono. E poi sono sola. Il cambiamento di zona mi aveva allontanato dai miei amici. La mia famiglia era ormai andata in pezzi. Nel 2011, anche la mia dolce cagnolina era morta.»

Ho bussato alla porta. Nel silenzio prolungato dell’attesa, vedevo Pasolini come un padre,  ucciso a tradimento da una masnada di figli ingrati, proprio come Cesare… quando la tua porta si è aperta da sola e ha preso a ruotare verso sinistra, rivelando un pavimento luminoso, un grande divano e, in fondo, una portafinestra dietro cui si indovinava un balcone. Schiacciata dietro la porta spalancata, trattenendo il respiro, aspettavi che entrassi e mi avvicinassi alla luce naturale.
— Siediti.
— Caramella…
— Lo vedi, è molto piccolo. Ma mi sto abituando.
Ricordo che abbiamo parlato delle lettere. Tu ne avevi conservata una, scritta da me nel febbraio 2011. La lettera parlava di Manacorda, il nostro amato professore di storia e filosofia… quello che ci sorprese mentre stavo abbottonandoti il grembiule.
— Ma quanti bottoni, Caramella!
— Un vero e proprio strazio, se si pensa che a quei tempi Catherine Spaak andava in giro in minigonna!
— Caramella, sono passati più di cinquant’anni… e tu continui a vagare nella mia testa…
— Solo nella testa?
— No, dappertutto… Ma la sabbia di Ostia è ancora nera?
— Sì, è nera, c’è il ferro!
— Trovo inquietante questa « cosa » che si incolla ai piedi, alle mani e finisce per cambiare il nostro aspetto!
— Invece… avevi replicato, questo lato selvaggio ci rende più umili e concreti. Nei film di Pasolini che tu ami tanto, non troverai mai la sabbiolina invisibile dei serial televisivi, ma la sabbia nera che abbiamo qui.
— Durante la mia lontana parentesi a Ostia, la sabbia nera, pesante e pungente, mi sembrava quasi scandalosa… Era la fine dell’estate del 1962, cominciata con la nostra famosa passeggiata nei prati di Villa Borghese… Tornando da Cesenatico, non ero andato subito a casa, ma avevo raggiunto qui mia madre e mia sorella.
— Ostia fu una delusione, vero?
— A Cesenatico avevo finalmente baciato una ragazza e, per mantenere il ricordo, avevo smesso di farmi la barba e di cambiare maglietta… Alla stazione di Cesena, mio padre mi aveva preso in giro, mentre mia madre, appena arrivato a Ostia, mi aveva portato dal barbiere.
— Ma tu ci sei venuto anche qualche altra volta, birichino che non sei altro! Sempre con tua madre e tua sorella… o con qualche altra donna ?
— Pochissime volte. Di corsa, in macchina, per allontanarmi un po’ da Roma, per assaporare l’ebbrezza dello sradicamento…
Avrei voluto parlarti della lentezza incredibile dei miei progressi, della mia graduale emancipazione attraverso i piccoli gesti della vita quotidiana, quando ero ancora molto lontano dai grandi gesti dell’amore. Quanto tempo ci avevo messo prima di trovare il coraggio di spezzare i cordoni che mi legavano come liane robuste o serpenti! Avrei voluto raccontarti che, durante l’ora di ginnastica, facendo comunella con due dei nostri compagni, Bodo e Cassetti, mi nascondevo negli spogliatoi in mezzo ai cappotti. Cassetti si puliva le scarpe con la sciarpa di qualche compagno distratto dalla palla a volo, Bodo leggeva un libro di Faulkner o di Steinbeck mentre io sgattaiolavo fuori dalla porta posteriore e, come un cospiratore — il cancello era sempre aperto —, uscivo dalla scuola. Ma non osavo andare oltre il nostro bar-chioschetto e l’annessa fontanella presso il glorioso platano dove si formavano sempre gruppi e capannelli. Solo una volta, tutti e tre, osammo spingerci, durante l’ora di ginnastica, fino al muretto che si affaccia sul Tevere in piazza delle Cinque Giornate!
Ironia della sorte… esattamente in quel punto là ti avevo incontrata, qualche anno dopo l’uscita dal liceo. Quel giorno tu eri con delle amiche, presa da un’animata discussione. Nonostante ciò, prima di lanciarti sul ponte in direzione del Ministero della Marina, tu mi regalasti uno smagliante sorriso che mi fece venire la pelle d’oca. Vedi, avevo dimenticato questo saluto fuggitivo e la benevolenza del tuo ultimo sguardo. Ma questo sorriso nella luce complice di Roma si perde, ormai, nella notte dei tempi. Ora…
A questo punto, levandomi la parola, tu hai detto, bruscamente: — stavamo parlando di Ostia, una piccola « colonia sprovvista di volontà propria » come tu dici… Ma davvero conosci questa « colonia » soltanto dal di fuori, superficialmente, come una pura e semplice cartolina? Devo crederti?
— Be’, se ci penso meglio… un ricordo affiora. Ed è piuttosto intenso. Alla fine di una passeggiata sul lungomare di Ostia con una persona che ti somigliava, insistevo per andare in un alberghetto che avevo adocchiato. Un posto anonimo, senza altro che una scritta sbilenca fatta con in neon blu. Seduti in macchina, lei mi rimproverò a lungo, dicendomi che con il mio amore assoluto, sconfinato e premuroso, non le lasciavo il tempo di prendere lei stessa un’iniziativa qualsiasi…
— Perché me ne parli ? dicesti.
— Perché anche poco fa, quando sono arrivato, avrei voluto abbracciarti come se fossi tornato dalla guerra. Ma mi sono imposto, come in quell’episodio che ti stavo raccontando, di calmarmi, di aspettare che tu ti abituassi a questa… sorpresa.
— Non mi sono abituata e non sono affatto tranquilla !
— Allora stiamo ancora un po’ qui, seduti in poltrona, senza dire una parola, aspettando che la tensione si calmi prima di stringerci affettuosamente la mano!
— Ma quella tua fuga, come è andata a finire ?
— Lei mi sgridò. Più insisti, mi disse, più mi chiudo nel mio guscio! Rassegnato, allargai le braccia, mi accasciai sul sedile e dissi: Va bene, hai vinto tu, andiamo via!
— Ma, subito dopo questa rinuncia clamorosa e definitiva, tu scendesti dalla macchina e ti avviasti verso il neon blu della scritta, vero?
— Come fai a saperlo?
— Io so tutto.

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Ora, da quest’altissima poltrona solitaria che mi riporta alla mia realtà, mentre osservo il mare dietro l’ala argentata del Boeing 707, cerco invano di ripercorrere i fili e i suoni di quel colloquio lunghissimo in cui, la mano nella mano, io e te eravamo riusciti a sconfiggere la banalità del tempo…
Guardando fuori dalla finestra come si fa quando ci si parla in macchina, come due vecchi-adolescenti, avevamo lasciato finalmente scorrere delle vere parole, insieme a vere lacrime di gioia, scoprendo che quelle lettere erano rimaste indelebili su una pellicola invisibile che scorreva davanti ai nostri occhi, alle nostre bocche, alle nostre mani.
— Di che parlava, il film della tua vita?

Giovanni Merloni

Queste lettere sono protette da ©Copyright 

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Vieni, c’è un pacco in cima alle scale ! (Caramella n. 2)

06 mercredi Jan 2016

Posted by biscarrosse2012 in racconti

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Caramella

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Vieni, c’è un pacco in cima alle scale !

Caramella,
Sto facendo un po’ di confusione. Tu mi hai detto: — Vieni, c’è un pacco da scartare in cima alle scale ! Ma senza altre spiegazioni questo invito vaga nella mia testa agitata come quegli aeroplanini di carta che si facevano in classe durante l’ora di religione e vedo ora volteggiare sul mare di Ostia.
Di quali scale intendevi parlare ? Forse dei cento ventiquattro gradini che portano all’Aracœli ? Là dove ci mandò una volta la professoressa Cellini con quel suo perentorio « da riconoscere » ? C’eri anche tu in quella specie di orda di vandali? Tanti gradini tutti d’un fiato non sono uno scherzo, ma ne valeva la pena. Lassù, chi pensava al panorama di Roma? Nessuno di noi aveva il tempo o la voglia di scalfire la solida scorza della nostra beata ignoranza per accorgersi di quella mostruosità. Quella povera chiesa, quasi nascosta dietro una modesta facciata di mattoni, sembrava una bella paesanotta presa in trappola, così brutalmente incastrata tra i marmi del palazzo michelangiolesco e quelli, di un bianco ancora più falso, dell’immenso monumento al Milite Ignoto. Anche tu chiamavi questa assurdità urbanistica e architettonica  « la macchina da scrivere », e ridevi, illuminandoti tutta. Ma, in quella giornata che fu a lungo indecisa tra il sole e la pioggia, tu ti trinceravi dietro un impermeabile, come del resto le altre due o tre compagne che erano con te. Questo vostro riso complice formava un cerchio invalicabile. E io, per spezzarlo, non avevo nemmeno la scusa delle sigarette. Allora, nel marzo del 1962, in piedi nell’esiguo sagrato della chiesa di Santa Maria in Aracoeli, voi quattro non fumavate di certo. Ma vi ricordo benissimo, infagottate nei vostri grembiuli neri, entrare e uscire fumando dai gabinetti delle donne…
Ma forse quella mattina tu non c’eri, forse sono io che voglio a tutti i costi imprigionarti in questo ricordo così nitido. Può anche darsi che quell’antico altare romano issato sul bordo del cielo fosse invece un tuo luogo segreto e che ora, idealmente, vorresti tornarci con me.
Forse sono su una falsa pista. Ma mi ricordo che la tua scrittrice preferita era Elsa Morante e tu hai letto di sicuro «Aracœli», pubblicato vent’anni dopo la nostra visita. E mi ricordo che durante un’interrogazione raccontasti a Vazzana quanto ti era piaciuta «L’isola di Arturo», che si svolgeva nell’isola di Procida, l’isola degli amori proibiti…
Ti vedo scuotere la testa e dire «no». Impossibile aspettarsi di trovare questo pacco misterioso sul sagrato di una qualsiasi chiesa in cima a una scalinata.
Ma sono irresistibilmente attirato dalla tua natura di lettrice accanita. Tutto ciò mi condurrà in un labirinto parallelo, in un cul de sac… ma non posso farci niente. Sono qui, e ti osservo dal mio quarto banco… Io e te abbiamo in comune il corridoio tra i banchi e tu sei là, seduta al terzo banco della fila, tutta femminile, che costeggia il muro dove si apre la porta della classe…
Leggevi sempre, o forse, come me, studiavi forsennatamente da un’ora all’altra. Oppure ti guardavi intorno, interrogativa, roteando lentamente il tuo lungo collo di giraffa castana come se fosse il periscopio del sottomarino dipinto di rosa di « Operazione sottoveste » con Cary Grant e Tony Curtis… Mi piaceva la tua aria distratta, la leggera patina di polvere scolastica che proteggeva i tuoi eventuali colori. In quell’epoca avevo sempre sottomano due libretti che mia madre aveva portato da Parigi con alci i capolavori di Renoir e Degas. Per me, Caramella, tu eri una delle bagnanti di Renoir, quella con i capelli tirati su.

002_aracoeli muratoreFoto di copertina dell’articolo « 2.000 anni… circa… » pubblicato sul blog di Giorgio Muratore, Archiwatch

A volte, ridendo, esprimevi una tua particolare saggezza…
— Santa Sabina, da riconoscere ! aveva detto la Cellini con gentile autorevolezza, e noi, con l’idea di fare una scampagnata, ci eravamo intrufolati nel giardino degli aranci, quel rettangolo di pace su cui incombe il fianco solenne di una delle più belle chiese del mondo: — Santa Sabina, sull’Aventino! ci cantava la Cellini, mostrandoci la foto sul librone. Quest’usanza, di mettere la mano sulla didascalia e pretendere di avere spiattellato il nome del palazzo o della chiesa la ritrovai poi in Zevi e Portoghesi, convinti torturatori entrambi, agli esami di storia dell’architettura.
Ma se ben mi ricordo ci siamo andati da soli a Santa Sabina, su un tappeto volante. La scalinata blanda e verdeggiante l’ho fatta dopo, da solo, dopo averti tristemente salutato. Tu eri attesa da una zia che abitava all’EUR…
Eh sì, ci fu negato quel tempo minimo che mi sarebbe bastato per inchiodarti contro un albero o prenderti soltanto la mano su una panchina in forma di triclinio. Le mie agguerrite speranze dovettero frantumarsi subito dopo, quando «dovesti» fuggire via. Ma prima, come dimenticare quei passi invisibili nel portico semibuio, quell’attimo lunghissimo in cui tu ti sedesti vicino a me su una di quelle seggioline di paglia così pratiche per i nostri paganissimi matrimoni all’italiana… Forse, nel silenzio luminoso di quella incantevole navata tu sentisti il battito del mio cuore. Perché ti voltasti di scatto e mi guardasti negli occhi.
Che strano, forse tutto ciò deriva dall’aver avuto un padre schivo e gentile e una madre affabulatrice e di conseguenza ammaliatrice… Forse tutto, in me, dipende dal fascino di quella voce che doveva arrivare senza preavviso, affacciandosi sul mio letto come una fata turchina.
Sta di fatto che già allora, in quel minuto e mezzo che tu mi regalasti in mezzo ai fiori di un matrimonio celebrato da poco, io mi ero già assuefatto a vivere il presente con fatalismo e rassegnazione. Pronto a cogliere l’attimo di distrazione di un marito o di un padre, per godere il «bel momento». Del resto, in quel meriggio digiunante sospeso tra la campanella scolastica e il ritorno a casa, fosti tu a dire : — peccato, io sono negata per la fotografia… ma questo sarebbe proprio un momento da fermare!
Avrei dovuto risponderti qualcosa di intelligente, ma, in quel momento, la mia testa galleggiava nel vuoto come quella di un merlo spaurito. Ti feci cascare letteralmente le braccia quando dissi: — così avremmo fatto vedere alla professoressa di storia dell’arte che ci siamo venuti davvero, a Santa Sabina!
Ma, intanto, io vivevo una parentesi di gioia intensa, incommensurabile. Se fossimo rimasti chiusi lì dentro fino al giorno dopo non avremmo avuto paura di niente.

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Ecco, che stupido! Ora capisco quello che mi volevi dire in mezzo al sogno di stazioni parigine e di elicotteri piombanti sulla rotonda di Ostia: tu parli di un vero e proprio pacco che, a quanto pare, è ancora lassù, in cima alle scale del Mamiani!
Volevi farmi una sorpresa? Oppure cercavi soltanto di rimandare « sine die » l’amaro disinganno? È inutile, Caramella, continuare a illudersi che là dentro ci siano  le nostre lettere che, invece, ahimè, sono andate perdute!

Giovanni Merloni

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Dovremmo avviarci, prima che faccia di nuovo buio! (Caramella n. 1)

03 dimanche Jan 2016

Posted by biscarrosse2012 in racconti

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Caramella

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Dovremmo avviarci, prima che faccia di nuovo buio!

Caramella,
per prima cosa, mi piacerebbe fare una passeggiata con te sul lungomare di Ostia. Questo confine tra l’asfalto e le bizze del mare selvaggio che nel ricordo mi sembra unico e pieno di bellezza. Una bellezza forse invisibile, o perduta nei meandri di qualche film fatto in casa. Un quartiere di Roma sbattuto fino al pelo dell’acqua. Stranamente, nel ricordo, la pineta che aleggia alle spalle con la sua macchia irsuta e i suoi ombrelli verdi e grigi, mi fa paura. Preferisco quella pacifica desolazione traversata da aeroplanini di carta e strani profumi femminili. Il fatto è che per passeggiare ci vuole un muretto, un mondo circostante di gente che va e viene, di automobili e motociclette che sfrecciano indifferenti e, dall’altra parte, un quadro vivente ma immobile, cangiante ma denso di una precisa personalità: il panorama. O soltanto il colpo d’occhio su quel l’orizzonte bianco e grigio. Camminare con te, respirando il vento con i suoi odori, assaporare un senso di provvisorietà e di smarrimento, vinto a tratti da una specie di eroismo… A Ostia c’è tutto questo e forse c’è anche di più!
Dovrei scapicollarmi, montare su un elicottero e piombare sulla rotonda bianca di mussoliniana memoria, alla fine della Cristoforo Colombo, gridando il tuo nome mentre tu sventoli un fazzoletto bianco.
Ma il mio carattere riflessivo, senza spegnerli, cerca sempre di incanalare i miei impulsi in una corrente di pensieri più realistici. Seduto nella poltrona Frau foderata di giallo acceso e ricoperta di un vecchio plaid che fu dei miei genitori, come la poltrona del resto, sbircio le doghe del parquet a spina di pesce di questo salone parigino… e, attraverso le mie cinque finestre, passo in rassegna la quinta della case grigio-avana del viale, così ben visibili dietro i platani nudi di gennaio. Un costante fruscio mi assicura che l’anno nuovo è cominciato, La gente, giù in strada, cerca di fare qualcosa. Certo è sabato, domani sarà di nuovo domenica, portatrice di nuove immobilità e di giri viziosi… Come faccio a partire? Non potresti venire tu?
Verrei a prenderti alla Gare de Lyon, ti aiuterei a sbrogliartela con la valigia e le borse e ti trascinerei subito nel metrò. Poi, ti accompagnerei in albergo. Avrei scelto per te l’hôtel Chopin. Si trova nel bel mezzo del Passage Jouffroy, una splendida galleria di negozi dove il suono dei tacchi e il rumore del carrello della valigia non passerebbero inosservati. Nonostante l’inquietante vicinanza del museo delle cere. Del resto, Parigi non ama gli spettri. Tutto è vivo, qui. E i «grandi defunti» rivivono gioiosamente insieme ai «piccoli vivi» come noi, in un continuo scambio di suggestioni e pulsioni di amore reciproco.
Purtroppo, il mio realismo odierno non riesce ad immaginare altro che una passeggiata ritardataria come la nostra… Una lenta, magica e forse lunghissima passeggiata. Perché siamo sempre stati costretti, tutti e due, a frenare i nostri impulsi più pericolosi, confinandoli in una specie di timidezza o di goffaggine rinunciataria…
Oppure, chissà… Se le terribili vicissitudini delle nostre vite nomadi ci hanno scaraventato su queste due rive lontane… che oggi sembrano di punto in bianco vicine, vicinissime, al punto quasi di toccarsi…
Dovremmo avviarci, prima che faccia di nuovo buio.

Giovanni Merloni

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Una lunghissima poesia per Ossidiana, «la fata»

19 samedi Déc 2015

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Ossidiana

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Louis Malle, Les amants (1958)

Una lunghissima poesia per Ossidiana, «la fata»

Cari lettori e lettrici,
nel bel mezzo di una « pausa di lavoro » che mi impegnerà per una decina di giorni circa, vi invio il primo frutto del mio travaglio. Si tratta comunque di « work in progress », di un lavoro cioè che  necessita di ulteriori passaggi.
Ma, d’ora in poi, voi potrete trovare qui, se vi interessa, tutti i 68 poemi della raccolta « Ossidiana », che si possono anche leggere  « in fila », in un l’ordine cronologico rovesciato, a partire dal seguente tag-password Ossidiana.
Il lavoro che mi aspetta, prima di poter considerare compiuto il mio dovere nei confronti di questo « pezzo » ancor vivo e importante della mia « vita oramai vissuta » — un « vissuto » condiviso con tanti amici, amiche e personaggi di Bologna, Ferrara, Forlì, Cesena, Modena, Reggio Emilia e Parma che sono ancora lì oppure sono scomparsi, lasciando spesso dei vuoti dolorosissimi —, sarà soprattutto quello di rivedere una a una le poesie ancora imperfette, ancora prive, qui e là, di qualcosa di essenziale, ancora lontane dal suo significato profondo e intimo. Ma ho anche l’ambizione di andare al di là di questa indispensabile « fedeltà » a ognuno di questi « frammenti di un discorso amoroso ». Prima o poi, se ce ne sarà il tempo, dovrà risuscitare « l’altra storia », che non può certo ridursi alla storia di un istante, di un incontro isolato, del colloquio di una coppia seduta in una « paninoteca » di via Sant’Isaia o su una panchina dei Giardini Margherita. Essa deve essere comprensibile, anche se filtrata, per forra di cose, dal rispetto e dal pudore che io devo a queste memorie « sacre », alla persona che vive accanto al personaggio che risponde al nome di Ossidiana. Il nome di una pietra esotica e vulcanica, esuberante, esplosiva e, nello stesso tempo, capace di tranquillizzare, di dare un senso alle parole che le sono indirizzate con devozione ma senza  precauzioni. Parole, gesti e atteggiamenti rivelatori talvolta di imbarazzo, di incertezza,  di energie inopportune ed eccessive… D’altronde, non c’è niente di più bello, in un incontro amoroso, che vedere perdonati o addirittura amati i nostri difetti e le nostre « gravi » incapacità !
In generale, alla fine di questo periodo oscuro di « ristrutturazione », spero di rendere « il ritratto incosciente » più adatto alle esigenze dei lettori e delle lettrici meno superficiali, a cui si rivolgono sempre i miei pensieri e le mie preoccupazioni. Insieme al desiderio di poter loro offrire qualcosa di sincero e di bello da leggere (e da vedere).

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Lundi
Apr 2013

La mia settimana. Martedì, 1975 (Ossidiana n. 22b)
09
Mardi
Apr 2013

La mia settimana. Mercoledì, 1975 (Ossidiana n. 22c)
10
Mercredi
Apr 2013

La mia settimana. Giovedì, 1975 (Ossidiana n. 22d)
11
Jeudi
Apr 2013

La mia settimana. Venerdì, 1975 (Ossidiana n. 22e)
12
Vendredi
Apr 2013

La mia settimana. Sabato, 1975 (Ossidiana n. 22f)
13
Samedi
Apr 2013

La mia settimana. Domenica, 1975 (Ossidiana n. 22g)
14
Dimanche
Apr 2013

« Quale destino ? », 1975 (Ossidiana n. 23)
12
Mardi
Nov 2013

Mi abituo a lasciarti, 1976 (Ossidiana n. 24)
14
Jeudi
Nov 2013

Il biglietto, 1975 (Ossidiana n. 25)
15
Vendredi
Nov 2013

Senza fissa dimora, 1975 (Ossidiana n. 26)
07
Mardi
Jan 2014

Ricco di un entusiasmo indifeso, 1976 (Ossidiana n. 27)
30
Dimanche
Mar 2014

Tra due barche, 1975 (Ossidiana n. 28)
01
Mardi
Apr 2014

Potrei anche diventare allegro, 1975 (Ossidiana n. 29)
03
Jeudi
Apr 2014

Mi sono schierato, 1975 (Ossidiana n. 30)
07
Lundi
Apr 2014

La sola forza di un sorriso, 1975 (Ossidiana n. 31)
09
Mercredi
Apr 2014

Forse è il momento, 1975 (Ossidiana n. 32)
11
Vendredi
Apr 2014

I modi possibili, 1975 (Ossidiana n. 33)
12
Samedi
Apr 2014

Per racimolare un senso compiuto a questa speranza, 1975 (Ossidiana n. 34)
16
Mercredi
Apr 2014

San Marco all’alba, 1975 (Ossidiana n. 35)
16
Vendredi
May 2014

La vita è un buffo gioco, 1975 (Ossidiana n. 36)
23
Vendredi
May 2014

Poco alla volta, 1975 (Ossidiana n. 37)
05
Jeudi
Jun 2014

Un uccello azzurro, 1975 (Ossidiana n. 38)
19
Jeudi
Jun 2014

Una piccola parentesi, 1975 (Ossidiana n. 39)
23
Lundi
Jun 2014

Gli inutili oggetti, 1976 (Ossidiana n. 40)
24
Jeudi
Jul 2014

Ogni giorno ti aspetto, 1975 (Ossidiana n. 41)
01
Vendredi
Aug 2014

Il progetto di una poesia, 1975 (Ossidiana n. 42)
18
Dimanche
Jan 2015

La poesia stracciata, 1976 (Ossidiana n. 43)
20
Mardi
Jan 2015

Ognuno è un numero, 1975 (Ossidiana n. 44)
28
Jeudi
May 2015

Passeggiata, 1976 (Ossidiana n. 45)
11
Samedi
Jul 2015

Specchio di una casa di studenti, 1976 (Ossidiana n. 46)
11
Samedi
Jul 2015

Il tuo volto è il tuo nome, 1975 (Ossidiana n. 47)
13
Lundi
Jul 2015

Dopo, 1975 (Ossidiana n. 48)
14
Mardi
Jul 2015

Nel sogno c’è la vita, 1975 (Ossidiana n. 49)
16
Jeudi
Jul 2015

Per amare bisogna star soli, 1975 (Ossidiana n. 50)
17
Vendredi
Jul 2015

Per farti piacere, 1976 (Ossidiana n. 51)
22
Mercredi
Jul 2015

Un treno di ombre, 1976 (Ossidiana n. 52)
24
Vendredi
Jul 2015

Tra un attimo parto, 1975 (Ossidiana n. 53)
26
Dimanche
Jul 2015

La tua lunga sciarpa di parole, 1975 (Ossidiana n. 54)
29
Mercredi
Jul 2015

In questi giorni, 1975 (Ossidiana n. 55)
31
Vendredi
Jul 2015

Tu sei tutte le donne, 8 marzo 1975 (Ossidiana n. 56)
24
Lundi
Aug 2015

Ho deciso di scriverti, 1975 (Ossidiana n. 57)
01
Mardi
Sep 2015

Lo stesso entusiasmo distratto, 1975 (Ossidiana n. 58)
07
Lundi
Sep 2015

La nostra casa è un albergo, 1975 (Ossidiana n. 59)
13
Dimanche
Sep 2015

Ex abrupto, 1975 (Ossidiana n. 60)
16
Mercredi
Sep 2015

Per tutta la vita, 1975 (Ossidiana n. 61)
22
Mardi
Sep 2015

La migliore scuola, 1975 (Ossidiana n. 62)
28
Lundi
Sep 2015

Salire tra i gomiti d’acciaio, 1975 (Ossidiana n. 63)
10
Samedi
Oct 2015

Zigzagando a ritroso, 1975 (Ossidiana n. 64)
04
Mercredi
Nov 2015

Riesco a non sprofondare, 1975 (Ossidiana n. 65)
07
Samedi
Nov 2015

Per le strade di una città, 1975 (Ossidiana n. 66)
08
Dimanche
Nov 2015

Al mare, 1975 (Ossidiana n. 67)
25
Mercredi
Nov 2015

Addio, 1976 (Ossidiana n. 68)
26
Jeudi
Nov 2015

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Louis Malle, Les amants (1958)

Giovanni Merloni

Le poesie della raccolta « Ossidiana » sono tutte protette da ©Copyright, come anche gli altri documenti (testi e immagini) pubblicati su questo blog.

Lo so, tu speri (Luna, 1977)

22 dimanche Nov 2015

Posted by biscarrosse2012 in poesie

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Luna

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Lo so, tu speri

Sant’Andrea
rovescia la nebbia rosa
nello specchio delle tue braccia.
Il cielo azzurro, poi celeste
pallido come un affresco
ha ballato senza corpo
intorno alla cupola
disegnata e cancellata
dalla foschia e dal sole.

Lo so, sei bionda, come la vita.

Ma ho viaggiato
perdendomi in angoli
di colline opache. Bologna
come un groppo di carne viva
ancora rotola tra portici bui.

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Lo so, posso parlarti
appoggiarmi alla pietra
sapendo che Roma è là
davanti agli occhi scherzati dal vento
resuscitata e impunita.

Roma è qui, indifferente
ai suoi mille colori
alle sue mille luci
e nella mia pozza di pianto
non getta colori.

Lo so,
in mezzo alle sue miserie
il mio cuore smarrito
troverà altre macerie.

Lo so, la terra e il tempo
dividono le ansie e le speranze
come oggetti, come statue
come vie cercate.

Lo so, tu speri

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Giovanni Merloni

Questa poesia è protetta da ©Copyright

TESTO IN FRANCESE

Riesco a non sprofondare, 1975 (Ossidiana n. 65)

07 samedi Nov 2015

Posted by biscarrosse2012 in poesie

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Ossidiana

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Riesco a non sprofondare

Riesco a non sprofondare
a non farmi dilaniare il cuore
anche quando ti vedo in sogno
ridere, divertirti
preparare graziose corbeilles
di esperienze colorate
di estemporanee travolgenti comitive
di giovani chitarre
di eleganti mantelli
di silenziosi capelli ondulati
nel buio di un fuoco acceso.

Nel sogno, riesco a seguirti
come un fratello lasciato a casa
colto all’improvviso
dalla timidezza
tradito all’improvviso
dalla febbre e il mal di testa.

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Lo vedi, non resto inerte
non mi lascio annichilire
dall’eco buia dei tuoi colloqui.

Riesco a sopportare questa separazione
questo tradimento, questa esclusione
inventandomi un incubo o un sogno
in lunghissime ore
di pigri scarabocchi,
costruendo faticosamente
briciola su briciola
— ultimo superstite
di una paziente generazione
di artigiani di immense miniature —
le appropriate forme
di uno stratagemma.

Giovanni Merloni

Questa poesia è protetta da ©Copyright

TESTO IN FRANCESE

Zigzagando a ritroso, 1975 (Ossidiana n. 64)

04 mercredi Nov 2015

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Ossidiana

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Foto presa in prestito da Archiwatch di Giorgio Muratore

Zigzagando a ritroso (1)

I
Mi sto conoscendo,
sto imparando a rispondermi.

Zigzagando a ritroso
nel silenzio assorto
di riflessioni profonde
ridisegno il mio itinerario
tra le trappole della pigrizia
dello spreco insensato
di energie disordinate:
lì ritrovo
il caleidoscopio spezzato
degli episodi brucianti
di una vita bruciata.

Scarabocchiando nel vuoto
mi tuffo nelle pieghe
di una fantasia nascosta,
affacciato
come un timido scolaro
dietro il soffocante muro
di una impossibile pazienza
di un esausto quieto vivere
di un ottuso, gutturale
ombroso assalto
a vischiose istituzioni
a rassegnati gerarchi
a loschi e ipocriti sensali.

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Pier Claudio Pantieri, Mercato Ortofrutticolo, Forlì, da un
articolo di Giancarlo Gatta, Forlì, pubblicato su Archiwatch
de Giorgio Muratore

II
Oggi
schiacciato dalle angosce
dai desideri inarticolati
mi riscopro vulnerabile
contestatore solitario
incapace di urlare.

Oggi
vorrei carezzare con foga
la sfuggente sirena
delle mie sterili ribellioni
delle mie voglie di rivolta
impresse sul film trasparente
di quel passato
di quei giorni
di quegli anni difficili
che esplodono
in silenzio e in ritardo
in mezzo ai passi vorticosi
di questi echi moribondi
che non muoiono mai.

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Un quadro di Michelangelo Antonioni, foto presa in prestito da Archiwatch
di Giorgio Muratore

III
Scarabocchiando
mi incammino su una terra mossa
aggrappato al miraggio
di una vita di doveri solidali
di tran tran coraggiosi.

Zigzagando m’avanzo
gettando via l’indirizzo
di questa chiocciola ricolma
di forza e di debolezza.

Dentro una natura ostile
nell’aperta campagna
minacciata da una tempesta
mai mi abbandono
mai mi rassegno
in un letto di formiche e avvoltoi.

D’improvviso
sotto le stelle
la musica degli zingari
mi regala — oh conquista! —
l’estraneità delle cose.

D’improvviso
il mio corpo è capace
di infinite prodezze
e divento ricco
attento, rispettoso
ansioso di misteri.

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Foto presa in prestito da Archiwatch di Giorgio Muratore

IV
Zigzagando di fuori,
il viaggio nella vita
nutrendosi di stupore
di riflessione e di azzardo
ha bruscamente spezzato
l’intimità
l’introversione patetica
del ragazzo
precocemente pensoso
che fui.

E’ un duro tragitto
cominciare e continuare
a pensare
gettare squarci di luce gialla
sull’estenuante manicheismo
di un mondo
che ha perso il coraggio
di scrutare l’ignoto
che disprezza la dialettica
e sa solo sbandare
senza mai sbagliare
tra bianco e nero
tra buono e cattivo
morale e immorale
onesto e disonesto
pigro e laborioso.

Durante la strada
dei miei trent’anni
sto diventando
forse un
UOMO.

Giovanni Merloni

(1) Questa poesia è nata da un abbozzo poetico del 1975, che ho rielaborato, parallelamente, nelle due lingue della mia vita : l’italiano d’origine e il francese d’adozione. A questa nuova scrittura ha del resto contribuito, inevitabilmente, l’esperienza della vita, le numerose prove che spesso hanno confermato, col passare del tempo, ciò che provavo allora sotto forma di disturbo indistinto o di intuizione anticipatrice.

Questa poesia è protetta da ©Copyright.

TESTO IN FRANCESE

Salire tra i gomiti d’acciaio, 1975 (Ossidiana n. 63)

10 samedi Oct 2015

Posted by biscarrosse2012 in poesie

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Ossidiana

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Salire tra i gomiti d’acciaio

Salire tra i gomiti d’acciaio
delle montagne del tuo sguardo.

Entrare come un ospite
nel tuo sorriso.

Parlare sottovoce
indirettamente
d’amore
con la tua pelle
che esplode.

Abbracciare come un appiglio
tra la schiuma del motoscafo
le tue mani.

Rovesciare verso la sabbia
verso il testo incompleto
di una poesia d’amore
i miei occhi e i tuoi.

Nuotare insieme al tuo collo
carezzato dai ricci della nuca
verso un fondale di alghe gialle.

Ascoltare la tua versione
dei nostri errori
e riderne insieme.

Diventare protagonisti
di una ricchezza di emozioni
di un urlo di baci
di un felice passaggio
tra siepi rosse.

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Giovanni Merloni

Questa poesia è protetta dal ©Copyright.

TESTO IN FRANCESE

L’Italia : un paese « dal volto umano ». Seconda lettera a Giorgio Muratore

07 mercredi Oct 2015

Posted by biscarrosse2012 in recensioni e dibattiti

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Aldo Natoli, Battaglia di Valle Giulia, Facoltà di Architettura, Giancarlo Pajetta, Giorgio Muratore, Luciana Castellina, Lucio Magri, Luigi Longo, Luigi Pintor, Marina Natoli, Maurizio Ascani, Palmiro Togliatti, Paolo Pietrangeli, Pier Paolo Pasolini, Pietro Ingrao, Renato Guttuso, Renato Nicolini, Rossana Rossanda, Umberto Schettino

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Foto di Giorgio Muratore, da Archiwatch

L’Italia : un paese « dal volto umano ». Seconda lettera a Giorgio Muratore

Caro Giorgio,
voglio innanzitutto ringraziarti per avermi fatto superare un assurdo «imbarazzo linguistico». Ho finalmente capito l’importanza di una scelta coerente: ogni volta che si scrive, bisogna domandarsi chi è il destinatario della nostra lettera. Dunque, se mi rivolgo a te, è più logico che io scriva in italiano, nella nostra lingua comune. Farò così d’ora in poi. L’eventuale traduzione in francese verrà poi. (1)
Da quando ho « scoperto » il tuo blog e « verificato » che tu, grazie al cielo, non sei cambiato, è aumentato in me il desiderio di tornare idealmente sui luoghi da cui ero fuggito a gambe levate o, per meglio dire, che avevo attraversato come un campo di battaglia dove non avevo trovato il coraggio di combattere.
Come Pierre Bezukov vagante senz’armi tra i morti, i feriti e le sciabolate della battaglia di Borodino, o come il dottor Zivago che non poteva condividere l’assolutismo delle parole d’ordine.

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Foto presa in prestito a Giorgio Muratore, da Archiwatch

Del resto io desideravo da tanto tempo raccontare, senza filtri romanzeschi o poetici, la giornata del primo marzo 1968, che ho per così dire « attraversata » in qualità di attore e spettatore nello stesso tempo. Questa giornata, che ha segnato la mia vita, voglio raccontarla prima di tutto per «contestare» l’atteggiamento a volte conformista di coloro che dicono «io c’ero!» per ricavarne un merito… Del resto, so bene che i miei ricordi non potranno aggiungere granché a tutto ciò che si è scritto su questo fatto, da Pasolini fino all’ultimo giornalista del Messaggero o del Tempo, senza contare la bella e celeberrima canzone di Paolo Pietrangeli.

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Foto presa in prestito a Giorgio Muratore, da Archiwatch

La rilettura della lettera che Pasolini aveva indirizzato ai capi del movimento studentesco mi ha suggerito quattro piste da tenere presenti nel mio racconto :
1) gli studenti erano dei figli di papà, per la maggior parte di estrazione borghese ;
2) il movimento era fondamentalmente anti-comunista e dunque destinato a creare, come è poi effettivamente successo, una costellazione di formazioni politiche extraparlamentari, fino alle Brigate Rosse ;
3) gli studenti del ’68 promuovevano una « reificazione », una strumentalizzazione della rivolta per ottenere risultati concreti, in una concezione mercantile e opportunista dello scambio politico e culturale ;
4) il movimento degli studenti pretendeva di bypassare le lunghe e faticose discussioni imposte dal centralismo democratico del PCI, per afferrare il potere, come voleva farlo la Vispa Teresa con le farfalle.

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Foto di Giorgio Muratore, da Archiwatch

Veniamo dunque ai pochi ricordi che mi sento di far emergere dal cappello affumicato della memoria.
«Fuori la polizia dall’università!» gridavano tutti e gridavo anch’io, sommessamente e timidamente. Ma poi, quando fummo davanti ai poliziotti schierati, la mia indignazione — per la « serrata » decisa dalle autorità scolastiche, che ci impediva di entrare nella facoltà mentre alcuni « compagni » erano « chiusi dentro » — non riuscì a trasformarsi in rabbia, in aggressività o violenza. Del resto io non avevo mai « fatto a botte » in vita mia, e non ero il solo. Ma almeno, il nostro amico Maurizio Ascani, anche lui incapace di far del male a una mosca, era rimasto lì, impalato, spettatore di prima linea e, mentre noi scappavamo inseguiti dai poliziotti, lui si beccò una randellata in testa che lo mandò dritto all’ospedale. Mentre noi — io e mio fratello Francesco, tra molti altri — scavalcavamo la siepe che delimita il prato di via Gramsci, scoprendo che al di là di questo esile confine di foglie c’era già un dirupo… altri invece contrattaccavano, a mani nude oppure trasformando le panchine in rudimentali bastoni…
Non eravamo preparati a una simile evenienza. Né all’ipotesi di essere «caricati» dalla polizia né a quella di doverci difendere e addirittura contrattaccare.

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Foto di Giorgio Muratore, da Archiwatch

Ricordo che allora si era unito al corteo di via dei Frentani — che era passato, in quell’occasione, mi pare, con tutto il suo rimbombo di voci nella galleria della stazione Termini —, Agostino, uno studente di scienze politiche, socialista « di sinistra » come lo erano allora i miei fratelli, che lavorava alla «sezione cultura» del suo partito, nella famosa sede di via del Corso. Con nostra grande sorpresa, Agostino, un tipo abbastanza pacifico, si lanciò senza esitazioni incontro ai poliziotti, come del resto un caro compagno del Mamiani prematuramente scomparso, Umberto Schettino, che ebbe il giorno dopo il prezioso riconoscimento di vedersi effigiato in prima pagina.
Io e Francesco, mio fratello, non passammo, come si suol dire, all’azione fisica, né allora né mai, sia perché nel fondo non eravamo d’accordo, sia perché nostro padre era morto da soli tre mesi, lasciando un vuoto incolmabile. Nostra madre, una donna coraggiosa, più sbilanciata, come me, verso il partito comunista che verso il socialismo moderato e lungimirante di mio padre, non ci aveva certo impedito di partecipare alla «lotta». Ma io trascinai mio fratello nella direzione opposta a quella degli scontri: — pensiamo a nostra madre! gli dissi. Per quanto mi riguardava, io sarei stato d’accordo per sedermi in terra e aspettare che i poliziotti mi portassero via. Credevo alla protesta dei «sit-in», alla resistenza passiva, alla forza delle idee nobili e giuste che finiranno sempre per trionfare, come l’amore.
Intanto persino le ragazze partivano all’attacco, brandendo la loro borsetta e cercando di colpire con quella. Tra loro c’era anche Lucia, una persona sempre sorridente e tranquilla… Quanto a Marina Natoli, la nostra amica carissima, sono sicuro di avere parlato a lungo con lei, perché lei mi aveva aggiornato su quello che stava succedendo… Ma non so dove collocare questo nostro scambio, in quale momento di quella lunga giornata. Nei mesi successivi, Marina ci parlava spesso del dissenso interno al PCI, del gruppo del Manifesto che si stava consolidando intorno alle figure carismatiche di Aldo Natoli, Rossana Rossanda, Luigi Pintor, Lucio Magri, Luciana Castellina… Che strano! In quel periodo, pur avendo già votato una volta comunista, non mi ero ancora iscritto al partito, salvo una prima esperienza della organizzazione giovanile, durata poco più di un anno nel 1963. Eppure, una voce interna mi raccomandava di essere «fedele» a questo partito un po’ monolitico ma calato nella realtà. All’epoca, il segretario era Luigi Longo e, insieme al grande Pietro Ingrao c’erano Giorgio Amendola e Giancarlo Pajetta… delle figure straordinarie, oneste, incredibilmente alla mano. Altro che «doppiopetto», come diceva Pasolini! E poi c’era il senatore Edoardo Perna, membro della direzione del partito. Non solo gioviale e allegro in famiglia, mio zio tirava fuori la sua verve «artistica» anche quando, durante le riunioni di partito, adattava motivetti conosciuti a canzoni politiche ferocemente scherzose.

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Renato Guttuso, I funerali di Togliatti,
immagine presa in prestito a Giorgio Muratore, da Archiwatch

Il Partito comunista non poteva certo amare quell’Italia governata da un centro-sinistra debole e ricattata dai cosiddetti poteri forti che si annidavano non soltanto nella borghesia destrorsa ma anche nelle mafie crescenti della speculazione edilizia e dei cosiddetti «corpi separati dello Stato», come la Cassa del Mezzogiorno, l’IRI-Italstat, eccetera. Al tempo stesso il PCI si arroccava un po’, mostrandosi diffidente nei confronti degli intellettuali-borghesi-figli di papà, scoprendo il fianco sinistro.
Ripensandoci, caro Giorgio, nonostante la pubblicazione del memoriale di Yalta di Togliatti che indicava chiaramente la «via italiana al socialismo»; nonostante l’idea gramsciana del «comunismo dal volto umano», immanente nello spirito e nello stile del vecchio partito proletario, questi uomini nobili non seppero afferrare l’occasione che si offriva loro, con la rivolta studentesca prima e con le critiche del Manifesto poi.
Certo ci fu l’incontro di Luigi Longo con i giovani, e ci fu poi «l’autunno caldo» del 1969, che fecero maturare la nascita, nel 1970, delle Regioni volute dalla Costituzione del 1948 ed osteggiate con ogni mezzo dai difensori dello stato centralizzato imperniato sulla Democrazia Cristiana.
Tutto ciò si attuò frettolosamente, avanzando senza una strategia condivisa. Le Regioni dovettero lottare per avere il potere necessario per esercitare le loro funzioni, dovettero conquistarsi a fatica il diritto di legiferare pienamente nell’ambito delle loro nuove competenze. D’altronde non tutte le realtà regionali erano pronte ad assumere un tale impegno con la stessa efficacia e soprattutto con la stessa determinazione…
Ma furono anche anni di costruzione, di entusiasmo, di lavoro sodo e di scambio culturale. Del resto, fu proprio nel 1970 che la legge sul divorzio fu approvata. Una legge che metteva in luce un cambiamento epocale, soprattutto in un paese egemonizzato dalla chiesa cattolica come l’Italia. La prima vera legge Di sicuro, tutto questo non sarebbe avvenuto se non ci fosse stato il ’68, se non ci fosse stata quella «rottura» traumatica, se non ci fossero stati anche loro, quei gruppi e gruppuscoli che hanno dato voce a un malessere diffuso, infondendoci il coraggio di criticare.

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Foto di Giorgio Muratore, da Archiwatch

Se chiudo gli occhi, riesco a vedere quella giornata di Valle Giulia come in un film. Allontanandomi, con mio fratello e altri paurosi come noi, assistemmo alla battaglia da vari punti di vista. In quei tempi, scattare delle foto e soprattutto dei film non era facile come oggi… Bisognava in ogni caso pensarci prima. Altrimenti, con la mia Canon, avrei di certo fissato quello che vedevamo, e anche il nostro sbalordimento pieno di angoscia su una ventina di immagini almeno. Il punto di vista più distante era il bordo di villa Borghese, quel punto in cima alla scalinata di via di valle Giulia dietro cui si cela l’ingresso al giardino del Lago. Vedemmo tram e macchine messe di traverso, per bloccare il traffico. Vedemmo delle nuvolette di fumo scaturire dal vialetto di accesso alla facoltà, assistemmo all’incendio di una jeep della Celere… Ci riavvicinavamo più volte. Una di queste volte, nella scalinata in discesa in prossimità dell’Accademia Britannica, incontrammo Renato Nicolini.
— Sono pazzi, dissi io.
— No, sono coraggiosi, disse Renato.
Anche lui provava, io credo, la stessa sensazione di smarrimento, anche se ad un livello più elevato e consapevole di me. Essendo dirigente dei Goliardi Autonomi e iscritto al partito comunista, conosceva a fondo il trauma di questo movimento che, in un certo senso, si arrampicava sugli specchi, inventando una rivoluzione per scuotere il padre, il padrone, il partito. Partito, padrone e padre che, lui lo sapeva bene, sarebbero stati sordi e diffidenti. Forse anche lui pensava, come me, che non ci potevano essere scorciatoie… ma quando un sentiero nuovo si apre, come si fa a non essere tentati di imboccarlo?

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Foto di Giorgio Muratore, da Archiwatch

Più tardi, incontrammo di nuovo Agostino. Con un sorriso smagliante disse che noi due, io e mio fratello, ci eravamo comportati come i generali delle «guerre pacioccone», che se ne stanno lì beati, a distanza, con il loro cannocchiale, a scrutare il campo di battaglia.
Sempre sorridendo, Agostino ci trascinò al suo ufficio di via del Corso. In ascensore, Agostino si rivolse a un funzionario del Partito socialista unificato, raccontandogli animatamente quello che era successo. La risposta fu più o meno la seguente: — per fortuna, in questo momento ci sono dei margini nelle casse dello Stato, daremo un po’ di lavoro e di borse di studio a tutti questi giovani… che problema c’è?
Poi, forse anche sollecitato dalla nostra apprensione, Agostino ebbe l’ardire di telefonare al segretario del partito.
— Segretario, oggi è successa una cosa gravissima, disse Agostino, la polizia ha caricato gli studenti! Ci sono stati dei feriti…
— Hanno fatto bene! rispose il segretario.

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Renato Guttuso, graffiti sur la façade de la Faculté d’Architecture de Rome,
photo de Giorgio Muratore, depuis Archiwatch

Giovanni Merloni

(1) Dovendo, per forza di cose, scrivere in una lingua — l’italiano o il francese — per poi tradurre nell’altra, agli inizi del mio «esilio parigino» scrivevo i miei brogliacci un po’ in italiano un po’ in francese, secondo l’ispirazione del momento. Ma la cosa non funzionava. Per me, infatti, era più facile tradurre dal francese in italiano piuttosto che il contrario e anche perché dovevo decidere ogni volta a chi rivolgere le mie riflessioni di viaggio. Sì, viaggio, perché per molto tempo mi sono sentito sospeso nella gradevole precarietà del «viaggiatore»… Ne risultavano dei testi informi, né carne né pesce. In questi giorni, mi sono accorto di un cambiamento. Se scrivo a te, immaginando che forse qualche altro architetto o amico di architetti leggerà il mio testo in Italia, mi viene ormai naturale scrivere in italiano. Poi, anche se più laboriosa, la traduzione francese verrà. Nell’articolo sulle «ceneri di Pasolini», invece, era agli amici francesi frequentatori del mio blog che dovevo rivolgermi, era a loro che dovevo spiegare, in prima battuta, la banale complessità di ciò che abbiamo traversato e che, in parte, Pasolini aveva «sgamato», come si dice a Roma. In francese riesco a scrivere abbastanza scorrevolmente, anche se il vocabolario è inevitabilmente più limitato, mancandomi spesso le frasi fatte, i modi di dire, i proverbi. Ma poi la traduzione in italiano scorre facile, come le ruote di una macchina in discesa.
G.M.

TESTO IN FRANCESE

Le ceneri di Pasolini

04 dimanche Oct 2015

Posted by biscarrosse2012 in recensioni e dibattiti

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Battaglia di Valle Giulia, Carlo Marx, Facoltà di Architettura, Giorgio Muratore, Herbert Marcuse, Italia, Pier Paolo Pasolini, Roma

001_paso 1 180 Le ceneri di Pasolini

Se scavo tra i miei ricordi degli anni ’60, ci trovo, molto prima della data del primo marzo 1968, molti episodi e circostanze che hanno contribuito all’avvio, nel mio paese, dei fenomeni politici e sociali del tutto inediti del biennio ’68-’69, i cosiddetti anni «caldi».
Si tratta talvolta di fatti a cui ho assistito in prima persona, come l’occupazione della Sapienza a Roma in aprile-maggio 1966, a seguito dell’omicidio, davanti alla facoltà di lettere, dello studente Paolo Rossi. Già quella fu una prova, e non la prima, di una tensione crescente, che durava da molto tempo, tra le istituzioni universitarie, sorde e ostili ad ogni richiesta di modernizzazione, e gli studenti, sempre più preoccupati per il loro inserimento lavorativo. Quel l’occupazione fu, per noi studenti, la svolta della piena e definitiva presa di coscienza: d’ora in poi, dovevamo tutti impegnarci, farci carico di un confronto politico che andava al di là delle nostre piccole beghe universitarie.
In ogni caso, per il cambiamento tanto atteso, bisognava che scattasse qualcosa di nuovo e di diverso. Questo scatto avvenne con la giornata del primo marzo 1968, segnata dagli scontri tra poliziotti e studenti proprio davanti alla facoltà di architettura a Valle Giulia a Roma. Una vera e propria «battaglia» che diede luogo a sua volta all’esplosione di un fenomeno che andava ben oltre ciò che si era immaginato alla vigilia. Un fenomeno, chiamato sinteticamente «il ’68», che ha toccato le nostre esistenze nel vivo, mettendo una forte ipoteca sui successivi sviluppi della vita politica in Italia.

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Nella mia recente lettera a Giorgio Muratore, avevo ricordato un episodio occorsomi durante un’assemblea degli studenti, nell’aula magna della Facoltà, qualche giorno dopo la battaglia, allo scopo di svolgere, nei successivi articoli, una riflessione sulla nostra esperienza comune — in libro-progetto intitolato «Diritto alla città» che condividemmo con altri compagni — alla luce degli impegni che ognuno di noi ha poi assunto, come il mio lavoro di urbanista presso la regione Emilia-Romagna a Bologna.
Une fase della mia vita bruscamente interrotta, in un contesto, quello di Bologna, che per forza di cose si è modificato nel tempo e comunque rappresenta, per me, la prova che certe realizzazioni molto positive sono esistite e hanno resistito a lungo. Nello stesso tempo, non posso ignorare che c’è stato un momento in cui il nostro paese ha smesso di progredire, un’ora «x» dopo la quale si assiste allo spreco delle energie e del patrimonio culturale e professionale della nostra generazione (e delle successive) fino a ridursi ad un impressionante «analfabetismo di ritorno», una vera e propria rottura nel circolo virtuoso del progresso civile e culturale. Fatto inatteso è incredibile per un paese come l’Italia, che fu per tanto tempo additata come un esempio di equilibrio e di progresso.
Tutto ciò mi addolora enormemente, tanto più che in questa regressione vedo il riflesso di una serie infinita di passi indietro con cui si deve avere a che fare da quando la corruzione ha preso il sopravvento in Italia. Una corruzione, o decadenza o degenerazione che attraversa ormai tutto il paese ed ha senza dubbio delle ragioni profonde e lontane, che meriterebbero di essere studiate a fondo. Un impegno che, per motivi di spazio e di tempo, non posso assumere in questo momento, anche se alcuni elementi per una simile analisi potrebbero facilmente scaturire da quello che ho visto e vissuto direttamente nel corso degli anni.
Del resto nel mio blog ho deciso di limitarmi soprattutto agli aspetti estetici o specifici dell’attività degli artisti, degli architetti o degli urbanisti che sono inevitabilmente sfiorati da tali trasformazioni e regressioni.
Comunque, prima di «saltare» al tema specifico dell’urbanistica e parlare del libro collettivo sul «diritto alla città», in una delle prossime pubblicazioni del «ritratto incosciente» mi soffermerò sulla famosa «battaglia di Valle Giulia».

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Oggi, dopo aver letto e riletto molte volte «Il PCI ai giovani», poema che Pier Paolo Pasolini indirizzò ai capi del movimento studentesco all’indomani degli scontri, ho deciso di tradurlo in francese, proponendolo per una lettura che si rivelerà, credo, tanto interessante quanto indispensabile.
Questo poema di Pasolini contiene molte premonizioni. La polemica sui poliziotti — nei quali egli vede soprattutto dei figli di famiglie povere e emarginate — è ben nota. Questa polemica corrisponde peraltro alla sua peculiare tematica filosofica e poetica. Totalmente in controtendenza rispetto al mondo della politica come a quello della cultura, Pasolini si rivendica «antiborghese», alimentando i suoi capolavori di una visione, sempre originale e efficace, in cui il realismo si sposa a una ideologia della catarsi e della vittoria morale del bene sul male e del bello sul brutto, anche nelle situazioni più difficili e dolorose.
Pier Paolo Pasolini ha perfettamente ragione quando dice che è sbagliato confondere i poliziotti con la polizia. Ha ragione anche quando afferma che la polizia che interviene in una università non è la stessa polizia che fa irruzione in una fabbrica occupata.
E, di sicuro, il grande poeta e regista cinematografico ha ragione quando rileva nel movimento studentesco del ’68 un fondo di anticomunismo, di delusione o di diffidenza nei confronti di questo Partito fino ad allora indiscusso e carismatico.
Si trattava in ogni caso di un anticomunismo all’italiana, dove «il nemico PCI» era, come evidenzia Pasolini, un partito «di opposizione» che rispettava scrupolosamente le regole del sistema parlamentare di cui era, tra l’altro, il principale pilastro. Un partito che aveva sempre cercato, anche nei momenti più drammatici, di «non accettare le provocazioni», evitando con cura di affrontare la polizia durante le sue manifestazioni…
Dunque, al di là dello choc emotivo che provocano le parole aspre e sincere di Pasolini, non si può che aderire al fondo di quello che l’autore delle «ceneri di Gramsci» coraggiosamente dichiara o, per meglio dire, proclama.
Eppure, rileggendo questo testo quarant’anni dopo la scomparsa violenta del suo Autore, devo confessare di avere provato una profonda angoscia. Perché Pasolini, dopo aver consigliato a questi giovani «disorientati» di integrarsi attivamente nel più grande partito della sinistra — che poteva vantarsi di una lunga tradizione di lotte e di conquiste sociali e culturali — ha poi, da un momento all’altro, rivelato la sua tentazione personale di abbandonare la propria fede irriducibile nella rivoluzione, per aderire d’allora in poi a questa «moda» della guerra civile?
Tutti sanno che Pasolini è stato sempre al di fuori di tali logiche, pur avendo maturato nel tempo, interiormente e nelle sue opere straordinarie, una visione via via più pessimista delle derive probabili che il nostro paese stava per traversare. La sua visione, vicina a quella di Gandhi o di Anna Arendht, molto più che a quella di Herbert Marcuse, il filosofo amato dagli studenti del ’68, si collega d’altra parte all’idea di Gramsci di una interpretazione del verbo di Carlo Marx il più possibile coerente alla realtà italiana e alle sue molteplici anime e culture. Inoltre, grazie alla sua sensibilità a fior di pelle, Pasolini intuiva il «gioco pericoloso» che poteva scaturire dallo spirito guerriero degli studenti che avevano partecipato ai fatti di Valle Giulia.
E aveva anche colto la debolezza del pachiderma: questo partito comunista che non aveva saputo né probabilmente voluto aprire ai giovani, rinnovandosi come i tempi esigevano.
Tragicamente, nel finale disperato del messaggio pubblicato di seguito, la sfiducia di Pasolini nei confronti della capacità del PCI di assumere fino in fondo le sue responsabilità è perfino più forte del suo odio per i borghesi, suoi eterni nemici.
All’indomani della battaglia di Valle Giulia e delle manifestazioni che seguirono, l’estrema destra delle bombe e dei colpi di Stato non fu più sola a minacciare dall’esterno la nostra repubblica parlamentare e il suo precario equilibrio. Dopo una fase di euforia imprudente, caratterizzata da una gigantesca mescolanza di generi, si presentarono sulla scena nuovi soggetti «a sinistra della sinistra». Avevano forse l’illusione di «risolvere tutto» e «tutto capire» come «I Giusti» di Albert Camus ? O invece, come dice Pasolini, volevano accedere al potere tout court, attraverso qualche scorciatoia?

Giovanni Merloni

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Il PCI ai giovani!
La poesia dell’autore delle “ceneri di Gramsci”. I versi di Pier Paolo Pasolini sugli scontri di Valle Giulia che hanno scatenato dure repliche fra gli studenti, La Repubblica, 16 giugno 1968

Mi dispiace. La polemica contro
il Pci andava fatta nella prima metà
del decennio passato. Siete in ritardo, cari.
Non ha nessuna importanza se allora non eravate ancora nati:
peggio per voi.
Adesso i giornalisti di tutto il mondo (compresi
quelli delle televisioni)
vi leccano (come ancora si dice nel linguaggio
goliardico) il culo. Io no, cari.
Avete facce di figli di papà.
Vi odio come odio i vostri papà.
Buona razza non mente.
Avete lo stesso occhio cattivo.
Siete pavidi, incerti, disperati
(benissimo!) ma sapete anche come essere
prepotenti, ricattatori, sicuri e sfacciati:
prerogative piccolo-borghesi, cari.

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Quando ieri a Valle Giulia avete fatto a botte
coi poliziotti,
io simpatizzavo coi poliziotti.
Perché i poliziotti sono figli di poveri.
Vengono da sub-utopie, contadine o urbane che siano.
Quanto a me, conosco assai bene
il loro modo di esser stati bambini e ragazzi,
le preziose mille lire, il padre rimasto ragazzo anche lui,
a causa della miseria, che non dà autorità.
La madre incallita come un facchino, o tenera
per qualche malattia, come un uccellino;
i tanti fratelli; la casupola
tra gli orti con la salvia rossa (in terreni
altrui, lottizzati); i bassi
sulle cloache; o gli appartamenti nei grandi
caseggiati popolari, ecc. ecc.

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E poi, guardateli come li vestono: come pagliacci,
con quella stoffa ruvida, che puzza di rancio
furerie e popolo. Peggio di tutto, naturalmente,
è lo stato psicologico cui sono ridotti
(per una quarantina di mille lire al mese):
senza più sorriso,
senza più amicizia col mondo,
separati,
esclusi (in un tipo d’esclusione che non ha uguali);
umiliati dalla perdita della qualità di uomini
per quella di poliziotti (l’essere odiati fa odiare).
Hanno vent’anni, la vostra età, cari e care.
Siamo ovviamente d’accordo contro l’istituzione della polizia.
Ma prendetevela contro la Magistratura, e vedrete!
I ragazzi poliziotti
che voi per sacro teppismo (di eletta tradizione
risorgimentale)
di figli di papà, avete bastonato,
appartengono all’altra classe sociale.

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A Valle Giulia, ieri, si è così avuto un frammento
di lotta di classe: e voi, cari (benché dalla parte
della ragione) eravate i ricchi,
mentre i poliziotti (che erano dalla parte
del torto) erano i poveri. Bella vittoria, dunque,
la vostra! In questi casi,
ai poliziotti si danno i fiori, cari. Stampa e Corriere della Sera, News- week e Monde
vi leccano il culo. Siete i loro figli,
la loro speranza, il loro futuro: se vi rimproverano
non si preparano certo a una lotta di classe
contro di voi! Se mai,
si tratta di una lotta intestina.
Per chi, intellettuale o operaio,
è fuori da questa vostra lotta, è molto divertente la idea
che un giovane borghese riempia di botte un vecchio
borghese, e che un vecchio borghese mandi in galera
un giovane borghese. Blandamente
i tempi di Hitler ritornano: la borghesia
ama punirsi con le sue proprie mani.

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Chiedo perdono a quei mille o duemila giovani miei fratelli
che operano a Trento o a Torino,
a Pavia o a Pisa, /a Firenze e un po’ anche a Roma,
ma devo dire: il movimento studentesco (?)
non frequenta i vangeli la cui lettura
i suoi adulatori di mezza età gli attribuiscono
per sentirsi giovani e crearsi verginità ricattatrici;
una sola cosa gli studenti realmente conoscono:
il moralismo del padre magistrato o professionista,
il teppismo conformista del fratello maggiore
(naturalmente avviato per la strada del padre),
l’odio per la cultura che ha la loro madre, di origini
contadine anche se già lontane.
Questo, cari figli, sapete.
E lo applicate attraverso due inderogabili sentimenti:
la coscienza dei vostri diritti (si sa, la democrazia
prende in considerazione solo voi) e l’aspirazione
al potere.

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Sì, i vostri orribili slogan vertono sempre
sulla presa di potere.
Leggo nelle vostre barbe ambizioni impotenti,
nei vostri pallori snobismi disperati,
nei vostri occhi sfuggenti dissociazioni sessuali,
nella troppa salute prepotenza, nella poca salute disprezzo
(solo per quei pochi di voi che vengono dalla borghesia
infima, o da qualche famiglia operaia
questi difetti hanno qualche nobiltà:
conosci te stesso e la scuola di Barbiana!)
Riformisti!
Reificatori!
Occupate le università
ma dite che la stessa idea venga
a dei giovani operai.

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E allora: Corriere della Sera e Stampa, Newsweek e Monde
avranno tanta sollecitudine
nel cercar di comprendere i loro problemi?
La polizia si limiterà a prendere un po’ di botte
dentro una fabbrica occupata?
Ma, soprattutto, come potrebbe concedersi
un giovane operaio di occupare una fabbrica
senza morire di fame dopo tre giorni?
e andate a occupare le università, cari figli,
ma date metà dei vostri emolumenti paterni sia pur scarsi
a dei giovani operai perché possano occupare,
insieme a voi, le loro fabbriche. Mi dispiace.
È un suggerimento banale;
e ricattatorio. Ma soprattutto inutile:
perché voi siete borghesi
e quindi anticomunisti. Gli operai, loro,
sono rimasti al 1950 e più indietro.
Un’idea archeologica come quella della Resistenza
(che andava contestata venti anni fa,
e peggio per voi se non eravate ancora nati)
alligna ancora nei petti popolari, in periferia.
Sarà che gli operai non parlano né il francese né l’inglese,
e solo qualcuno, poveretto, la sera, in cellula,
si è dato da fare per imparare un po’ di russo.
Smettetela di pensare ai vostri diritti,
smettetela di chiedere il potere.
Un borghese redento deve rinunciare a tutti i suoi diritti,
a bandire dalla sua anima, una volta per sempre,
l’idea del potere.

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Se il Gran Lama sa di essere il Gran Lama
vuol dire che non è il Gran Lama (Artaud):
quindi, i Maestri
– che sapranno sempre di essere Maestri –
non saranno mai Maestri: né Gui né voi
riuscirete mai a fare dei Maestri.
I Maestri si fanno occupando le Fabbriche
non le università: i vostri adulatori (anche Comunisti)
non vi dicono la banale verità: che siete una nuova
specie idealista di qualunquisti: come i vostri padri,
come i vostri padri, ancora, cari! Ecco,
gli Americani, vostri odorabili coetanei,
coi loro sciocchi fiori, si stanno inventando,
loro, un nuovo linguaggio rivoluzionario!
Se lo inventano giorno per giorno!
Ma voi non potete farlo perché in Europa ce n’è già uno:
potreste ignorarlo?
Sì, voi volete ignorarlo (con grande soddisfazione
del Times e del Tempo).
Lo ignorate andando, con moralismo provinciale,
“più a sinistra”. Strano,
abbandonando il linguaggio rivoluzionario
del povero, vecchio, togliattiano, ufficiale
Partito Comunista,
ne avete adottato una variante ereticale
ma sulla base del più basso idioma referenziale
dei sociologi senza ideologia.

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Così parlando,
chiedete tutto a parole,
mentre, coi fatti, chiedete solo ciò
a cui avete diritto (da bravi figli borghesi):
una serie di improrogabili riforme
l’applicazione di nuovi metodi pedagogici
e il rinnovamento di un organismo statale. I Bravi! Santi sentimenti!
Che la buona stella della borghesia vi assista!
Inebriati dalla vittoria contro i giovanotti
della polizia costretti dalla povertà a essere servi,
e ubriacati dell’interesse dell’opinione pubblica
borghese (con cui voi vi comportate come donne
non innamorate, che ignorano e maltrattano
lo spasimante ricco)
mettete da parte l’unico strumento davvero pericoloso
per combattere contro i vostri padri:
ossia il comunismo.
Spero che l’abbiate capito
che fare del puritanesimo
è un modo per impedirsi
la noia di un’azione rivoluzionaria vera.

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Ma andate, piuttosto, pazzi, ad assalire Federazioni!
Andate a invadere Cellule!
andate ad occupare gli usci
del Comitato Centrale: Andate, andate
ad accamparvi in Via delle Botteghe Oscure!
Se volete il potere, impadronitevi, almeno, del potere
di un Partito che è tuttavia all’opposizione
(anche se malconcio, per la presenza di signori
in modesto doppiopetto, bocciofili, amanti della litote,
borghesi coetanei dei vostri schifosi papà)
ed ha come obiettivo teorico la distruzione del Potere.
Che esso si decide a distruggere, intanto,
ciò che un borghese ha in sé,
dubito molto, anche col vostro apporto,
se, come dicevo, buona razza non mente…
Ad ogni modo: il Pci ai giovani, ostia!

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Ma, ahi, cosa vi sto suggerendo? Cosa vi sto
consigliando? A cosa vi sto sospingendo?
Mi pento, mi pento!
Ho perso la strada che porta al minor male,
che Dio mi maledica. Non ascoltatemi.
Ahi, ahi, ahi,
ricattato ricattatore,
davo fiato alle trombe del buon senso.
Ma, mi son fermato in tempo,
salvando insieme,
il dualismo fanatico e l’ambiguità…
Ma son giunto sull’orlo della vergogna.
Oh Dio! che debba prendere in considerazione
l’eventualità di fare al vostro fianco la Guerra Civile
accantonando la mia vecchia idea di Rivoluzione?

Pier Paolo Pasolini

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